martedì 28 dicembre 2010

Non è un paese per vecchie di Loredana Lipperini

Un paio di settimane fa sono stato alla presentazione di questo libro. Serata densa e ricca di spunti, che mi ha convinto a tuffarmici il prima possibile.
Un libro potente e senza peli sulla lingua.
Tratta tematiche forti ben celate da lustrini pubblicitari e deliri di eterna giovinezza/freschezza/bellezza ed un lunghissima serie di aggettivi dal sorriso largo e gelato.
Una semiparesi di negazioni.
Stiamo sistematicamente ignorando una delle componenti essenziali della nostra vita: la morte ed i vari cambiamenti e degenerazioni ad essa collegati.
La paura di cambiare. Di accettarsi, nel proprio scorrere.
Da qui la negazione della vecchiaia. Anzi, la forclusione. Eccetto nei momenti in cui ci si ritrova, volenti o nolenti, a guardarla negli occhi, indifesi e spaventati. Ed ecco la rabbia, il disprezzo, la volontà di annientamento di chi non può essere cambiato come un oggetto, ma che come quelli moderni non ha pezzi di ricambio.

Si legge molto bene, alcuni passaggi anche troppo. In certi momenti ci si ritrova commossi, straniti, incazzati a morte.
Altri passaggi possono risultare pesanti, ripetitivi. Troppo carichi.
Ma è proprio questo che si vuole raggiungere.
Si parla di vecchiaia. Di cosa comporta, di come la vive chi l'ha raggiunta e di come la vivrà chi, come tutti, vi è diretto.

Non è un saggio che vuole dare chissà quale risposta. E' la condensazione di dati di fatto, considerazioni ed interrogativi. Un viaggio attraverso forum, gruppi di discussione, gruppi d'odio, letteratura, musica (meravigliosa la parte sul metal) ed altre espressioni sociali di vario genere.
Una panoramica che non ha bisogno di monologhi asfissianti e consolatori, ma che con intelligente rapidità cerca di scuotere ciò che l'occhio ormai troppo spesso si dimentica di vedere, ciò che è preferibile ignorare.
Per comodità, pigrizia e soprattutto per paura.
Ma la negazione della paura, il consumare l'inconsumabile (almeno per ora) non è altro che un circolo vizioso che sbrana dall'interno.
Una lenta zombificazione di plastica.
Un film horror in cui non accade nulla di più del debutto in società del "mostro" di turno, troppo stanco per opporsi a ciò che lo circonda e rimanere se stesso.

[Per chi è interessato all'argomento: discussioni e confronti in progress qui e qui]

martedì 14 dicembre 2010

Who's your terrorist?

Roma sconvolta dagli scontri, blindati in fiamme per le vie della capitale, petardi e fumogeni nel giorno del voto alla camera. Un fiume di studenti e non solo si riversa nella città. Le notizie corrono veloci sul web, tra una pausa e l'altra cerco di carpire qualche notizia in più. Mi soffermo sulla diretta del Corriere. Inquadratura ferma su un gruppo di poliziotti che hanno soccorso una donna sulla trentina riversa in terra. Con un sacchetto di plastica cercano di farla respirare. Forse attacco di panico? L'inquadratura si fa più vicina, i capelli biondi della ragazza contrastano con le divise scure degli agenti mentre un sacchetto di plastica si gonfia e si sgonfia, lentamente. Inspira, espira, piano. La scena mi turba. Si cerca il volto, gli occhi smarriti di chi ha avuto paura. Questo farà colpo su chi è a casa a guardare. Cosa vuol significare questo in una città praticamente sotto assedio dove i frammenti che arrivano sono più veloci e più incazzati di una semplice zoomata. C'è gente che corre per non esser presa a manganellate e si vede una colonna di fumo alzarsi dietro Piazza del Popolo. Tutto sembra preparato in anticipo, come in un grande gioco di ruolo. C'è gente che sfila, dalla camera arrivano i risultati, qualcosa sembra dirigere il tutto dall'alto. Le telecamere scrutano la città dall'alto; l'immagine è ad effetto, quella ideale. Precisa, puntuale, che faccia sobbalzare, che faccia preoccupare, che faccia ritrattare la vecchietta, come la mamma e la sorella, che in un primo momento urlavano dalla finestra "ehi ragazzi siamo con voi" e che poi dopo le botte chiudono le imposte per lasciare i ragazzi di nuovo soli, perchè "se la sono cercata". Questo è quello che cercheranno di far arrivare ma più dei fatti ora parlano le immagini. Chi vuole vederci chiaro in questa faccenda si è già messo in moto. Tutti gli altri rimarranno semplicemente a guardare.
Le immagini scorrono, le immagini restano.

Da Stalker di
Andrej Tarkovskij

Che si avverino i loro desideri e che diventino indifesi come bambini, perché la debolezza è potenza e la forza è niente. Quando l’uomo nasce è debole e duttile, quando muore è forte è rigido. Così come l’albero: mentre cresce è tenero e flessibile, quando è duro e secco, muore. Rigidità e forza sono compagne della morte, debolezza e flessibilità esprimono la freschezza dell’esistenza. Ciò che si è irrigidito non vincerà.

domenica 12 dicembre 2010

Viaggiare e non partire


I viaggi si progettano in molti modi, l'ispirazione può nascere da un immagine, da un libro, da un racconto di un amico che ci è già stato, ma anche da un film che per qualche motivo ci ha colpito. In rete si trovano varie liste di film che si possono vedere e che hanno la capacità di stimolarci proprio in questa avventura. Qui ne propongono 65 ma si capisce benissimo che la lista è piena di lacune, di vuoti da colmare, ma l'invito ad aggiornarla con i propri commenti fa intendere che il percorso è ancora aperto. Anche qui ho trovato altri titoli e visto che l'inverno è lungo ed il freddo non aiuta certo ad uscire di casa, ecco un modo intelligente per riempire le nostre serate, come direbbe Andrea Bocconi "viaggiare e non partire" perchè si può viaggiare in tanti modi rimanendo comodamente seduti, almeno per adesso!


Until the end of the world
di Wim Wenders,
un film del 1991 della durata di 158 minuti
un giro del mondo nei non-luoghi del mondo
attraversando città come
Venezia, Parigi, Berlino, Lisbona, Mosca, Pechino e poi Tokyo e San Francisco
per finire con l'Australia, mentre un satellite artificiale impazzito cerca la via di casa.
Visionario e potente, una profonda riflessione sull'identità e l'omologazione che la globalità ci impone, un viaggio non-viaggio dove i luoghi sono sempre diversi ma infondo sempre così uguali.


venerdì 10 dicembre 2010

Requiem per "Io sono con te" di Guido Chiesa

Volevo scrivere questo post a caldo, di getto, per invogliare ad andare a vedere questo film il prima possibile, visto che era stato detto che avrebbe avuto vita breve nelle sale.
E infatti così è stato.
A Bologna ha retto sette giorni.
Non un minuto di più.
Non credo abbia avuto miglior sorte nel resto della penisola.
Dodici copie restano dodici copie.
Anche (o soprattutto?) per un film di coproduzione rai, riconosciuto d'interesse culturale dal ministero di competenza, denso di contenuti e spunti di riflessone fruibili a diversi livelli.
Purtroppo alcuni di essi, per non parlare di certi argomenti, rimangono (o si vuole rimangano) un tabù per le folle. Impossibile anche solo pensare di parlarne, figuriamoci metterli in discussione. Mettersi in discussione. Troppo complicato, doloroso, per non dire pericoloso (per chi lo sarebbe è tutta un'altra questione).
Già, perchè questo non è un film sulla Madonna ed il bambin Gesù come è stato detto per invogliare all'assenteismo atei e credenti ultraortodossi.
E' ben altro.
Parla di genitorialità, della condizione femminile, di cultura e scienza (del loro incontro) e dei tanti modi in cui ognuna di esse possa diventare ingrediante di rivoluzioni.
Sociali, umanitarie, esistenziali.
Difficile, o forse solo complesso, analizzare o parlare distintamente di ognuno di essi, con una sola visione dietro le retine che rivendica nuove visioni.
Posso provare, ma in (dis)ordine sparso.

Tutta la storia si svolge attorno e grazie a figure femminili forti e con alle spalle una sinfonia generazionale (da Anna a Maria per culminare in Gesù) tale da scavalcare l'ottusa attitudine a piegarsi alle usanze di una società rigidamente patriarcale e violenta, in cui si confonde (o si preferisce muovere) la paura con il rispetto.
Una società che si rispecchia (in buona parte) nella figura esclusivamente verticale di Mardocheo, il fratello di Giuseppe, in cui è il reiterarsi della violenza da una generazione all'altra, la sua accettazione data dall'abitudine, dall' "è sempre stato così", a creare significato. Tanto in un rito religioso come la circoncisione (a cui Maria si ribella dicendo al marito: "Vuoi fare a lui (Gesù) quello che è stato fatto a te?") quanto nel sistema politico, in cui conta esclusivamente il luogo o "ceppo" di nascita e la sua influenza, il suo potere del momento.
Una società in cui domina il verticale è composta da persone incapaci di guardare al di là dei propri piedi. Al di là di sè.
Un arciplago di monadi cieche, le cui conseguenze non riguardano soltanto la sfera sociale ma perfino quella più intima e privata della propria casa. Essere genitori in questo modo, significa perdere di vista le necessità e le potenzialità del proprio figlio, costringerlo a fare i conti con lo specchio opaco di quelle dell'adulto; un uroborico rinnovarsi di uno stesso motivo dalle variazioni sottili.

Maria si trova immersa in una società di questo tipo, in cui la donna è socialmente disprezzata, ritenuta impura, inferiore (come si evince, per esempio, dalle scene/citazioni del Levitico 12 e 15:25), buona solo per mettere al mondo figli da crescere nel modo impostole e per stare dietro alle faccende di casa.
Nel film questa concatenazione di "abbassare il capo", che sembra trovarsi d'accordo solo sul ruolo in cui relegare le donne, è lampante. Maria lo esplicita parandone a Gesù, spiegandogli che le donne possono "far molto" solo all'interno delle mura di casa.
Frase solo apparentemente arrendevole, in cui è celato il messaggio per niente scontato della capacità rivoluzionaria che ha ogni madre (e in un'ottica più ampia, ogni genitore), di far crescere i propri figli, il futuro, in maniera diversa rispetto alle imposizioni sociali ed alle sue reiterazioni. Non è sola nell'accompagnare lo sviluppo prodigioso di Gesù, che può divenire tale anche grazie all'uomo che le sta accanto.

Nel film Giuseppe compie un'evoluzione interessante. Da padre "evirato", che va avanti giorno dopo giorno accettando con rassegnazione ciò che circonda lui e i propri figli, diviene Padre, capace di una verticalità che si erge senza calare su chi gli è accanto, che non sopprime l'orizzontalità materna, ma ad essa si integra. Cambiano la postura e lo sguardo, il suo modo d'interagire con il prossimo e di seguire il proprio figlio che scopre il mondo e ne analizza le ipocrisie (esemplare la scena in cui il "matto" del villaggio viene scacciato pure dalla sinagoga col falso pretesto di una legge divina).

La sacra Famiglia come possibile esempio di cambiamento, di scardinamento dello staus quo dovuto all'incendio nato da tante scintille domestiche (qualcosa di cui, in altri termini, si è già trattato anche qui) o, perchè no?, scolastiche (su quest'aspetto, può essere interessante ascoltare un po' questo).

Forse. Certamente è un discorso complesso, da applicare ad una società molto più complessa di quella mostrata dal film. Sicuramente mi scordo qualcosa ma, vista l'intensità della visione, sarebbe bello non rinchiudere il discorso in questi pochi byte. Multidirezionarlo.
Ma bisogna aspettare il dvd. E chissà se sarà la stessa cosa.
Nel buio della sala, con le poche persone intorno, si percepiva un nonsochè di elettrico, che non so se la visione tv, più intima, riuscirà a ricreare.
Per ora è come ha detto dal regista qui:

Purtroppo hanno vinto loro. Il popolo dei “chisssenefrega della Madonna”, unito a quello dei credenti a cui non interessa ragionare, ma solo vedersi confermati (benché il film non contraddica nessuno degli assunti dottrinali della Fede cristiana), ha disertato le sale. Non lo ha bocciato dopo averlo visto: non è semplicemente andato a vederlo.

La logica del mercato non conosce eccezioni: Io sono con te è destinato a rimanere una meteora, con buona pace di chi non vuole che certi testi vengano realizzati, di chi si lamenta del Pensiero Unico o dell’appiattimento culturale. Altrui, mai il proprio.

domenica 5 dicembre 2010

No stars war (qualche parola su Stephen King, la cattiva ironia e le distorsioni di ego ormai fragili)

Qualsiasi cosa si pensi di Stephen King, bisogna ammettere che è un autore che crea scompiglio.
Senza fare il minimo sforzo, peraltro.
Facendo semplicemente quello che gli riesce meglio, scrivere, riesce a creare spaccature non indifferenti riguardo alla propria figura.
Personalmente mi ritrovo tra chi lo ritiene uno tra i più grandi scrittori contemporanei. Per i temi che tratta, per come li tratta e per gli innumerevoli legami tra tutte (o quasi) le sue opere che, con il passare del tempo, possono essere considerate un unico stimolante corpus che si arricchisce sempre di più di spunti, indizi ed interconnessioni tra le più improbabili (da un recente mini-intervista (qui) le sinapsi di molti fan sono letteralmente schizzate alla ricerca di nuovi fili).
Naturalmente, come per ogni cosa sia più o meno intellegibile, c’è chi non si trova d’accordo con me; chi non fa parte della folta schiera degli ammiratori (e per fortuna, mi verrebbe da aggiungere) e ritiene King un autore banale, noioso, ripetitivo, eccessivamente prolisso o buono da leggere giusto sotto l’ombrellone.
Bene, niente di male fin qui, i gusti son gusti.
Ma un problemino in realtà c’è.
Perché King resta un autore che scrive tanto, vende tanto e di sé fa parlare ancora di più e se c’è una cosa che i nuovi media ci hanno insegnato e dato la possibilità di fare è proprio a parlare tanto, anche di ciò che non conosciamo bene. E di condividere non solo pensieri o parti preziose di sé ma anche le più grandi brutture che ci portiamo dentro.

Inizialmente questo post voleva essere simile ai tanti altri fatti in precedenza e parlare di un libro. Dell’ultimo di King, per la precisione: Full dark, no stars (Notte buia, niente stelle). Un’antologia molto ben fatta, composta da quattro storie crude, dure e senza orpelli che, per come ci ha abituati, sarebbero potute benissimo essere quattro distinti romanzi, guadagnandoci sicuramente dal punto di vista delle suggestioni o dei colpi di scena ma perdendo così il magnifico crescendo di una storia letta di seguito all'altra; l'apnea di tensioni e sconquassi interiori che portano senza fiato alla fine del tunnel, la postilla, in cui zio Stevie questa volta picchia duro ed in ogni direzione, senza far sconti a nessuno. Nemmeno ai suoi affezionatissimi Fedeli Lettori, solitamente massaggiati o rincuorati, prima di chiudere l'ultima pagina. Questa volta si toglie ogni sasso dalla scarpa, anche i più grossi.
Scende nel “campo di battaglia” in cui pretenziosi criticiucoli dal naso pieno di letame sentenziano sulle sue opere, sul suo lavoro, in modo puramente gratuito e privo di qualsivoglia contenuto o riflessione. Osteggiatori che sembrano non possedere altro che invidia e pregiudizio e la convinzione che una persona che vende tanto non possa anche scrivere bene, come se ogni artista degno di far parte dell’Olimpo della Letteratura dovesse essere l’archetipo dello scrittore povero, dal linguaggio criptico e altisonante e semi-sconosciuto ai più.
A costoro King risponde in modo schietto e diretto. Perché raccontare storie non è cosa da fare con i piedi; a capo chino e ossequioso; con l’occhio rivolto ai possibili zeri da stampare sul conto. E' un compito da prendere maledettamente sul serio; un squarcio liberatorio di realtà, di ricerca del senso di ciò che ci accade e circonda. Deve mordere alle viscere, scatenare reazioni. Senza seghe mentali gonfie d'ipocrisia autocompiaciuta e, sotto sotto, frustrata.
Le sue parole non sembrano rivolte solo a chi guerreggia sulla bontà o meno della sua scrittura ma anche a chi si lancia in “guerre civili” riguardo al suo operato. Come, per esempio, i kingofili, tra cui quest’estate è nata una discussione in rete, uno scontro duro e velenoso in cui, armati della più tossica ironia (quella cinica, ipocrita e codarda), sono volate frecciate, offese malcelate dietro a smile e faccine di vario genere e logorroiche dissertazioni incorniciate in un polveroso dizionarismo.
Come dicevo, a fine antologia l’autore parla anche a noi Fedeli Lettori con durezza, pungolando possibili autocompiacenze (tristi veli verso personalissime fragilità o miserie) con un dubbio sulla fondamentale bontà celata o meno dentro ognuno di noi.

…sarò lieto di riportarti fuori al sole. Anch’io sono contento di andarci, perché credo che la maggior parte della gente sia fondamentalmente buona. Io so di esserlo.
È di te che non sono del tutto certo.

Sbruffonaggine? Supponenza?
Non credo.
Con questa frase tagliente King sembra dirci quello che in altri modi provò a fare Wallace. Ci invita ad interrogarci su noi stessi, su ciò che ci circonda, sulla straordinarietà contenuta nell’ordinario.
Come detto nel risvolto di copertina i

quattro nerissimi romanzi brevi raccolti in questo libro parlano di donne uccise, seviziate o comunque "rimesse al loro posto". E' in corso, nel nostro Occidente, una guerra contro "l'altra metà del cielo". La combattono maschi frustrati, impauriti, resi folli dalla perdita del loro potere.

Ma non è tutto qua. Non è solo questione di uomo e donna.
Si parla anche delle piccole fragilità che possono portare ad orrori meno eclatanti, delle impalcature traballanti issate per celare gli uomini bassi in abito giallo che si annidano in ogni persona e ci circondano giorno dopo giorno.
E una volta usciti dal buio, zio Stevie ci ricorda di guardare anche “l’altra metà del cielo” che è in ognuno di noi.

Che altro aggiungere? L'antologia è eccellente, non c’è bisogno di monologhi di apprezzamento.
Va letta.
L’autore raggiunge ottimamente lo scopo prefissato.
Scuoterci dall’interno per poi farci pensare.
Mostrando ancora una volta che la vecchia Buick continua sfornare ottime creature.

[Altre info sul libro, oltre a splendidi esempi di osteggiatori dall'ego ormai fragile, si possono trovare qui, qui ed anche qui]

giovedì 25 novembre 2010

La scuola è di tutti, sul serio!

Le ultime notizie parlano chiaro, qualcosa nel suo piccolo si sta muovendo. Il mondo della scuola, tristemente assopito e violentato, comincia a far trapelare i primi lamenti. Scuole occupate, insegnanti e ricercatori sopra i tetti, la protesta cresce di ora in ora e si dilata, si allarga a macchia d'olio. Il disagio è contagioso, passa di aula in aula, di bocca in bocca , manifesti e gambe, vuole uscire allo scoperto. Vola di regione in regione, si annida nelle teste, muove una voglia spasmodica di uscire mentre un pensiero semplice irrompe da questa cortina di ferro digitale: La scuola è di tutti! Sul serio!

Conviene scendere, conviene partecipare.

Intanto giusto per arricchire la pausa caffè consiglio caldamente questo, che rimanda necessariamente a quest'altro. Al momento non posso dire di più devo tornare a scuola ma l'argomento verrà ripreso.
Ci interessa!!!!

lunedì 15 novembre 2010

L'ippodromo della cultura

Per chi non lo sapesse la cultura non si mangia. Storie, racconti, poesie, composizioni, lungo e cortometraggi, dipinti, sculture, installazioni. Libri (a meno che non siate roditori dalla cinghia stretta).
L'ha detto Tremonti, il ministro dei tagli intelligenti, tanto cinico e taccagno in pubblico quanto generoso in privato.
Ma si sa, in tempi di crisi non si può pretendere di rimanere con tutti i servizi e le comodità a cui ci si era abituati in passato, nella cultura come nel sociale. Dobbiamo abituarci all'idea di fare sacrifici, di uscire meno ma in modo intelligente. Magari per cosumare, così l'economia gira e siam tutti felici. Certe tasche in modo particolare.
Scherzi a parte, è un periodo strano, questo che stiamo vivendo. Che sto vivendo.
Sento fermento intorno (e non è che giri molto, eh), una necessità sempre più urgente e bruciante di cambiamento. Nel sociale come nelle individualità (non poche, devo dire).
Lo si può percepire da discussioni ricche e brillanti come questa, da discorsi che paiono antichi ma non sono poi così lontani, dal bisogno di pensare, fare luce, collegare.
Ieri sera, per esempio, c'è stato un incontro qua a Bologna al Centro di documentazione "Il Cassero" organizzato dai Bibliotecari Necessari. Ospiti d'onore, i Wu Ming al gran completo (evento di una frequenza e piacevolezza rara) e Paolo Nori.
Non sto qui a ricostruire pezzo dopo pezzo la serata. Tutti gli autori hanno letto dei loro brani in cui si parla di biblioteche, perchè è di questo che si parlava. Di fare riamanere le biblioteche con meno personale e meno ore d'apertura al pubblico. Alcune rischiano proprio di chiudere, a quanto sembra. Già, perchè, come dicevamo, la cultura non si mangia, non dà risultati tangibili, materiali da sbandierare in faccia agli elettori e con cui riempirsi le famose tasche di cui sopra.
Perciò a Bologna, ieri, si volevano tenere aperte le biblioteche. Per farsi sentire, per dimostrare che non tutti rimangono così di fronte ad un libro. E che la domenica l'affluenza può superare di gran lunga quella media di un qualsiasi giorno feriale.
Ma non faceva buona pubblicità al comune ed ai vari partitucoli che, a tagliar su queste cose, sembrano sempre andare d'amore e d'accordo. Per questo motivo c'è stato un incontro in piazza e daltri sparsi tra la città, tra cui quello a cui sono stato. In un'ora e mezzo o poco più sono fuoriuscite tante cose, tra cui la protesta, passata sotto silenzio, di Paola Caruso (vicenda che entra nei meandri del nepotismo et affini). Tanti piccoli momenti di riflessione.
In particolare mi ha colpito il brano letto da Paolo Nori in cui, dopo un dedalo di aneddoti su autori russi, stile di vita della Russia post-perestrojka, grandi commozioni di architetti ipersensibili di fronte all'interessamento verso la cultura di un ancoraperpoco-giovane studente occidentale, viene osservato come le persone presenti nella sala fumatori della biblioteca di Mosca tutti i giorni, anche quando fuori impazza una rivolta, coi loro tic, le loro nevrosi, i loro sguardi assenti e sognanti e il loro senso di speranza/convinzione di essere in un luogo in cui la loro vita potrebbe cambiare da un momento all'altro, ricordavano a Nori i visi ed i gesti visti in Italia all'Ippodromo.
Ma forse oggi sarebbe più appropriato parlare di salotto del GF o del papi di turno, in cui, se non altro, qualcosa si mangia.
Perlomeno.

[P.S. per i naviganti: la cosa buffa è che mentre cercavo la foto da allegare al post ho digitato"ippodromo cultura". Provate, verrà fuori questa foto. Qualcosa vuorrà dire. Solo, non capisco ancora bene cosa.]

venerdì 5 novembre 2010

Invito al viaggio, quando i bambini sanno interpretare bene i sogni degli adulti




Invito al viaggio
, ore 7:50 del mattino, il bambino magrolino e simpatico del pre-orario mi regala questo disegno che mi vede ritratta su di una fantastica mongolfiera colorata in volo sopra chissà quale paese addormentato. Colgo l'invito e restituisco il sorriso. Aveva in precedenza fatto un altro disegno simile, ma in quel caso i navigatori erano lui e suo padre. Non c'è cosa più bella che sognare di fare un viaggio con il proprio papà, in questo io ed il magrolino ci assomigliamo. Da bambini si sognano viaggi strambi e surreali ma quando l'età avanza non è detto che questi sogni debbano essere per forza abbandonati. A volte prendono semplicemente una piega diversa, inaspettata. Così dopo lunghi pensieri, mi ritrovo ancor oggi a fantasticare davanti ad un foglio colorato e all'idea di viaggiare, insieme al Babbo, con una vecchia Trabant rosso fiammante, tirata a lucido per l'occasione, per il giro d'Italia delle macchine d'epoca. Sfrecciare con lui alla guida superando per simpatia tutte le marche classiche del collezionismo d'auto: Union DKW, BMW, Citroen, Ferrari, Ford, Lancia, Maserati, Mercedes, Porsche e Triumph con i loro modelli più preziosi, uno ad uno. Sulle ripide strade che attraversano il dorso appenninico, senza dover rallentare di una tacca e preoccuparsi per la stabilità della vettura nelle sferzate, il test dell'alce conferma. E' bello farsi coinvolgere dai bambini in questi progetti per il futuro, un' impennata di entusiasmo che sicuramente riempie la mattina. Il magrolino sta già pensando a come progettare la sua partenza ed il padre, lungimirante, lo lascia fare.
L'ho sempre detto che i bambini sanno interpretare BENE i sogni degli adulti.


Il Trabant rosso fiammante c'è, un prezioso regalo
perchè 50 anni si fanno una volta sola nella vita,
dobbiamo solo pensare al resto.


giovedì 4 novembre 2010

Spigolando si impara

La rete è un mezzo potente e su questo siamo d'accordo tutti, ma preferisco di gran lunga il contatto diretto davanti ad un buon piatto di polenta dove circolano le idee e si discutono i metodi e i sistemi per arrangiarsi un pò. Consigli pratici e utili che variano e oscillano dal come si prepara una marmellata di rosa canina a come si spigola in mezzo ad un campo. Spigolatura, la novità che è stata al centro di questo nostro week-end lungo passato fra i monti della val di Sole in Trentino. Non avevo mai sentito parlare di questa cosa ed ora che ne sono a conoscenza non posso farne a meno. E' più forte di una droga o di un qualsiasi passatempo inventato per occupare le menti e il corpo. Brevemente riporto quanto felicemente ho appreso.
La spigolatura esisteva nel mondo contadino quando veniva permesso ai più poveri, dopo la mietitura di un campo, di fare un secondo giro per raccogliere le spighe rimaste a terra. Evitando lo spreco si evitava la fame. Si spigolava per necessità ma anche perchè nella tradizione dei "nonni" la terra non sempre regala in abbondanza e allora meglio trattare tutto come un bene prezioso, perfino gli scarti. Non si spigolava solo con il grano ma anche con la frutta, la verdura, i legumi e cereali e in certi casi anche con il carbone e la legna per riscaldarsi dalla morsa invernale. Che la teoria economica moderna non prenda in reale considerazione la spigolatura è dato certo e lo dimostra la totale disinformazione che ruota attorno a questa antica pratica. Provate a chiederlo ai vostri amici, provate a proporlo in giro, nei migliori dei casi vi sentirete presi in giro. Anch'io l'ho pensato quando me l'hanno proposto. Tuttavia come in tutte le cose migliori basta andare un pò a fondo e scoprire che l'alternativa è sempre possibile. Peccato non averla conosciuta prima, peccato non poter aggiornare il nonno che ci mandava in avanguardia a prendere le mele cotogne avanzate. Mi piacerebbe dirglielo ora: non era rubare, caro Nonno, potevamo camminare lenti e tu potevi accompagnarci fin sotto gli alberi senza rimanere come un cane a fare la guardia. Ne sono sicura. Ho raccolto mele e pere, ne avremo fino a Natale e posso variare nel menù senza sentirmi ingorda, è bastato abbassare la mano al livello della terra e raccogliere quello che oggi sarebbe finito in concime. Ci siamo organizzati, se la cosa è pianificata si possono mettere da parte davvero tanti buoni prodotti. E' bastato solo essere informati, il resto viene da sè, se hanno già raccolto si può fare un secondo giro e non è detto che vada peggio. La natura non conosce classi, ma tempi di raccolto e sospensioni. Quello che rimane sull'albero e quello che cade in terra, quello che finisce nel cestino, quello che abbandona il contadino

Me ne andavo al mattino a spigolare
Quando ho visto una barca in mezzo al mare:
Era una barca che andava a vapore,
E issava una bandiera tricolore.
All’isola di Ponza si è fermata,
È stata un poco, e poi s’è ritornata;
S’è ritornata, e qui è venuta a terra;
Sceser con l’armi, e a noi non fecer guerra.

L'umiltà che avvicina la mano alla terra è l'umiltà dell'uomo che non deruba ma custodisce.

[Il brano sopracitato proviene da qui]

martedì 19 ottobre 2010

Pink Movement



Il mese di ottobre è il mese della prevenzione per la Campagna nastro Rosa che come ben sapete offre l'opportunità di essere accolte in oltre 390 Punti Prevenzione (ambulatori) LILT, dove lo staff medico sarà a totale disposizione per visite senologiche e controlli clinici strumentali.
Per conoscere giorni e orari di apertura dell’ambulatorio LILT più vicino, in cui effettuare anche esami di diagnosi precoce e controlli, si può chiamare il numero verde SOS LILT 800-998877 o consultare i siti www.nastrorosa.it o www.lilt.it dove saranno pubblicati anche gli eventi organizzati nel corso del mese nelle varie città italiane.

E' facile partecipare

Basta tingere per un giorno, esattamente oggi 18 ottobre 2010, il proprio blog di rosa e siccome N.I.E possiede per metà una bella quota rosa ecco l'interesse a diffondere questa iniziativa. Collegandosi al sito ww.mammafelice.it si può scegliere un banner da inserire nella vostra pagina oppure scegliere di dedicare un post a questa tematica.


Rosa, di palpitante materia,
come acqua che zampilla,
cuore di ninfea,
galleggiante,
semplice,
soffio,
tenero ed etereo,
cuore di ninfea,
come acqua che zampilla,
rosa,
di palpitante materia.

lunedì 18 ottobre 2010

"Espresso tales" (Semiotica, pub e altri piaceri) di Alexander McCall Smith

E' incredibile. Non si fa in tempo a leggere la trascinante discussione nata sul blog dei Wu Ming riguardo, tra le varie cose, gli aspetti che rendono una storia tossica o meno, e mi trovo davanti ad un romanzo che, almeno in parte stride con le varie proposte e affermazioni. Una delle prime affermazioni riguardava gli stereotipi e l'uso potenzialmente annichilente del loro uso nel creare personaggi, situazioni e storie "tossiche". Della necessità di una storia "rugosa", in cui affondare, da cui tirare fuori pezzi di cute nascosti e pieni di voci altre. Che non si fermino a ostentazioni di scrittura, al puro impatto emotiva ma che parlino e facciano parlare. E magari pensare (vabbè vado un po' a braccio, l'argomento è molto interessante e consiglio di cliccare sul link sovraposto, torniamo al libro).
Bene, questo libro riesce ad essere questo ed il suo esatto contrario.
Come nel precedente "44 Scotland street" l'autore ritorna alle vite di Bertie, Pat, Domenica, Angus, Big Lou e il resto degli strambi abitanti di una piccola zona di Edimburgo. Nel primo capitolo non succedeva niente, o quasi (tanto da scadere un pelo nel finale, appena appena ristagnante), ma era proprio il suo bello. In questo... non che accada molto di più ma con uno stile veramente squisito. In quasi ogni riga seguiamo la persona di turno con occhi quasi onniscenti, spostandoci anche di prospettiva, tra un paragrafo e l'altro (ed essere Cyril, il cane bevitore di birra che ama strizzare l'occhio alle ragazze e mordere con garbo le caviglie giuste è assai gradevole). Un microcosmo di storie, di piccole storie, che s'intrecciano tra loro, con le loro bizzare nevrosi (ma quali non lo sono?) e, a loro modo, finiscono.
Ognuna come ci si augurava. Più o meno.
Ecco, il finale consolatorio è un altro punto ritenuto in lizza per le storie "tossiche",vista la sua mancanza di spinta al cortocircuito, alla riflessione. In molti casi è vero e la lista di polpettoni di questo tipo buoni solo per concimare è fin troppo lunga. Eppure in questo caso non è così. Per prima cosa perchè la vita è lunga e l'autore lascia alcuni punti di sospensione su alcuni personaggi che permettono di perdonargli certi repentini cambi di direzione (in fondo, la loro durata sarà tutta da dimostrare).
In più, questo romanzo, è una vera e propria ode alla comunità, alle comunità di ogni tipo, invisibili da grandi distanze dalle lenti globalizzate ma "...ricche di posti piccoli, vicini, di racconti brevi e non di saghe...", "...di battute private, di espressioni intraducibili, di riferimenti che solo due o tre colgono... che parlano con tanta eloquenza dei posti piccoli e... sono il mondo, e contano quanto il mondo intero".
Tra le righe dello scorrere lento di una quotidianità costellata di diverse forme di solitudine, l'autore infila delle pieghe inaspettate, attimi dei riflessione tanto brevi quanto intensi che portano a rallentare, a tornare indietro e a ragionare. Almeno un poco.
Niente di starbiliante, per carità. Niente parnasi d'alta letteratura o robe simili.
Semplice scorrere e incrociarsi. Di persone. Di luoghi. Di persone di certi luoghi.
Leggendo viene da chiedersi quanto intorno a noi possa assomigliare a modo suo alla semplice vita che resiste alle brutture di un materialismo d'abitudine tanto ben decritta in queste pagine.
Nente di strabiliante, l'ho già detto, ma, chiusa l'ultima pagina, ci si trova più curiosi verso ciò che ci sta intorno, anche solo un vicino di casa o di strada.
Un'ode al concetto di comunità e ai suoi tesori nascosti.
Veramente bello.

Lo show è qui

Domenica di grande relax, possiamo sistemarci i capelli e vestirci bene e se siamo fortunati riusciamo ad entrare in qualche trasmissione lampo. Ti faccio bella per l'occasione che sembri una bambolina. Tutti escono felici, destinazione Avetrana, la casa dell'orrore che tutti devono vedere in questo luna-park del Reality molto trash e molto show. Non importa arricchire i contenuti, spiegare ai bambini cos'è accaduto, basta semplicemente partecipare. Il fioraio per l'occasione prepara bouquet fioriti che profumano di gigli appena colti. Via Grazia Deledda è un via vai di gente e telecamere, di flash e finte lacrime, tutto deve apparire per quello che è. La furia del mostro, le mani del mostro che toccano, strozzano, poi palpano e stuprano qui sono le mani del conte Dracula che per l'occasione si è vestito a festa. Poco importa immaginare il reale, il portone è chiuso e le urla della ragazzina sono soffocate. Nessuna madre per empatia e pietà disgiunta riesce a immaginare l'ampiezza di un ultimo rantolo verginale, anestesia totale, ghiaccio totale.
Mutiamo tutti, da un giorno all'altro, per lente e inconsapevoli evoluzioni, vinti da quella legge ineluttabile del tempo che oggi finisce di cancellare ciò che ieri aveva scritto nelle misteriose tavole del cuore umano
dice la scrittrice che da il nome alla via e verrebbe voglia di tornare indietro, di fare un salto temporale per arrivare al punto di partenza, proprio lì vicino al cuore. Ogni volta ci rimango male, ci metto un pò a capire che per molte persone il rispetto non è una virtù. Eppure non ci vuole molto a capire, a mettersi nei panni dell'altro. Non basta scrivere due righe e gettarle nel pozzo dove la ragazza è spirata, non valgono lucchetti dell'amore e scritte sui muri. Il turismo ha sempre effetti negativi sul territorio e se poi è un territorio povero fatto di stenti peggio ancora. Tutto è lecito per apparire, il Big Brother della famiglia italiana ha inizio qui, venghino venghino, c'è posto per tutto, figure composte:

nel nome del padre, del figlio, e dello Spirito Santo andate in pace, il Big Brother qui è finito.

Domani si ricomincia, pronti con il telecomando: Lo show è qui!!

mercoledì 13 ottobre 2010

Tg1, mon amour

Un mercoledì come tanti, dopo una
giornata di duro lavoro, in città sempre più avvolte dall'insicurezza (non economica, eh, quella è in ripresa, altro che i negativismi di Iacona), dallo smog (forse è ora di cambiare auto, ha già tre anni) e da un termometro sempre più umido e in picchiata si sente la necessità di una cena a maggior tasso calorico.
20:00 da poco passate, forchetta e coltello impugnati, doppio click sul telecomando e via, si può cominciare a mangiare in pace davanti al tg. L'uno, per precisione.
Un paio di minuti con tutti i sensi impegnati ad analizzare suoni, sapori, odori, colori, consistenza della cena e l'orecchio si sintonizza sulle notizie.
Numero uno: in una imprecista località marittima una coppietta, forse appartata per scambiarsi effusioni (aspetto non rilevante, scivolante in secondo, terzo, ultimo piano) viene fermata, minacciata, rapinata, violentata (lei) da un rumeno, di cui ci vengono subito mostrate le fattezze. Armati di coraggio i due l'hanno denunciato ed è stato beccato. Tiè, giustizia è fatta!
Numero due: da qualche parte in Italia un'altra ragazza è stata sequestrata, malmenata e violentata non da uno, non da due ma, udite udite, da ben tre rumeni per ore interminabili, finchè, lasciata libera di tornare a casa, ha fatto scattare la denuncia. Presi anche loro tre, le strade sono ancora più sicure.
Numero tre: aggiornamenti sulla ragazza andata in coma dopo il pugno ricevuto nel metrò di Roma. Una ragazza, guarda caso, rumena. Si parla, via citofono, con il giovane aggressore, incensurato, ma costretto ad una vita sulla strada. Ci spiega che lui non ha mai fatto male a nessuno, che il diverbio è nato, come altri accadutigli, per una questione di fila dal tabaccaio e che essendo lei stata molto insistente doveva per forza essere armata di peperoncino, coltello o pistola (chissà, forse la stessa usata dal connazionale del primo servizio?). In fondo noi telespettatori lo sappiamo, con 'sti rumeni non c'è mai da fidarsi, anche se potrebbero avere danni neurologici permanenti.
Quattro: aggiornamenti su Sara Scazzi. Lo zio s'è contraddetto. O parla al plurale maiestatis o nell'omicidio è coinvolta qualche altra persona. Sicuramente dei rumeni o dei rom, che tanto una vocale di differenza cosa conta.
Altre notizie: il pianeta non ce la fa più, ce ne servirebbero due, lo dice il WWF. L'ingordigia del mercato lo sta stuprando (come la ragazza di prima), lo sta mandando in un coma irreversibile. Non so gli altri telespettatori, ma io sono convinto che in qualche modo centrino anche in 'sta storia dei rumeni. Cazzo stan dietro ogni cosa! Così come nelle ordinanze comunali che vietano di dar da mangiare agli animali, anche se per legge non si potrebbero emanare. Ci saran sempre loro, bestie di strada dietro sto giro. Anche i rifugi per animali, ma a chi volete darla a bere? A proposito di bere, si parla di vino frizzante, ma solo dopo una carrellata pubblicitaria di prodotti e supermercati bio, così andiamo a spendere e magari ci scappa pure una monetina per chi ci aspetta fuori che sarà rumeno sicuramente. Così come quello, notizia dell'ultim'ora, che ha minacciato Bersani.
Un assedio, un' epidemia. Già mi chiedo come farò ad uscire di casa domani, a lasciare la macchina incustodita, ma che dico? la mia casa! Dovrò stare attento, molto attento. Evitare i contatti, ridurli all'osso. Mani in tasca, occhi a terra, comincerò a muovermi più veloce, rasente ai muri, non si sa mai.
Bene, è deciso. Mi sento già meglio. Posso tornare alla mia cena.
Fredda...
Maledetti rumeni.

[Nota: il Tg a cui questo brano si è ispirato è realmente andato in onda, poco fa, 13/10/10. La serie di notizie è stata montata in questa maniera sconcertante, calcando la mano su di un unico argomento, restringendo l'impatto dei seguenti, ambiente in primis. E' sempre bello constatare la salute della nostra informazione.]

lunedì 11 ottobre 2010

"Niran Sadiqa" (Se non fossi egiziano) di 'Ala-al-Aswani

Ultimamente sento una forte curiosità per le storie provenienti dall'Africa, le sue varie voci. E la selezione messa a disposizione al festival di Internazionale a Ferrara non poteva essere più appagante. Una buona dozzina di titoli segnati ed un paio di libri in saccoccia. Tra cui questa raccolta di racconti di 'Ala-al-Aswani che mi aveva incuriosito già dalla quarta di copertina che la definiva una raccolta rimasta a lungo inedita perchè vietata da un anonimo burocrate del governo di Mubarak. Approfondendo l'aletta si viene a conoscenza che l'autore fa un ritrattro impietoso e sarcastico dell'Egitto di oggi.
Vero.
In duecento pagine e poco più sono contenuti diciassette racconti velati di una poetica che dispiace non poter gustare in lingua madre, ma tant'è. Nel complesso il lavoro non è male, niente di eccezionale per carità, ma a volte in poche pagine riesce a racchiudere suggestioni vividissime ed avvolgenti. Altri racconti sono invece crudi e diretti, senza carezzevoli lieto fine dietro l'angolo, cinici e senza spiegazioni o zuccherini per la buona notte. Si percepisce un raccontare di cose vissute, forse autobiografiche ma a volte ridonda un po', perde di sugo, dando storie anche sciape, vacue.
Non un libro imperdibile, insomma, ma comunque piacevole, ben spendibile anche in bagno in letture mordi e fuggi.
Un aspetto colpisce e tanto. Nella prefazione l'autore si dilunga in una spiegazione, un mani avanti riguardo al primo racconto (I quaderni di 'Issam 'Abd al-'Ati), quello che è costato la censura. Si lancia in uno scricchiolante parallelismo tra la prima cinematografia in cui gli spettatori fuggivano da treni in arrivo e la narrativa, avvertendoci che quello che andremo a vedere non è reale, non pericoloso. Sottolineando il suo non essere responsabie verso le opinioni ed espressioni dei suoi personaggi.
Insomma, per pubblicare il libro e non avere problemi di sorta con le autorità del proprio paese ha dovuto rinnegare le voci date ai propri personaggi, quasi fossero capitate lì per caso. E questo, nonostante possa capire le pressioni subite e i pericoli a cui persino uno scrittore può andare incontro (ci sono molti parallelismi tra l'egitto di sei anni fa e l'odiena Italia), risulta iparecchio fastidioso.
La critica mossagli riguarda un personaggio fortemente ostile alla mentaltà, agli usi ed alla società egiziana, descritta come meschina, livorosa, infame ed altre particolarità non così rosee. L'accusa mossagli era di essere abbagliato dall'Occidente e di questi tempi discorsi di questo tipo impelagano in cul-de-sac senza fine, ma se una storia viene scritta un motivo ci sarà. Un autore non potrà mai pensarla come tutti i suoi personaggi; certamente possono esserne creati di intriganti e complessi con la sola finalità di criticarli. Va bene dire di non pensarla in quel modo (sia per proteggersi sia perchè vero), ma perchè deresponsabilizzarsi?
E' così difficile per dei lettori capire la differenza tra opinioni del personaggio e dell'autore?
Può darsi, ma un autore dovrebbe comunque non doversi trovare nella condizione di celare la propria, di lasciarla in una bottiglia e chi la piglia la piglia.
Ad ogni modo, il libro non è male e, a prescindere dalla piacevolezza che possono o meno avere le storie, tratta argomenti spinosi e interessanti.
Anche al di fuori delle stesse pagine.

sabato 9 ottobre 2010

Immaginando una serata

Immaginiamo un palco. Di quelli abbastanza grandi da permettere ai musicisti un certo margine di movimento. Non è poco.
Posizioniamolo dentro un tendone/capannone dalle proporzioni considerevoli. Non uno stadio o un palazzetto dello sport dalle aspettative patinate; neanche quattro pareti dalle larghe ambizioni stipate tra la piccola folla che lo accalca sempre troppo presto. Ecco, immaginiamolo in una piazza, una piazza, sì, con un cielo color cemento e costellazioni di fari di ogni forma e colore.
Bene, ora che lo abbiamo immaginato, entriamoci in questa arena circoscritta, mettiamoci una folla e guardiamo il palco da una distanza ottimale. Nel limbo tra le spinte più dure ed il confondersi di suoni ed immagini. Camminando, assistiamo agli ultimi pezzi di un imprecisato gruppo dal suono ruvido e veloce. Un pezzo e mezzo e la cantante saluta tutti con la sua voce massiccia. Sarà per un'altra volta.
Ora il palco è al buio. Il deejay fa scorrere musica dal richiamo attentivo ridotto. Il bancone bevande preso d'assalto. Cinque ombre si muovono veloci tra cavi, aste e strumenti mentre il brusio e l'attesa crescono lenti ma inesorabili.
Si apre un occhio di luce al centro del palco. Una batteria compatta, essenziale svetta in linea avanzata. Non c'è posto per gerarchie, si sta tutti sulla stessa linea. Un ragazzo-uomo le gira intorno. Asciutto e nervoso, la maneggia con cura, senza fretta. Tra il nero dei vestiti, scintilla una fibbia con teschio ed ossa incrociate. Sul viso, un accenno di sorriso carico di adrenalina e sostanze imprecisate. I suoi tratti tradiscono origini latine, orientali, modellate tra le vie fumose delle metropoli americane. Statico, mosso da tremori impercettibili, dal bisogno di domare lo strumento che ha davanti. Si siede e ghingna, gli occhi ora vitrei ora presenti. Collare e catena al collo e parrebbe di aver davanti il vecchio Animal, tanta è l'urgenza di pestare pelli e piatti.
Nel mentre, si accendono i fari su di una t-shirt bianco viaggio stretta sulle forme da birra che contengono. Al di sopra un testone ricciuto, un sorriso duro e pacato, da domatore di campi sconfinati made USA. Un polsino verde acido, uno arancio elettrico, si avvicina al compare fibrillante e con un tocco lo placa, il primo di una vasta serie. Imbraccia il basso con manico in alluminio e si gira alla sua destra.
Se lo facessimo anche noi vedremmo un ometto, tarchiato e rachitico allo stesso tempo, immerso nell'accordatura di una chitarra rattoppata saldata ai fianchi. Pochi giri di chiavetta e manopole e raggiunto il suono voluto si gira. Dietro gli occhialni rotondi appare il prototipo del nerd, a metà tra Franceschini e Steven King. Poco sotto una pantera ci avverte ruggendo "Preparatevi perchè son cazzi vostri".
Cala il silenzio e si alzano le bacchette. Qualche sguardo e un ondata metallica comincia a colpirci le orecchie. Non smetterà per un'apnea di un'ora e mezza.
Fin qui è stato facile, ora proviamo ad immaginarla. Alla nostra destra sta un basso intenso e rugginoso che segue ora la chitarra, ora la batteria, ora un proprio percorso ostinato e indifferente al resto. A sinistra stridori, fischi, elettricità grattuggiata in balia di scariche che spostano, frenano e storpiano l'uomo-pantera. Al centro colpi e pestate, feroci, leggeri e deraglianti. Suoni sghembi, sopra bruciature, sopra muri massicci e polvere, calce, metallo ghiacciato schiacciato sulla pelle fino a bruciarla, frenate, sbandate improvvise e violente, carezze seguite a pugni. Un agglomerato di suoni, secchi, ossessivi, concentrici, ipnotici. Ci si trova in balia di un ondata che come il mare segue solo le proprie regole. Possiamo solo adattarci. Un momento veniamo investiti da energia pura, in una montagna russa spezzata, borderline. Giunti in cima ci troviamo compressi in un messaggio alieno che ci fa risalire tutta la stanchezza accumulata in settimana. Le gambe cominciano a cedere, la lucidità a tremare, la mandibola ad allargarsi. Prossimi al collasso, si riparte in un gorgo di macerie di suoni. Ancora qualche minuto all'mdma e la batteria non c'è più, sottratta al batterista prima del punto di non ritorno.
Le luci sono spente. Possiamo uscire tra la folla, mentre il dj accoglie il popolo post-midnight, inconsapevole di essersi perso la perfetta espressione delle tre scimmie, un monologo collettivo dall'impatto magnetico.
Ecco, immaginiamo una serata del genere, forse riusciremo ad avvicinarci al rumore artistico prodotto ieri sera dagli Shellac, impossibile da racchiudere appieno tra le curve di un vinile.



Grandiosi, come nel pezzo riportato qui sopra.
Ma potrebbe benissimo farvi cagare, ben intesi.

domenica 26 settembre 2010

sKOla - echi da una riforma (II parte)

Ho sentito parlare della crepa nell’aula 18 ma cazzo non ci potevo credere. I rega ne han dette di storie sulla vecchia aula, un vero fottìo e non basta un quadrimestre a campanarle tutte. Tra quella sull’anima del Zeno, il bidellaccio rosso che ci rimase negli scontri dell’occupazione del ’19, ma dicono tutti che se la cercò di brutto, il bastardo, e che lo spararono per errore; quella sulla forza galattico-magnetica o stronzate simili da secchiafrocetto, come la condenzione del dolore della scuola o puttanate varie. Che coglioni! Ancora lì a credere a ‘ste favole da pippettari new age. Penosi. Diceva Achille (e va là che di bazze non ne ha poche, lui) che probabilmente è una tattica da vecchi revisionisti (studentelli o intellettualini dell’università), che piazzavano ‘sti ampli sparastronzate per cuccarsi le simpatie degli studenti più idioti delle famiglie più zozze e per questo l’aula fa da magazzino. Ma dalle altre scuole ‘ste storie girano zero e importa sega. Entro e c’è un rumore. Mica alto, eh, ma impossibile non sentirlo. Vien proprio da dietro le berte a compressa, i dizionari di latrino, le guide Gelmi J in“Smsese – Italico; Italico – Smsese” e le casacche balilla per il campionato scolastico. Cazzo s’è fitto ‘sto posto! Beh, sai che faccio? Prendo il mangano, che non si sa mai sia un barbone o una merda di zingaro, negro o extra del cazzo che già se ne vede qualche ancora in giro ma qua dentro non ci devono entrare, RAUS! o son cazzi. Noi regàz scherziam mica. Che magari poi hanno fregato un cell e son lì che chiamano a casa loro, bastardi, che ci tornano pure invece di star qui. Vabbè, mi avvicino e il rumore si fa più forte, come un cine, un mp3 o giù di lì. Mica è una voce, son tante. Una sopra l’altra che quasi non si campana una sega. Mi faccio vicino e sai che è? Voci del cazzo di una lezione del cazzo. Solo che devo portare alla Galli una guida J che sennò i temi te lo scordi che li corregge ‘sta impedita, poi dopo c’è lezione col sergente (marcia e tiro) e se faccio tardi m’incula a suon di flessioni e mi tocca la ronda 7 un’altra volta e stasera c’è la partita con il Livorno e a ‘sto giro qualcuno ce lo facciamo rimanere, mica cazzi, che col Bonomia Lux si scherza mica.

Prende una guida e si gira. Le voci già sbiadiscono dagli inchiostri della testa rasata. Poche falcate ed è fuori.
Le voci no, quelle restano. Spillano dalla crepa del muro portante, un po’ alla volta. Non toccavano orecchio da tempo, parevano intimidite. Se potesse sentirle, la nuova armeria in noce capirebbe come ha fatto a finire lì in quella stessa stanza carica di muffe e vecchi suoni. Stanno parlando anche di lei, della strada spianata al suo arrivo. Dell’ultima, enorme, classe che ha avuto per aula la 18, trasformata in magazzino a causa delle strane voci percepite con sempre maggiore frequenza dagli studenti.
Radio Crepa, la chiamavano verso la fine, voce delle verità. Si potevano udire espressioni e discorsi di professori, studenti, segretariati, educatori e ministeri. Da tutta la penisola. Una micro cassa di risonanza fatta d’echi, calce e vecchi mattoni a cui arrivava e scaturiva di tutto, perfino una rivolta considerevole, per i tempi. Giunta ai piani alti la notizia (era il periodo delle “Riforme Restauro”) era stata attivata celermente la circolare 88/d3u7x4 con ordine di chiusura dell’aula al personale non autorizzato, pena la soppressione dell’intero liceo.
Ed oggi, proprio ora che l’acido sudore del giovane centurio continua a percepirsi, si possono sentire le voci della vecchia classe 18. Settembre 2011, quando il Maggiore Morris (Morrisi alla nascita, i finale troncata per “gagliardizzare” il cognome, a sentir lui) fece il suo ingresso marziale in V A, dando il via al tour di raccolta crediti formativi richiesto dal ministero.

- Rega oggi gran bazza, salta greco! - sbercia Renato scalciando la porta. Si spegne la baraonda, tutti i fari sono per lui.
- Finetti, alzati un po’! - dice a un compagno alzandolo in malo modo e spingendolo verso i posti in piedi in fondo alla sala.
- Che palle Renni, ma sempre io?- pigola il ragazzo dall’aspetto tisico mentre raggiunge i compagni di turno al muro portante .
- Non rompere i maroni Finetti che sennò vedi. Eppoi oggi in prima fila ci sto io, che m’interessa. Viene uno a parlar dei nuovi crediti formativi, altro che scacchi o pugnette simili, eh Fengiuz? –
In risposta, un grugnito.
In classe dilaga un crescente mormorio. Saltare greco il giorno della versione è un evento raro. Voci, ipotesi, ricostruzioni campate in aria si tessono intorno al silenzio di Renato che, in bilico sulla sedia ostenta una compiaciuta indifferenza al caos creato. Chi assicura che la prof è malata, ma no, è morta, ma che dici, è fuggita con l’amante in qualche luogo tropicale; chi sostiene che sia accaduto qualcosa di grave che riguarda la scuola, durante la notte, e che Renato lo sappia perché figlio del sindaco, ma se è così non ci si spiega la sua presenza; altri ancora convinti che verrà la preside, chissà, con le forze dell’ordine, a portar via Tommaso che si è sempre saputo gli ambienti che bazzica ed uno come lui in scuole come questa non è visto affatto bene, una cazzata delle sue, senz’altro, e questa volta non gliela fanno passare liscia; Tommaso poi butta lì per provocare che verranno gli acchiappafantasmi per le voci che si sentono ogni tanto in aula ma un coro di va a caghér! lo zittiscono subito facendolo tornare alla sua lettura polverosa. Si aggiungono altre ipotesi di ogni genere e declinazione e più il tempo passa più diventano assurde e senza senso, mentre il sorriso di Renato occupa ormai metà della faccia solitamente accidiosa. Metà classe è ormai in preda ad una curiosità morbosa, quasi fisica, e comincia a inventarsi stereotipie di ogni tipo; l’altra metà freme in silenzio, logorandosi in silenzio. Solo Renato se la gode e continua a dondolarsi fischiettando un motivetto irregolare a tortura dei due gorilla spacciati per amici che gli siedono accanto, altrettanto se non maggiormente curiosi del resto della classe; anche Tommaso, a ben guardare, pare indifferente, arroccato su un passo di difficile interpretazione (purtroppo il titolo dell’opera non è dato a sapersi).
Un meccanismo perverso, a cui sembra non esserci rimedio, dilaga e strazia gli astanti, neanche lo sguardo arricciato da miope, della professoressa di greco sembra funzionare, questa volta. A squarciare la tela perversa, un verso rugginoso, quasi metallico, una secchiata a 32 gradi fahrenheit chiusa dal colpo secco di due tacchi spessi tre dita.
- AAAAAT-TENTÌ!
Sulla porta si staglia un uomo in divisa. Neanche tanto alto in verità ma terribilmente imponente. Mento squadrato, cranio rasato, postura rigida, sguardo ferino. Il viso glabro tranne per un mimetico paio di bianche sopracciglia si sposta ad osservare tutti i presenti alternando da Renato a Tommaso, tutte le gradazioni di severa curiosità e feroce disprezzo.
Il silenzio creato si fa più pesante, opprimente. Riempie ogni angolo e incatena ogni pensiero, perfino nella professoressa. Dopo un minuto carico di tragedia gli scarponi del tizio si muovono fino alla cattedra, dove viene depositato un fascicolo spesso due palmi.
- Buongiorno. - spara verso la classe attonita piantando i pugni sui fianchi.
- Pfff… sembra Totò in un film di guerra. - sussurra Melchiotti a Tommaso, che finge di non sentire.
- Ho detto BUONGIORNO! - cannoneggia fulminando i ragazzi. Il mormorio in risposta scatena un grido ancora più alto e l’imposizione ad alzarsi in piedi, quando salutati da un superiore.
-…cioè, da un adulto. - si corregge il maggiore ripiombando in un penetrante silenzio che riesce a mettere a disagio perfino Renato.
Passa un altro minuto e il maggiore riprende a parlare. – Come dicevo, buongiorno a voi gioventù dell’oggi, futuro della nazione! Sono il maggiore Morris, qui dinanzi a voi su precisa indicazione del ministero. Vi illustrerò celermente i nuovi crediti formativi curricolari entrati in vigore su scala nazionale da quest’anno dopo le sperimentazioni a livello regionale di quello precedente. Ci sono domande? Bene, nel caso, riservatele per la fine e che siano brevi. Non ho tempo da perdere, io. E nemmeno la vostra professoressa, vi aspetta una versione di greco, dopo. - sguardi d’odio verso Renato, non più così spavaldo come al solito, ma per un attimo, poi di nuovo verso i tratti lignei del maggiore.
- Giovani, per chi non lo sapesse viviamo in tempi difficili, duri e allarmanti. Il paese diventa ogni giorno più degradato, insicuro e pericolante, e sapete perché? Perché siamo in un costante pericolo di attacco. Su tutti i fronti! I nostri sacri confini e le nostre tradizioni vengono costantemente minati dall’interno e dall’esterno. Ci è stata data la tecnologia ed ogni mezzo per il sollazzo, per allontanarci dal sano cameratismo che contraddistingue ogni uomo e donna degno d’essere chiamato italiano! Ci si vuole rendere triste isole, frammentate, mentre il barbaro invasore s’insinua nel nostro tessuto sociale appropriandosene poco per volta, i-ne-so-ra-bil-men-te!!! Chi di voi sa cosa succede la sera per le strade? Chi di voi si rende conto dell’erosione a cui assistiamo giorno dopo giorno? Alle innumerevoli sofferenze che i nostri concittadini sono costretti a sopportare giorno dopo giorno e a cui lo Stato non può più far fronte come vorrebbe, per colpa di biechi figuri che trattano la politica come un mestiere qualunque, accusando, boicottando e calunniando chi, giorno dopo giorno, tanto s’adopera per il bene del suolo natio. Sì professoressa, lo so, non siam qui per fare politica, ma è giusto che i giovani sappiano, che si preparino, che comprendano quanto ci sia bisogno del loro agire per riprendere in mano le redini di questa povera Italia, ma non solo! anche di quella povera vita a cui andranno incontro se non faranno presto qualcosa, se resteranno fermi ed inermi davanti agli schermi dei loro computer e delle loro televisioni. Giovani, studenti, futuri uomini e donne italiani, i vostri compatrioti lombardi già da un anno stanno provando il corso “Allenati per la Vita”, un corso in cui le varie attività proposte permettono di avvicinare, in modo innovativo e coinvolgente, il mondo della scuola alla forze armate, alla protezione civile, alla croce rossa e ai gruppi volontari del soccorso tramite attività ludico-formative quali lo sparare con pistola ad aria compressa, il tiro con l’arco, l’arrampicata ed il confronto con percorsi ginnico-militari d’impronta rigorosamente appenninico-alpina che prevedono una gara pratica finale tra le diverse pattuglie di studenti. I vostri collegi e fratelli lombardi già da un anno praticano questo corso gagliardo e i risultati già si vedono sul campo: il tenore di vita è migliorato del 40% rispetto all’anno precedente, il Pil del 23% e il tasso d’ottimismo ben del 62%. Ma non è tutto, da quando le pattuglie, in primavera, sono state presenti sul territorio l’immigrazione clandestina è diminuita ben del 38% e con lo spaccio di droghe nelle strade, il degrado cittadino del 49% e l’incidenza di tumori ben del 87%! Lo so, dopo un solo anno è ancora presto per capire se sia tutto merito dei nostri corsi, a cui, vi ricordo, ha aderito con entusiasmo la maggior parte degli studenti. Perciò mi rivolgo a voi, nostro futuro, cosa volete fare? Rimanere con le mani in mano? Tu per esempio! – sbraitò indicando l’ormai cinereo Renato – sono sicuro che saresti un capo pattuglia fenomenale, abbiamo già tantissimi iscritti dagli istituti tecnici che necessitano delle vostre fresche menti per essere guidati alla gloria. Cosa aspettate dunque? È un’ occasione unica, irripetibile. In più, come previsto dal decreto 9846/bis approvato ieri sera in senato, l’adesione a tale gruppo faciliterà non solo la carriera liceale et universitaria ma perfino le possibili carriere nelle professioni future. Chi ama e risponde alla propria patria da questa sarà ricompensato. Ricordatevelo! –
Detto questo arpionò Renato per il colletto piazzandogli in mano il fascicolo di volantini da distribuire ai compagni.
- Veloce ragazzo, che la morte non aspetta. Ho già parlato con tuo padre che mi ha assicurato di poter contare su di te e sul tuo entusiasmo. Ci sono domande? - sbuffa al resto della classe con fiera esaltazione.
Tra lo sbigottimento generale si alzò una mano. Sia il maggiore che la professoressa avevano notato la febbrile attenzione e velocità con cui Tommaso aveva preso appunti durante la presentazione. Si era infatti segnato tutti i passaggi ritenuti poco chiari, le percentuali e statistiche allucinate e le inquietanti asserzioni che riteneva infrangere la legge 645/52. Scostato il ciuffo e piantati gli occhi in quelli gelidi del maggiore, stava per aprire bocca quando la professoressa gli aveva intimato di andare in presidenza senza fiatare, pena la sospensione, permettendo così al maggiore di uscire indisturbato da una classe messa al sicuro da domande spiacevoli.

Uscito di classe il maggiore venne accolto da un uomo azzimato, capelli bianchi, occhi incavati e cerchiati da troppe ore di sonno arretrato.
- Complimenti maggiore, ottimo discorso. Un po’troppo morbido, se mi permette. -
- Ci mancherebbe signore – disse chinando il capo – cercherò di essere più incisivo nelle prossime classi. –
Uno sguardo d’intesa e l’uomo in nero scendeva già le scale, diretto all’uscita. Tra il primo e il piano terra s’incrociò con un ragazzetto moro, dinoccolato, impegnato in una rapida telefonata da corridoio.
- Non puoi immaginare Albè, che cazzo di discorso ci ha fatto quel tizio! E gli altri imbecilli tutti ad ascoltarlo estasiati! Giusto Renato s’è cagato sotto, l’ha capita lui la solfa, non ne ha mezza il fighetto. Sì, sì, pura apologia ti dico, non puoi capi…-
Una mano secca a chiudergli il telefono, dietro, un ghigno giallastro. L’indice sulla bocca del ragazzo, deciso e pungente.
- Meglio star zitti, ti pare? – con fare mellifluo – Torna ben in classe e pensa a studiare invece. -
Il ragazzo rimase lì qualche minuto, poi tornò in classe.
Era l’unico a non aver ancora aderito al corso.

(Piccola storia ispirata dalla lettura di articoli come questo e questo.)

giovedì 23 settembre 2010

Da lontano era un'isola







Da lontano era un'isola è un libro di Bruno Munari pubblicato nel 1971 per le Emme edizioni, ristampato prima da Einaudi e poi da Corraini.
Il titolo prende spunto dalla osservazione diretta di un sasso che da lontano assume la forma di una perfetta isola con castello. Nel libro si possono trovare tanti spunti interessanti per aprire le porte all'immaginazione. Ogni sasso che Munari ci presenta racconta una storia:

Visti da molto lontano alcuni sassi sono come un piccolo mondo con i loro continenti le isole i mari. gli astronauti vedono così il pianeta Terra avvolto nelle nuvole.


Solo i bambini e gli adulti che rimangono bambini possono raccogliere gli echi di queste storie fantastiche, provare per credere, basta impegnarsi. In realtà è più facile di quanto sembri, basta trovare una spiaggia dove ci sono tanti sassi ed iniziare a camminare con gli occhi ben puntati a terra. Può risultare utile passeggiare con un piccolo contenitore dove riporli e con un paio di Super occhiali per non affaticare troppo gli occhi che come vedrete si stancheranno molto nella ricerca. Ogni sasso è diverso dall'altro. Sono pezzi unici. Tante Opere d'Arte. Facciamo come ci consiglia Munari e impariamo a giochiare con l'Arte osservando questi Micromondi dove è possibile ancora sognare.

Giocare con l’arte? Ma capiranno? Così piccoli, capiranno cos’è l’Arte?
Capire cos’è l’Arte è una preoccupazione (inutile) dell’adulto.
Capire come si fa a farla è invece
un interesse autentico del bambini.

P.S: Con i sassi si possono fare tante attività didattiche a scuola, si possono usare come alternativa ai soliti strumenti e sono validi anche per attività con soggetti autistici.
Credere per provare!

sabato 18 settembre 2010

2H non mi piaci!

Compiti Itineranti è un rubrica che raccoglie compiti che svolgiamo quotidianamente nel lavoro che facciamo a contatto con i bambini. La novità assoluta consiste nel dilazionarli all'interno del Blog come approfondimenti tematici per approfondire in maniera del tutto disinteressata quelli che sono i temi più cari ai bambini.
Partiamo dal primo.


1)Il materiale scolastico

Dicesi materiale scolastico quell'equipaggiamento che fa del semplice bambino uno studente: quaderni a righe e quadretti, astuccio contenente penne, matite, righello, temperino, colla e forbici, gomma da cancellare e colori vari. Entrando nello specifico tempere e acquerelli, album da disegno e carta lucida, compasso, squadre, regoli e Abbecedario se partiamo dall'inizio. Una volta avremmo aggiunto anche grembiule e fiocchetto ma visto che i tempi sono cambiati accontentiamoci della moda tout-court.
Il corredo di ogni singolo alunno è fondamentale e vieno spesso usato come una specie di carta d'identità che i bambini amano esporre sui loro banchi da lavoro. Basta osservare con attenzione come e con quale cura il bambino sta dietro alla sua piccola cassetta degli attrezzi per arrivare con pochi elementi a capire se dietro si nasconde un vero bricoleur. Ai bambini che si apprestano a riempire le pagine di lettere in corsivo e stampatello dovrebbero spiegare per bene che la matita 2H non perdona. Che dolore agli occhi vedere queste pagine trafitte da segni chiari e poco visibili ma così profondi da sembrare punta secca. Anche se cancelli mille volte il segno rimane e l'errore diventa sempre più nitido, incisivo, assillante a ricordare che la grammatica non perdona. Le sbavature di matite rosse e blu anziché contornare gli articoli si espandono a macchia d'olio, un tripudio di colore. I bambini quando si trovano faccia a faccia con questi errori si innervosiscono e pretendono che la maestra abbia la Super Gomma per cancellare, una volta per tutto. Ogni volta che la scena si ripete ripenso agli anni in cui facevo le Elementari. Ricordo la maestra così precisa e meticolosa: oltre alla succulenta lista di cose da acquistare aggiungeva i nomi delle marche migliori, una forma molto autorevole di pubblicità meritata che faceva la fortuna dei piccoli cartolai dell'angolo e che permetteva di non sbagliare.

Se l'ha usata la maestra non puoi sbagliare
!
Se te la consiglia la maestra vuol dire che funziona, provala!
Signora, la Maestra si rifornisce qui da noi da anni, queste biro sono le migliori
E come non darle torto, quella sì che era una Maestra con la m maiuscola, di quelle che quando entrava in classe ti veniva da stare in silenzio perché avevi voglia di starla ad ascoltare.

I pastelli Giotto dal profumo indistinguibile di legno non potevano tradire il neofita ed anche se la mamma nell'acquistarli aveva imprecato un po', il rendimento era ottimale e questo le avrebbe fatto riconquistare il sorriso. I dieci fioccavano con esuberante facilità. Oggi le cose sono un pò cambiate. La lista è sempre lunga, non viene più scritta dagli alunni sul quaderno ma consegnata come un avviso da allegare nel quadernino delle comunicazioni. Una fotocopia che riporta il numero esatto del materiale che servirà al bambino. Per evitare qualsiasi congettura in termini di propaganda pubblicitaria si lascia tutto al piacere dell'interessato. Il genitore, lista alla mano, si recherà in uno dei centri commerciali più forniti e comprerà quaderni e penne a volontà risparmiando il più possibile per mettersene da parte una bella scorta. E così di matite 2H non una ma 20 e penne e colori a volontà. Se i maestri hanno smesso da un lato di consigliare i genitori sui prodotti migliori per la scuola dall'altro però diventano severi giudici quando vedono che i bambini sono costretti a scrivere con il materiale errato. Del loro declassamento qualcuno dovrà pur "pagare". Forse qualcuno obietterà che una penna vale l'altra e su questo potremmo anche trovare un punto daccordo ma sulla matita non è possibile. I bambini prima di arrivare alla penna devono imparare a scrivere con queste. Non so chi ad un certo punto l'abbia deciso, se sia giusto o meno, è così e AMEN.
Non bisognerebbe eccedere nella quantità ma ritornare alla SANA qualità, soprattutto per insegnare fin dall'inizio a rispettare gli oggetti, a tenerli con cura. Se una cosa l'hai pagata molto la custodisci come un gioiello. Questa è una regola universalmente nota. Posseggo ancora le matite, i cosiddetti mozziconi che usavo alle elementari ed ancora colorano bene. Il compasso di quando studiavo al liceo non ha perso neanche un colpo ed è ancora riposto nella scatola originale. A distanza di anni, quando i ricordi sbiadiscono è un oggetto, un frammento che spesso viene in aiuto a farci districare nel caotico dedalo dei ricordi. Non c'è Facebook che tenga. Il ricordo che nasce da un oggetto ritrovato che ci apparteneva e al quale eravamo affezionati è potente come una matita che per scrivere non sia nè troppo dura nè troppo morbida: semplicemente PERFETTO. Insegnare ai bambini che anche gli oggetti hanno una loro anima è utile e fondamentale in una fase di decrescita e RI-valutazione degli affetti materiali.

venerdì 17 settembre 2010

Lettera a Mary Poppins numero 1


Parti dall’inizio: Chi era tuo padre e chi era tua madre, che rapporto avevano e di cosa ti parlavano quando vi sedevate a tavola, procedi con i voti che prendevi a scuola, con le volte che hai rubato caramelle al bar di tua nonna, quante bugie hai detto, quante volte hai sognato di fare a pezzi la tua Barbie ed il suo Pony e poi quante possibilità eri in grado di elencare per fare in modo che non trovassero tracce sul luogo del delitto, riconosci te stesso e cosa vedi oggi in questa foto.
A ruota libera: Il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto??? Preferisci il bianco, il nero o il colore? La Coca-Cola o l’aranciata? La madre o il padre? Hai mai rinnegato qualcuno? Chi rinneghi per primo e chi per ultimo, la tua maestra credi abbia mai pensato al suicidio o ad un omicidio di massa, il tuo migliore amico ha mai conosciuto il tuo bisnonno? Agorafobico o aracnofobico? Ti piace quando ti leccano l’alluce o ti piace di più vestirti da barman e camminare in piena eccitazione in mezzo alla gente? Hai mai pensato ad una montagna o ad un fiume e l’acqua era limpida o sporca? Limpida o sporca.
Interpretazioni non-sense: cosa significa mordersi le labbra o sudare freddo quando l’ascensore scende veloce, quando una macchina ti sfreccia vicina e pensi: oddio poteva mettermi sotto e non l’ha fatto, Sono salva!!! Ma che fortuna domani diventerò sicuramente migliore. Ecco un buon proposito per arrivare senza ansia all’altare, io come una giovane sposa e lui come un equilibrista convinto. Mary Poppins non sai che gli uomini non hanno mai posseduto un senso estetico per le calze e per tutto l’intimo in generale ed è per questo che oggi ti scrivo per salvarmi. Salvami dal piccolo Edipo con gli occhi piccolissimi dietro i suoi occhialoni da intellettuale che lo rendono abbastanza saccente e bifolco. Geometrie dei sentimenti, me lo hai insegnato te che a volte siamo punti massicci, a volte lunghe linee solitarie che si perdono all’infinito, attraversando luce e suoni, luce e suoni.
Una volta, ricordi, ho sbagliato ad osservare ed ho scambiato un sadico con Babbo Natale? Mary Poppins credo di non aver imparato la lezione ed oggi ci riprovo aggiungendo all’errore il gusto proibito che solo i miraggi sanno ottenere. Morgana e Pandora mi alitano alle estremità del letto tirando ognuna dalla propria parte. Prima che cambi il vento in modo favorevole mi piacerebbe che questi amici impazziti riescano a raccogliere i passi di questa melodica danza. Hai promesso di non farmi più soffrire del grave disturbo ossessivo-compulsivo, del Supercalifragilistichespiralidoso, non presente nel DSM quarto. L’anno prossimo forse per regalo verrà inserito nel quinto. Comincio ad appuntare i sintomi che riesco nonostante la fatica a rilevare. Nel frattempo Dio mi aiuterà.

P.S: ho bisogno di un nuovo ombrello e di un marito che all’occorrenza sappia di fresco e pulito. Per il resto puoi liberamente inventare tu. La fantasia non ti manca.


Con affetto e sinceRità- iLarità-cordiAlità-

lunedì 13 settembre 2010

"Sozaboy" di Ken Saro-Wiwa

La prima volta che ho sentito parlare di questo libro è stato ad uno speciale di "Che tempo che fa", ospite speciale Roberto Saviano. Si parlava, tra i vari argomenti, di letteratura, grande e scomoda, e di autori a rischio di morte per il proprio operato. Una storia appassionante, quella di Saro-Wiwa e del suo operato. Autore da segnare, cercare e leggere.
Poi vinse il divano. Penna e carta rimasero al loro posto e il suo nome, così complicato per orecchie zeppe d'occidentalità, finì nel dimenticatoio, lasciando qualche labile traccia di devo cercare... sotto soglia d'attenzione.
Fortunatamente quella presentazione non morì lì ed essere un autore di risonanza significa anche ridare voce a chi non ne ha più per forza di cose. Amplificarla, farle prendere il largo. Giudicarla no, non importa. Bastano un paio d'orecchie o d'occhi e la voglia di attivarli per far questo. Fattostà che girando in libreria mi cade l'occhio su questo nome in rosso Sozaboy e sul sottostante Saviano. Qualche movimento sinaptico e voilà, alla faccia del pigro dimenticatoio.
L'opera è particolare. Da una lato trascinate e vorticosa, dall altro di non facile lettura, visto lo stile arzigogolato e saltimbantico di scrittura (la traduzione dev'essere stata veramente pesante per il dicono ottimo Piangatelli) che fa parlare Mene, il sozaboy, in un candido creolo, quasi infantile nel suo sbilenco ragionare. Scritto in prima persona, salta e zooma da un tempo all'altro ponendo il lettore in situazioni da presa diretta, documentario ed antica reminescenza tra un capoverso, per non dire parola, e l'altro, ricreando il senso del casino totale della Nigeria '67/70. Come lettura non è leggera subito, a tratti frenetica, a tratti immobile e l'edizione italiana ha omesso il sottotilo d'avvertenza di quella originale: A Novel in rotten english. Non è solo l'uso della grammatica ma anche il lessico spiccio, le storpiature da pidgin del luogo, a sballottare il lettore da un tempo all'altro fino ad avere un senso d'eternità degli avvenimenti narrati. Si attraversano gli scenari della guerra del Biafra, delle nascenti corruzioni del delta del Niger, con lo sguardo ingenuo e troppo lontano dalle dinamiche di quella storia in cui si scopre intrappolato Mene.
Perciò, anche se la lettura a volte si fa incespicante, paerndo ripetitiva, la forza del libro in sè è unica, oggi come allora, 1985, anno di pubblicazione. Interessanti anche la prefazione e la postfazione, che permetteno a chi non mastichi liscio liscio di storia africana o di petrolstoria di comprendere meglio il periodo e lo spessore artistico ma sopratutto umano dell'autore.