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lunedì 13 febbraio 2012

I'm the Blizzard king, I can do everything

Per ora siamo sopravvissuti. Nonostante il 21/12/12 sia sempre più vicino, anche questa volta ce l'abbiamo fatta.  The "Greatest ever seen blizzard" (in stile quasi kinghiano) è passato, ha fatto quello che doveva fare ed è tornato via. Il sole non è stato sconfitto e un po'lo dobbiamo anche ai nostri amministratori, dai, sempre attenti e pronti a prendersi le proprie responsabilità.

Capita però che il tempo necessario a prendersi cura dei propri elettori non sia sempre sufficiente e sia perciò necessario diramare comunicati dell'ultimo momento (N.B. l'esempio è stato corretto rispetto alle prime bozze) che non sempre chiariscono quali provvedimenti vadano presi. In molte scuole venerdì non si è capito se fosse o meno obbligatorio venire a ritirare la prole e nello stesso istituto comprensivo capitava che si dessero agli stessi genitori indicazioni opposte (obbligo sì alle elementari, obbligo no alle medie). In altre scuole gli insegnanti hanno picchettato rimandando al mittente i pupi, mentre in altre ci si interrogava della portata degli ingorghi che si sarebbero creati se tutti i genitori fossero riconfluiti verso le scuole nello stesso momento.
Reasta il fatto che la decisione di come muoversi è stata lasciata ai presidi e questo per evitare lamentele come nel week-end precedente (in cui, per rimediare ad un giorno di disagi, si era risposto con quattro giornate di chiusura coatta dei vari istituti). Ormai il peggio pere essere passato, il sole torna a far capolino ed ai posteri resterà la serie di approfondimenti antropologico/iconografici accumulatisi in questi giorni.

Masse a parte, a noi cosa è rimasto di tutto ciò?
Personalmente, il rallentamento effettivo dei tempi (e dello stress) delle mie routine (nonostante gli spostamenti siano rimasti gli stessi) con in allegato la constatazione che bastano 10 minuti per trasfigurare il traffico e le persone di una città (provate a prendere l'autobus verso le 7 e il giorno dopo verso le 7:15); il rilassamento conseguente al vuoto mentale per le varie attività di cura intorno a casa; la riscoperta di chi esiste intorno a dove abito e delle tante cose che si possono fare insieme; fare la prima esibisione del coro in Piazzetta della pioggia, sotto la neve, ottenendo, di riflesso, il primo mancamento di una ignara fan; momenti di pace e lirismo passeggiando tra il bianco.; trovare esempi di come ci si può reinventare in ogni situazione
e a voi cos' ha portato il blizzard?

lunedì 11 luglio 2011

Avviso ai naviganti

Dopo quasi un mese di silenzio e pressocchè totale assenza dalla rete, questo breve post potrà sembrare superfluo. In effetti lo è.
Ma all'orizzonte si prospettano un paio di mesi che difficilmente ci vedranno impegnati davanti a schermo e tastiera: il primo per motivi di sovrabollitura e cortocircuito cerebrale avanzati (la terribile formula di caldo moltiplicato per tante ore tra infanti, il tutto elevato per un'annata a dir poco strong) e il secondo per una probabile lontananza coatta (ma ferievolmente piacevole) da varie forme di tecnologia.
Spiace sempre rimanere in silenzio, specie in momenti come questo (tanto per dirne uno o un altro), ma il tempo e le energie per dar forme concrete ai grovigli crescenti sono agli sgoccioli, e doverosamente orientate ai piccoletti rimasti in città, a cui cerchiamo di offrire storie, domande e punti di vista sempre nuovi.
Gli occhi rimangono bene aperti, e le orecchie spalancate. Le bocche serrate (o dita ripiegate) altro non sono che l'aspetto visibile del silenzio mentale necessario a far risuonare la rinfusa di pensieri, a creare ordine.

Per un altro po' è perciò molto probabile che la nostra cyberlontananza continui (ma magari anche no e queste poche righe serviranno da sole a stimolarci, chissà ;-p), almeno sul blog (su twitter c'impegnamo a mantenere una costante presenza incostante). 
Per chi passerà di qui rimandiamo al blogroll, pieno di strade accidentate e tortuose in cui immergersi.
Nervi saldi e piedi ben piantati a terra, si ballerà ancor più di quanto abbiam fatto finora.

lunedì 20 giugno 2011

E' solo questione di nuances

Capelli grigi: non è colpa di alimentazione e stress
                  Addio capelli bianchi, una molecola farà ritornare il colore,
                                  Capelli bianchi, la causa in ciò che mangiamo,
                                             Perchè compaiono in giovane età?
                                                              Tecniche per coprire i capelli bianchi,
                                                                                   Capelli grigi: se li strappi, triplicano,

Ecco, lo sapevo. Primi capelli bianchi che arrivano e un'imbarazzante quanto amletica domanda a occupare i miei pensieri di fine giornata: li lascio stare o me li tingo? La rete non porta consiglio, giro tra un sito e l'altro e mi soffermo a guardare qualche bella foto di chiome in Sale e Pepe. Gli uomini naturalmente sempre ritratti con disinvoltura, guardo George Clooney ammiccare fiero dei suoi capelli  mentre al femminile solo foto di chiome o altamente ossigenate o da signore un pò troppo attempate. Qualcosa di più vicino al mio stile? Neanche a pagarlo oro, o troppo Trendy o troppo Nonna. Qualcosa che non somigli troppo a Crudelia Demon e tantomeno a una versione sexy di Madonna ai tempi del Blond Ambition Tour.
Il momento della fatidica domanda arriva per tutt*, chi prima chi dopo davanti ad uno specchio ci passiamo. Sono un paio di mesi che ho notato qualche capello affacciarsi sul mio viso da Trentatreenne organizzata. Tutti a dirmi: ah si, ma mica li dimostri! infatti, mica li dimostro. Se mi siedo a gambe incrociate in mezzo ad un gruppo di bambini riesco ancora a mimetizzarmi perfettamente ma se i capelli si moltiplicano non potrò più usare questo trucco. Credevo bastassero biberon di thè verde e frutta a volontà per allontanare i radicali liberi e invece NADA= Niente = Nothing, qualche radicale ce l'ha fatta, ha oltrepassato la cortina di ferro ed i primi capelli canuti son arrivati. Ne ho qualcuno qui vicino alla vertigine della frangia, ho pensato di ignorarli ma sembrano contagiosi. Da due, tre si allargano, qualche amica mi ha detto di non provare a strapparli che il dio Grey si intestardisce e ti riempie la testa. Per carità, guai a controbattere dicerie popolari e poi perchè strapparli? Qualcuno alle prime apparizioni ricorre subito al parrucchiere o a tinte fai da te che sembrano dire ogni volta: Achtung! se mi usi una volta poi non potrai più farne a meno. Allora che fare? ripeto dubbio amletico, li lascio stare? o li ignoro, come faccio con i fottuti tarli che son tornati a smangiucchiare la credenza dei bisnonni di Ub. Ignoro o combatto, stermino capelli - tarli- continuo a far finta di non vederli o corro ai ripari, provando con una nuances vicino alla mia? Castano chiaro, medio, scuro, ebano, cioccolato e liquirizia ce n'è per tutti i gusti. Scegliere una nuances è come scegliere un vino all'IperCoop di Villanova di Castenaso. Opto per il risparmio oppure punto sulla qualità? non li tingo dai tempi memorabili del primo anno d'Accademia di Belle Arti, forse ho dimenticato anche come si fa ma se mi impegno riporto tutto a com'era prima dell'incontro con sti quattro radicali liberi. Nel frattempo potenzio frutta e verdura, il thè verde lo faccio più forte e poi esagero con piante aromatiche dal timo al rosmarino passando per la salvia e l'origano. 
Nel frattempo una miriade di clichè da sfatare: gli uomini brizzolati son tutti affascinanti e le donne sanno di trasandato: non è vero, non è assolutissimamente vero. Conosco signore che indossano il bianco in testa con un eleganza da far invidia e uomini che con il loro brizzolato a macchie sembran più dei cuccioli di Dalmata che altro. Come al solito è una questione di sicurezza ed eleganza. Questo non basta a convincermi a tenermi questi quattro peli bianchi. La commessa di Acqua&sapone dice che la giusta nuances ti ravviva il colore, e che oramai in commercio si trovano solo tinte molto delicate che neanche te ne accorgi che le stai usando, può star tranquilla,e poi fà sempre in tempo a tenerseli al naturale, ma così giovane è quasi un peccato...
già..un peccato...

Scusi Signorina
cosa stava dicendo delle Nuances....................



domenica 29 maggio 2011

Stralci di riflessioni su ondate, loro ampiezza e intensità

Non so quante persone correranno a votare ai ballottaggi oggi. Se sarà più ampia l'ondata di elettori che, dopo due settimane di martellamenti di questo tipo


si precipiterà in massa verso le urne (come nella scena di Head of the state in cui gli elettori repubblicani, famosi per la propria indeolenza deflagrano per le strade davanti alla possibilità di un presidente nero... yes we'll can).


Se l'effetto sarà quello voluto o se il tentato vaccino farmacatodico non smuoverà altri tipi di anticorpi.


Una cosa è certa. Tutti i tifosi possono andare a votare tranquilli, il libero svolgimento democratico non toccherà i loro beniamini in scarpette chiodate.

Si prospettano due giorni interessanti, se non altro per vedere quanto siamo ancora vittima dell'influsso di gadget e spot allucinatori.

sabato 14 maggio 2011

I 5 libri della vita

Ci sono domande che non hanno una risposta definita, sono in continua evoluzione e per questo, nonostante la solenne aura di esistenzialità che le circonda, sono destinate a cambiare di continuo. Quali sono le tre cose che porteresti su di un'isola deserta? La top ten dei migliori film mai visti? E quella dei dischi? Qual è la cosa a cui non rinunceresti mai?, non sono altro che una forma popoular di test proiettivo, a cui si tende rispondere con grande attenzione per non rischiare di dare la risposta "sbagliata", incappando in oscure interpretazioni da parte di chi ci circonda. L'aspetto interessante, al di là di quello psico-ludico, sarebbe il poter confrontare se nel tempo le risposte che diamo rimangono le stesse oppure no. Come cambiano, come si evolvono e perchè. 
Una piccola finestra su di sè (o almeno, sui propri gusti).

Ma lasciamo stare i vari psicologismi da nevrosi galoppante e torniamo alla questione principale.
I cinque libri della vita. Un'iniziativa della BOL che arricchirà le biblioteche di quattro istituti comprensivi italiani (quindi più di quattro scuole). E' attiva per altri due giorni. Rapida e indolore. Da fare con una concentrata leggerezza.
Ecco la mia, in ordine cronologico:


I motivi? Sono tanti, difficile dire. Si potrebbe ipotizzare che uno è per l'amore verso la lettura, l'altro per la passione, per come la Storia possa essere raccontata in maniera avvincente, per la molteplicità dei piani di lettura in un racconto che diventa vita e per lo stimolo a raccontare, ad esporsi, senza quintalate di merda snobbosa sotto il naso.

[un grazie particolare a jumpinshark per l'ironico spronare a scrivere questo post. Dirgli di no era impensabile.]

lunedì 9 maggio 2011

Sciami


Una giornata di traffico aereo condensata in un minuto. Come sciami di falene, le condensazioni di aerei dipendono dall'ora del giorno e dalla quantità di luce presente. A colpire è il divario, l'esagerato sbilanciamento di traffico tra i due emisferi.
Basta un minuto e l'economia mondiale, nella sua opulenta tracotanza, è sotto ai nostri occhi.

giovedì 5 maggio 2011

2011 Odissea nel futuro: la fine di ogni male

Non c'è che dire, l'happy end alla fine arriva sempre, così come i conseguenti happy hour per le strade di tutte le terre libere.
Per chi avesse ancora dei dubbi è ora di capirlo. Siamo salvi, il bene ha trionfato.
Definitivamente.
Le terre di mezzo sono finalmente al sicuro da ogni pericolo. Possiamo tirare un sospiro di sollievo e sorridere, eternamente grati, ai nostri valorosi guerrieri, paladini della libertà che con sprezzo del pericolo hanno affrontato il Nemico.
Grazie all'epico sforzo di tutti questi eroi, oggi posso dire di sentirmi molto più al sicuro.
Da domani ogni cosa migliorerà, me lo sento.
Caleranno i prezzi di case e mattone, aumenteranno i redditi, i servizi pubblici raggiungeranno il più altro grado d'eccellenza. Calerà vertiginosamente anche il costo del petrolio, che inoltra sarà usato limitatamente, perchè comincerà la grande era dell'uso delle energie rinnovabili. Crollerà ogni tipo di sistema conosciuto e se ne stabilirà uno nuovo, pacifico ed armonizzante. Anche l'economia cesserà ogni cinica barbarie e in pochi anni sarà dimenticato perfino cosa sia un'arma o un delitto.
Ogni cosa si ripiegherà su se stessa, migliorando esponenzialmente. Riusciremo tutti ad esperire percezioni inedite, strabilianti, con uno scatto in avanti veramente rivoluzionario.
Esorbiteremo.
Tutto grazie alla fine di un sol uomo.
O forse no?

sabato 30 aprile 2011

Countdown

Mancano due settimane e la commissaria ci saluterà. Siamo pronti a voltare pagina, dopo l'affaire Delbono. Le urne si scaldano, le matite vengono affilate, si comincia a scalpitare, trepidanti, come nelle migliori occasioni.
O no?
Non posso certo parlare per tutta la città, nè per una sua parte consistente, ma ogni persona che conosco si sta avviando a queste amministrative con molto più che qualche semplice dubbio. A Bologna siamo storditi, anestetizzati. Ci avviciniamo a queste votazioni sapendo già chi non votare (sia a destra che a sinistra) ma senza un'idea precisa di chi vogliamo vedere eletto o di chi siano tutti i candidati in questa corsa al ribasso senza precedenti, in cui la maggior parte dei cittadini è già divisa (in certi casi lacerata) tra la scelta di un candidato il cui partito ha anticipato la campagna elettorale mettendo in giro cartelloni come questo.


Com'è possibile che a Bologna la rossa un candidato leghista possa avere titolo (vedi minuto 1:20) non solo di imporsi ai confusi partiti di centrodestra, ma anche di essere uno dei favoritissimi per la poltrona?
E' presto detto. L'avversario di punta, l'altro favorito per eccellenza, da un mese sembra far tutto tranne voler essere eletto.
Già dal suo slogan si era capito quanto la comunicazione non sia il suo forte (o almeno del suo staff). D'accordo, si era pensato, avrà scelto un messaggio criptico e machiavellico per risvegliare gli animi, le coscienze o almeno le sinapsi dei bolognesi! Invece nulla, il Pd, in piena todestrieb, ha deciso di rilanciare con una serie di slogan gerontogiovanilistici, dall'effetto più repellente che altro, che la dicono lunga su cosa ci si possa aspettare da un ennesima amministrazione pdiana. Poco o niente.

domenica 17 aprile 2011

Jung non è un personaggio fantasy

Leggendo "Jung e la creazione della psicologia moderna - Il sogno di una scienza" mi sono tornati alla mente gli anni dell'università ed in particolare l'esame di "Storia della psicologia" (3CFU). Trenta domande chiuse, stile esame teorico della patente, per verificare se avessimo tutti ben capito quale fosse la vera storia della vera psicologia. Si accennava a Freud (come evitarlo?) per poi deviare con immediatezza sulle illuminanti scoperte regalate all'umanità dalla Scienza psicologica con la esse maiuscola: il comportamentismo prima e il cognitivismo poi. Lì per lì feci appena caso al fatto che un riassunto sbrigativo e raffazzonato di una delle diramazioni di questa disciplina così complessa ci venisse spacciato come sufficiente a comprenderne l'evoluzioni. Sembrava la tipica cattreda-regalo dalle finalità più nepotistiche che accademiche, una farcitura di crediti un tanto al chilo nel pacchetto totale per ottenere il primo pezzo di carta d'alloro.
Col passare del tempo, approfondito maggiormente l'argomento, mi sono accorto che quello di cui ero stato testimone era una tra le tante avvisaglie della guerra intestina al mondo della psicologia, in particolare di quella clinica. Un piccolo sintomo della tendenza universitaria ad incanalare i percorsi di studio entro un unico filone (o meglio, a pochi, selezionati, argomenti), a sviluppare una visione non cieca ma ad imbuto, inconsapevole della molteplicità di punti di vista che servono per affrontare un campo tanto delicato come questo.

Mi rendo conto che parlare di questa/e disciplina/e senza cadere in amorfe rimasticazioni appiccicaticce sia un compito arduo. Questa scienza "spuria" è composta da una tale vastità di sfaccettature che, nelle sue infinite diramazioni, guerre fratricide, avanguardie, settarismi e via andare, può diventare perfino difficile trovarsi d'accordo su cosa essa sia. Figuriamoci le varie contraddizioni che, soprattutto in ambito clinico et similia, la popolano.
Questa caoticità è in buona parte dovuta al suo ritrovarsi esattamente a metà tra le scienze "naturali" e quelle umanistiche, con la necessità sempre più urgente (anche, o soprattutto, per fattori economici, di sopravvivenza) di essere riconosciuta e accettata dalle prime, più altezzose e idealisticamente a prova d'errore. Per questo motivo la ricerca si spinge ostinata verso studi e sperimentazioni che diano risultati validi e insindacabili.  Che svelino il funzionamento del cervello, della psiche umana (e già, con questo termine, ci si trova davanti ad una serie di scenari non indifferente) e trovino le modalità esatte per approcciarsi alla sua cura, al raggiungimento o mantenimento del suo benessere. Il pacchetto completo insomma, da applicare ad un target il più vasto possibile. Il tutto scomponendo, dissezionando, standardizzando ogni minimo aspetto di un essere che è, prima di tutto, una singolarità. [Riguardo alle varie forme di terapia si potrebbero aprire una serie di parentesi sui rapporti conflittuali, i reciproci complessi d'inferiorità/superiorità e le diverse lobby del settore. Dal mondo della psicofarmacologia a quello delle varie forme di psicoterapia; scenari altamente tossici ed elitari. Niente di nuovo, lo so, ma prima o poi sarebbe bello parlarne in maniera più approfondita.]
Con questo discorso non intendo certo parlar male della ricerca, delle varie sperimentazioni e tentativi di comprendere sempre di più il funzionamento e i misteri che ci caratterizzano e ci accomunano, solo un ottuso oscurantista oltranzista potrebbe negare le importantissime scoperte fatte in quest'area nell'ultimo secolo. Semplicemente ritengo che, per quanto si scandagli, si parcellizzi o quantifichi, trovare una regola aurea, universale e assoluta, un'operazione di aggiustamento ortopedico del corpo o del pensiero del soggetto (...) come una riabilitazione (...) alla normalità (citazione da questo libro) sia estremamente difficile, se non impossibile.

Immagino che chi legge possa chiedersi in tutto questo Jung cosa c'entri.

giovedì 14 aprile 2011

The Greater Indestructible Internet Fuckwad Theory

Da quando frequento la rete, una delle figure che continua ad affascinarmi di più, nonostante sia tra le più patetiche, è quella del troll.
Per chi non sapesse ancora (ma esiste davvero chi lo ignora?) cosa sia un troll virtuale o fosse troppo pigro per cliccare il link proverò a sintetizzarlo.
Il troll virtuale o informatico è quella persona che, per una serie di motivi, frustrazioni, miserie personali, finalità economiche o semplice stronzaggine esistenziale, rompe le balle ai vari utenti che frequentano la rete, che si confrontano e magari  a volte si scontrano su i più disparati argomenti. Romanzi e traduzioni, nucleare, letteratura in generale, sono solo alcuni esempi di LAST (Luoghi ad Alto Sviluppo di Trollità). Potenzialmente non c'è argomento che ne scampi. Videogochi, come rendere il pelo del tuo gatto più lucido, politica, scienza (ma qui si trovano troll, o meglio, demoni anche extra-rete), provate a dare un parere su qualsiasi cosa di umano o subumano vi passi per la testa, se scrivete per un sito od un blog abbastanza seguiti, sia che spariate una serie infinita di cazzate sia che parliate di argomenti ad un livello molto alto, riuscirete ad attirare interi sciami di questi esseri infestanti.
Certo, in giro per la rete è pieno di posti ben lieti di accogliere troll e trollesse di vario genere, vere e proprie palestre in cui ogni forma di confronto pare andare fuori dal coro, ma per chi volesse mantenere i toni ed il focus delle varie discussioni ad un livello minimo di decenza il problema persiste.

venerdì 18 marzo 2011

Il mio 150°

Dal 150° anniversario dell'unità d'Italia sono tornato a casa piacevolemente sfiancato, con alcune riflessioni preziosissime in saccoccia e con sensazioni più positive rispetto al passato riguardo alle macerie implosive della società in cui viviamo.
Partiamo dal finale.
Da una piccola, splendida, calda, accogliente biblioteca nei pressi di Bologna dove i Wu Ming hanno sfoderato una serata da vere rock-star (qui la prima parte), con una celebrazione spacca sinapsi, ubriacante, che ha tenuto tutti i presenti incollati alle sedie per due rapidissime ore. Tra i molti spunti, riflessioni e digressioni storiche oblique che mi si sono ingarbugliate in testa, ci sono due aspetti che mi sono rimasti più impressi degli altri.
Il concetto di familismo amorale come descrizione oggi ancor più attuale dell'italianità più cupa e visibile e la molteplicità di significati che il tricolore può assumere in diversi contesti spazio-temporali. Tornando a casa dal centro, ieri mattina, io e la mia compagna riflettevamo sulla reazione automatica che scattava nel vedere le bandiere alle finestre. La mente tornava a qualche anno fa, quando esporrle significava essere d'accordo con l'intervento militare in Iraq. Oggi, ci chiedevamo, chi li espone, per quale motivo lo fa?
Rigido nazionalismo? Adesione pavloviana all'evento? Espressione di sentimenti e simbologie più complesse?
Durante la serata si sono dispiegate delle possibili risposte. Tanto semplici e potenzialmente immediate, quanto facilmente scordabili. In un periodo come questo, in cui i colpi d'accetta verso tutte quelle istituzioni espressione della Costituzione, esibire il tricolore significa fare un primo passo per difenderla.
Oppure, in una regione come il Veneto, che secondo le induzioni dei media potrebbe essere chiamata Padanialandia, può significare affermare con fermezza la propria non appartenenza alla Lega.

giovedì 17 marzo 2011

Inane polvere umana?


In vista del 150° anniversario dell'unità peninsulare ho pensato a lungo a come avrei potuto celebrare una tanto nobile data, cercando invano l'ispirazione, lo slancio per elevarmi ad altissime quote dove toccare le più raffinate vette espressivo-letterarie, ma mi ritrovo al punto di partenza. Consapevole della convivenza tra un patriottismo da stadio (ormai edulcorato) e la mia identità che non può prescindere dalla storia, recente e remota, dai micro e macro sistemi in cui si è formata.
In fondo voglio bene al vecchio stivale, è tra le immagini che, da quando sedevo dietro ai banchi delle elementari, ho osservato con maggiore curiosità. In particolare per le innumerevoli variazioni di confini interni (da qui in poi).

Eppure di questo enorme collage linguistico, questo multifeudo che pare tenersi insieme con lo sputo, in cui si rimpiangono regni passati, si scoprono nuovi miti e radici o ci si sente, in vari modi, stranieri, fatico a trovare qualcosa di sensato, profondo, o semplicemente non premasticato da dire. Sicuramente anche grazie ai profondi solchi di storia e politiche annesse che mi porto appresso ed al nome stesso dato al periodo, la cui etimologia mi porta a scivoloni continui verso nomenclature meno vicine a Romero.

giovedì 24 febbraio 2011

Il destino nello stradario?



Il periodo delle iscrizioni scolastiche è sempre costellato da dubbi e perplessità, le discussioni ed i dibattiti che si accendono attorno al tema della scuola dimostra ancora una volta quanto sia fondamentale la giusta scelta soprattutto se a rimetterci dell'errore è un bel bambino di 6 anni ancora profumato di latte e biscotti. I tagli al pubblico non fanno presagire ottime annate, le scuole sono sempre più affollate e l'offerta didattica non sempre è congeniale al tipo di utenza al quale ha la pretesa di rivolgersi. Iscrivere un bambino a scuola non è solo una questione di "stradario" e bacini d'utenza. Quanti sono i genitori che davanti a questa scelta tentennano, la nomea di una scuola è fatta di passaparola, di gente che ha frequentato, usufruito del servizio e che senza filtro estende consigli e osservazioni a parenti, amici, amanti, conoscenti e vicini di pianerottolo 

Dovendo iscrivere mia figlia al primo anno, sto adesso cominciando a visitare le scuole per poter presentare la domanda in gennaio. Il problema è che l'unica scuola "naturale" come stradario, non ci convince. Non ci convince la struttura, non il direttore didattico, poco le insegnanti. 
Non iscriverò mio figlio in quella scuola di merda piena di zingari solo perchè il comune mi ha assegnato la casa popolare in mezzo a questo schifo!
Andrò a richiedere i vari P.O.F. (Piano dell’Offerta Formativa) ed a studiarmeli per bene per capire quali sono i progetti educativi e didattici dei vari Istituti.
Anch’io ho preferito mandare il mio piccoletto, nel plesso più vicino a casa. Non vi nego che abbiamo molto valutato la possibilità di poterlo mandare in un’altra scuola ma dopo ci siamo posti la domanda “E’ giusto allontanarlo dalla cerchia di amici con cui ha convissuto la maggior parte degli anni di asilo?”

In rete si trovano interessanti discussioni di genitori indecisi e turbati da questa scelta, tra tanti consigli e indicazioni è facile anche imbattersi in quelli che, in maniera del tutto spontanea, si affidano alla fortuna. Come in tante cose anche qui ci vuole fortuna, uno può diventar matto a scegliere fra tante quella giusta ma se poi quell'anno cambia qualcosa, ecco che tutto diventa vano.  
Basta pochissimo per cambiare le carte in tavola, tutto sembra perfetto e poi alla fine può arrivare un trasferimento, una malattia della migliore insegnante, un bambino con disturbo oppositivo provocatorio appena arrivato in quartiere. Variabili infinite che non possiamo prevedere ma che nel risultato finale possono pesare come il masso di Sisifo. Oggi su la Repubblica di Bologna si parla proprio di questo, di come all'appello da stradario manchino delle iscrizioni e della possibilità che queste siano state fatte nel privato. Una guerra, quella fra i due fronti fortemente sbilanciata da un lato. L'unica cosa sicura, come dimostrano i dati (spiegati molto bene qui) è che iscrivere il proprio figlio alla scuola privata non garantisce eccellenza, anzi, secondo le tanto osannate statistiche dimostra tutto il contrario. 
Come non serve essere degli esperti di vino per conoscere l'importanza della probabilità in ogni annata, così nella scuola di tutti non serve andare contro il principio di base che la rende profondamente democratica: elargire fortune e disgrazie senza guardare in faccia nessuno, tanto meno se ti spetta di stradario!

martedì 15 febbraio 2011

Controinsurrezioni di oggi e di ieri

Aria di inssurezione, di reazione e assestamenti vari.
Il vento che alimenta i fuochi del mediterraneo soffia con violenza verso est, dal Nordafrica al Medioriente. Rabbia, speranza, prese di coscienza e di posizione si miscelano e scendono per strada. Un vero e proprio tsunami che pare non trovar barriere, un uragano stufo della solita aria più marcescente che viziata. 

E qua da noi? Che aria tira dentro il vecchio stivale, in cui solo le priapiche vicissitudini del nanetto di gomma sembrano dare il via a splendide mobilitazioni dall'eco ridotta? Confermata la notizia riempischermi, intasablogerubriche dell'inizio dell'ennesimo processo, che alcuni chiameranno del secolo, ma a ben guardare non è altro che l'inizio dell'ennesimo giro di boa dai risvolti lugubri, qua nello stivale ci ritroviamo sommersi da polveri e macerie sempre più consistenti e perfino organizzare i festeggiamenti per il 150° anniversario dell'unità d'Italia diventa difficile (se fai il politicante per professione o non ti chiami Enrico Brizzi).

In un periodo come questo è perciò importante fare tesoro di piccole perle come questo libro, scritto a quattro mani da Evangelisti e Moresco. Una rapidissima rassegna, tra polveri da sparo, sangue, occhi colmi di ideali ed etica ad alta intensità, e lo spargimento di semi di vario genere in fiumane di morti presenti e future.
Dall'aria satura, a malapena respirabile degli ultimi giorni della Repubblica Romana, al frenetico alternarsi di poesia e lirica, di imboscate cilentine e gelide guerre moderne, con una carrellata finale implacabile ed in ordine sparso sul nostro presente, futuro e passato prossimo (il trattamento riservato a Leopardi odora terribilmente dei fatti riguardanti il recente #rogodilibri) che troppo spesso ci limitiamo a commentare, più o meno indignati, incastrati sulle nostre poltrone di metallo o davanti a schermi zeppi di vuoto a rapido decadimento.
Un piccolo, grandissimo, memento sulla nostra storia recente (150 anni non son poi così tanti, dai) e sui luoghi e moti da cui veniamo. Una lettura fondamentale e brillante per ricordarsi che stare troppo a lungo seduti comodi, tenendo il culo al di fuori di ogni concezione di strada e realtà circostante, porta ad orrori che non si dovrebbero ripetere e continuano a tornare con implacabile regolarità. Ad insurrezioni e controinsurrezioni che è bene non smettere mai voler decifrare. 
Tenendo bene a mente che il momento giusto per fare ogni cosa è l'adesso. Sempre e comunque.
Se non ora, quando? tanto per restare in tema.

lunedì 31 gennaio 2011

Strani giorni

A Bologna c'è la neve. Non come l'anno scorso, tra lastre di ghiaccio e cumuli bianchi in cui lasciarsi andare. E' tornata ad imbiacare, ieri più che oggi, l'acqua la sta già lavando, sotto il candore spunta il solito grigiume delle strade. Sui tetti dei vicini è rimasta. Vedo bianco e vedo grigio, il rosso dei coppi no, un po'dispiace ma che ci vuoi fare? L'anno scorso me l'ero goduta la neve, pure troppo, a dicembre si scivolava un sacco. Due, tre passi e puff, dritti per terra, tra le sirene delle ambulanze al lavoro. Quest'anno c'è meno neve, e meno sirene, chissà perchè, ma l'anno scorso a letto ci stavo meno, per dormirci e poco altro. Le gambe poi, anche quando scivolavo non mi dolevano, anzi si sganasciavano a provocare strani equilibri. Oggi mi dolgono, steso a letto. E' da quando son piccolo che le prime avvisaglie di influenza partono dalle gambe. Dalle ginocchia, per maggior precisione. Perciò resto qui, steso, ad aspettare che passi, insieme alla neve.
L'anno scorso c'erano più neve e più cadute mentre oggi resto steso ad un metro da terra. curioso.

Intanto, fuori, non si trova solo la neve, che ormai si sta sciogliendo, mentre le gambe non ne vogliono sapre di rilassarsi. Fuori, si diceva, succede di tutto ed il semicrampo dietro le rotule non è poi così importante a confronto, ma tant'è.
C'è un mediterraneo sempre più in fiamme, mentre qui, chissà perchè, c'è la neve, che pure un po' si sta sciogliendo, ma in generale resta più o meno tutto congelato. La politica, i politici, gli industriali, gli assessori...
Ecco, di assessori mi piacerebbe parlare, nonostante il fastidioso tirare alle gambe, perchè mentre il Grande Intrattenitore, a cui le gambe, se non altro, cominceranno a tremolare un po', perlomeno, si rende conto di avere meno cani e burattini al guinzaglio di quanti credesse. Anzi, oramai pare avere solo cime senza un capo. Dicevo, mentre il poveretto si rende conto che i tanti figliocci e figliocce non erano propriamente interessati a lui in persona ma al contesto circostante; alcune teste calde, le gui gambe sembrano in ottima salute mentre le teste meno, ma tant'è, stanno cominciando a darsi da fare, a prescindere dalla neve o meno. Perciò questi assessori hanno dato il via alla storiaccia appena sfiorata da neve e media (figurarsi dal male alle gambe), quella del #rogodilibri, che per fortuna, invece di cadere sdraiata letto sotto i colpi di un influenza ignorante, è andata avanti e, come ottimamente riassunto qui, ha portato alle prime vittorie, risultati positivi che fanno ben sperare in mezzo a questo crescente infiammarsi mediterraneo (che magari il gelo e la neve peninsulare li scioglie pure).

E i "cari" assessori?
Si leccano le ferite, storditi, continuando ad azzannare a destra e a manca, alla ricerca di qualche boccone meno amaro. E intanto che la neve pian piano si scioglie e il male alle gambe rimane, entrano in piccoli deliri da termometro caldo e da sonno agitato.

E' notizia di poco fa (dell'Ansa dietro alle gambe, ed oramai dietro alla testa, che tanto mi dolgono) che, oltre alla denuncia lanciata contro "Terra-Nord Est" per questo articolo, la signora dai pendenti discutibili abbia intenzione di scagliarsi contro Pierpaolo Capovilla per violazione di copyright. Il pezzo in questione pare il seguente:



Sembra che la maggior parte del testo usato in questa canzone (le parti più ritmate) facesse parte di una poesia scritta dalla sovracitata in un momento d'ispirazione, contenuta in una raccolta di pensieri e sonetti da pubblicare tramite finanziamento della comunità europea: "Opere atte al mantenimento ed alla preservazione delle tradizioni regionalistiche e locali".
La risposta del cantante non si è fatta attendere e sottolinea come tali spregevoli accuse siano totalmente inutili, essendo il brano risalente al 2009. Siamo di fronte all'ennesimo tentativo di spezzare le ginocchia a chiunque mostri un'idea contraria e non revisionista.
Per ora la questione sembra risolta, anche se quella delle mi povere ginocchia no, ma voci interne alla regione hanno fatto trapelare il fatto che l'assessora stia consultando un gruppo di medium e sensitivi per dimostrare come quello di Capovilla sia un plagio anticipatorio.

A questo punto non mi resta che alzarmi, farmi una spremuta, guardare la neve che si scioglie e sperare che il male alle ginocchia (e alla testa) passi in fretta.
Potrei anche convincermi che assurdità del genere possano realmente accadere.

lunedì 15 novembre 2010

L'ippodromo della cultura

Per chi non lo sapesse la cultura non si mangia. Storie, racconti, poesie, composizioni, lungo e cortometraggi, dipinti, sculture, installazioni. Libri (a meno che non siate roditori dalla cinghia stretta).
L'ha detto Tremonti, il ministro dei tagli intelligenti, tanto cinico e taccagno in pubblico quanto generoso in privato.
Ma si sa, in tempi di crisi non si può pretendere di rimanere con tutti i servizi e le comodità a cui ci si era abituati in passato, nella cultura come nel sociale. Dobbiamo abituarci all'idea di fare sacrifici, di uscire meno ma in modo intelligente. Magari per cosumare, così l'economia gira e siam tutti felici. Certe tasche in modo particolare.
Scherzi a parte, è un periodo strano, questo che stiamo vivendo. Che sto vivendo.
Sento fermento intorno (e non è che giri molto, eh), una necessità sempre più urgente e bruciante di cambiamento. Nel sociale come nelle individualità (non poche, devo dire).
Lo si può percepire da discussioni ricche e brillanti come questa, da discorsi che paiono antichi ma non sono poi così lontani, dal bisogno di pensare, fare luce, collegare.
Ieri sera, per esempio, c'è stato un incontro qua a Bologna al Centro di documentazione "Il Cassero" organizzato dai Bibliotecari Necessari. Ospiti d'onore, i Wu Ming al gran completo (evento di una frequenza e piacevolezza rara) e Paolo Nori.
Non sto qui a ricostruire pezzo dopo pezzo la serata. Tutti gli autori hanno letto dei loro brani in cui si parla di biblioteche, perchè è di questo che si parlava. Di fare riamanere le biblioteche con meno personale e meno ore d'apertura al pubblico. Alcune rischiano proprio di chiudere, a quanto sembra. Già, perchè, come dicevamo, la cultura non si mangia, non dà risultati tangibili, materiali da sbandierare in faccia agli elettori e con cui riempirsi le famose tasche di cui sopra.
Perciò a Bologna, ieri, si volevano tenere aperte le biblioteche. Per farsi sentire, per dimostrare che non tutti rimangono così di fronte ad un libro. E che la domenica l'affluenza può superare di gran lunga quella media di un qualsiasi giorno feriale.
Ma non faceva buona pubblicità al comune ed ai vari partitucoli che, a tagliar su queste cose, sembrano sempre andare d'amore e d'accordo. Per questo motivo c'è stato un incontro in piazza e daltri sparsi tra la città, tra cui quello a cui sono stato. In un'ora e mezzo o poco più sono fuoriuscite tante cose, tra cui la protesta, passata sotto silenzio, di Paola Caruso (vicenda che entra nei meandri del nepotismo et affini). Tanti piccoli momenti di riflessione.
In particolare mi ha colpito il brano letto da Paolo Nori in cui, dopo un dedalo di aneddoti su autori russi, stile di vita della Russia post-perestrojka, grandi commozioni di architetti ipersensibili di fronte all'interessamento verso la cultura di un ancoraperpoco-giovane studente occidentale, viene osservato come le persone presenti nella sala fumatori della biblioteca di Mosca tutti i giorni, anche quando fuori impazza una rivolta, coi loro tic, le loro nevrosi, i loro sguardi assenti e sognanti e il loro senso di speranza/convinzione di essere in un luogo in cui la loro vita potrebbe cambiare da un momento all'altro, ricordavano a Nori i visi ed i gesti visti in Italia all'Ippodromo.
Ma forse oggi sarebbe più appropriato parlare di salotto del GF o del papi di turno, in cui, se non altro, qualcosa si mangia.
Perlomeno.

[P.S. per i naviganti: la cosa buffa è che mentre cercavo la foto da allegare al post ho digitato"ippodromo cultura". Provate, verrà fuori questa foto. Qualcosa vuorrà dire. Solo, non capisco ancora bene cosa.]

giovedì 4 novembre 2010

Spigolando si impara

La rete è un mezzo potente e su questo siamo d'accordo tutti, ma preferisco di gran lunga il contatto diretto davanti ad un buon piatto di polenta dove circolano le idee e si discutono i metodi e i sistemi per arrangiarsi un pò. Consigli pratici e utili che variano e oscillano dal come si prepara una marmellata di rosa canina a come si spigola in mezzo ad un campo. Spigolatura, la novità che è stata al centro di questo nostro week-end lungo passato fra i monti della val di Sole in Trentino. Non avevo mai sentito parlare di questa cosa ed ora che ne sono a conoscenza non posso farne a meno. E' più forte di una droga o di un qualsiasi passatempo inventato per occupare le menti e il corpo. Brevemente riporto quanto felicemente ho appreso.
La spigolatura esisteva nel mondo contadino quando veniva permesso ai più poveri, dopo la mietitura di un campo, di fare un secondo giro per raccogliere le spighe rimaste a terra. Evitando lo spreco si evitava la fame. Si spigolava per necessità ma anche perchè nella tradizione dei "nonni" la terra non sempre regala in abbondanza e allora meglio trattare tutto come un bene prezioso, perfino gli scarti. Non si spigolava solo con il grano ma anche con la frutta, la verdura, i legumi e cereali e in certi casi anche con il carbone e la legna per riscaldarsi dalla morsa invernale. Che la teoria economica moderna non prenda in reale considerazione la spigolatura è dato certo e lo dimostra la totale disinformazione che ruota attorno a questa antica pratica. Provate a chiederlo ai vostri amici, provate a proporlo in giro, nei migliori dei casi vi sentirete presi in giro. Anch'io l'ho pensato quando me l'hanno proposto. Tuttavia come in tutte le cose migliori basta andare un pò a fondo e scoprire che l'alternativa è sempre possibile. Peccato non averla conosciuta prima, peccato non poter aggiornare il nonno che ci mandava in avanguardia a prendere le mele cotogne avanzate. Mi piacerebbe dirglielo ora: non era rubare, caro Nonno, potevamo camminare lenti e tu potevi accompagnarci fin sotto gli alberi senza rimanere come un cane a fare la guardia. Ne sono sicura. Ho raccolto mele e pere, ne avremo fino a Natale e posso variare nel menù senza sentirmi ingorda, è bastato abbassare la mano al livello della terra e raccogliere quello che oggi sarebbe finito in concime. Ci siamo organizzati, se la cosa è pianificata si possono mettere da parte davvero tanti buoni prodotti. E' bastato solo essere informati, il resto viene da sè, se hanno già raccolto si può fare un secondo giro e non è detto che vada peggio. La natura non conosce classi, ma tempi di raccolto e sospensioni. Quello che rimane sull'albero e quello che cade in terra, quello che finisce nel cestino, quello che abbandona il contadino

Me ne andavo al mattino a spigolare
Quando ho visto una barca in mezzo al mare:
Era una barca che andava a vapore,
E issava una bandiera tricolore.
All’isola di Ponza si è fermata,
È stata un poco, e poi s’è ritornata;
S’è ritornata, e qui è venuta a terra;
Sceser con l’armi, e a noi non fecer guerra.

L'umiltà che avvicina la mano alla terra è l'umiltà dell'uomo che non deruba ma custodisce.

[Il brano sopracitato proviene da qui]

lunedì 11 ottobre 2010

"Niran Sadiqa" (Se non fossi egiziano) di 'Ala-al-Aswani

Ultimamente sento una forte curiosità per le storie provenienti dall'Africa, le sue varie voci. E la selezione messa a disposizione al festival di Internazionale a Ferrara non poteva essere più appagante. Una buona dozzina di titoli segnati ed un paio di libri in saccoccia. Tra cui questa raccolta di racconti di 'Ala-al-Aswani che mi aveva incuriosito già dalla quarta di copertina che la definiva una raccolta rimasta a lungo inedita perchè vietata da un anonimo burocrate del governo di Mubarak. Approfondendo l'aletta si viene a conoscenza che l'autore fa un ritrattro impietoso e sarcastico dell'Egitto di oggi.
Vero.
In duecento pagine e poco più sono contenuti diciassette racconti velati di una poetica che dispiace non poter gustare in lingua madre, ma tant'è. Nel complesso il lavoro non è male, niente di eccezionale per carità, ma a volte in poche pagine riesce a racchiudere suggestioni vividissime ed avvolgenti. Altri racconti sono invece crudi e diretti, senza carezzevoli lieto fine dietro l'angolo, cinici e senza spiegazioni o zuccherini per la buona notte. Si percepisce un raccontare di cose vissute, forse autobiografiche ma a volte ridonda un po', perde di sugo, dando storie anche sciape, vacue.
Non un libro imperdibile, insomma, ma comunque piacevole, ben spendibile anche in bagno in letture mordi e fuggi.
Un aspetto colpisce e tanto. Nella prefazione l'autore si dilunga in una spiegazione, un mani avanti riguardo al primo racconto (I quaderni di 'Issam 'Abd al-'Ati), quello che è costato la censura. Si lancia in uno scricchiolante parallelismo tra la prima cinematografia in cui gli spettatori fuggivano da treni in arrivo e la narrativa, avvertendoci che quello che andremo a vedere non è reale, non pericoloso. Sottolineando il suo non essere responsabie verso le opinioni ed espressioni dei suoi personaggi.
Insomma, per pubblicare il libro e non avere problemi di sorta con le autorità del proprio paese ha dovuto rinnegare le voci date ai propri personaggi, quasi fossero capitate lì per caso. E questo, nonostante possa capire le pressioni subite e i pericoli a cui persino uno scrittore può andare incontro (ci sono molti parallelismi tra l'egitto di sei anni fa e l'odiena Italia), risulta iparecchio fastidioso.
La critica mossagli riguarda un personaggio fortemente ostile alla mentaltà, agli usi ed alla società egiziana, descritta come meschina, livorosa, infame ed altre particolarità non così rosee. L'accusa mossagli era di essere abbagliato dall'Occidente e di questi tempi discorsi di questo tipo impelagano in cul-de-sac senza fine, ma se una storia viene scritta un motivo ci sarà. Un autore non potrà mai pensarla come tutti i suoi personaggi; certamente possono esserne creati di intriganti e complessi con la sola finalità di criticarli. Va bene dire di non pensarla in quel modo (sia per proteggersi sia perchè vero), ma perchè deresponsabilizzarsi?
E' così difficile per dei lettori capire la differenza tra opinioni del personaggio e dell'autore?
Può darsi, ma un autore dovrebbe comunque non doversi trovare nella condizione di celare la propria, di lasciarla in una bottiglia e chi la piglia la piglia.
Ad ogni modo, il libro non è male e, a prescindere dalla piacevolezza che possono o meno avere le storie, tratta argomenti spinosi e interessanti.
Anche al di fuori delle stesse pagine.

sabato 9 ottobre 2010

Immaginando una serata

Immaginiamo un palco. Di quelli abbastanza grandi da permettere ai musicisti un certo margine di movimento. Non è poco.
Posizioniamolo dentro un tendone/capannone dalle proporzioni considerevoli. Non uno stadio o un palazzetto dello sport dalle aspettative patinate; neanche quattro pareti dalle larghe ambizioni stipate tra la piccola folla che lo accalca sempre troppo presto. Ecco, immaginiamolo in una piazza, una piazza, sì, con un cielo color cemento e costellazioni di fari di ogni forma e colore.
Bene, ora che lo abbiamo immaginato, entriamoci in questa arena circoscritta, mettiamoci una folla e guardiamo il palco da una distanza ottimale. Nel limbo tra le spinte più dure ed il confondersi di suoni ed immagini. Camminando, assistiamo agli ultimi pezzi di un imprecisato gruppo dal suono ruvido e veloce. Un pezzo e mezzo e la cantante saluta tutti con la sua voce massiccia. Sarà per un'altra volta.
Ora il palco è al buio. Il deejay fa scorrere musica dal richiamo attentivo ridotto. Il bancone bevande preso d'assalto. Cinque ombre si muovono veloci tra cavi, aste e strumenti mentre il brusio e l'attesa crescono lenti ma inesorabili.
Si apre un occhio di luce al centro del palco. Una batteria compatta, essenziale svetta in linea avanzata. Non c'è posto per gerarchie, si sta tutti sulla stessa linea. Un ragazzo-uomo le gira intorno. Asciutto e nervoso, la maneggia con cura, senza fretta. Tra il nero dei vestiti, scintilla una fibbia con teschio ed ossa incrociate. Sul viso, un accenno di sorriso carico di adrenalina e sostanze imprecisate. I suoi tratti tradiscono origini latine, orientali, modellate tra le vie fumose delle metropoli americane. Statico, mosso da tremori impercettibili, dal bisogno di domare lo strumento che ha davanti. Si siede e ghingna, gli occhi ora vitrei ora presenti. Collare e catena al collo e parrebbe di aver davanti il vecchio Animal, tanta è l'urgenza di pestare pelli e piatti.
Nel mentre, si accendono i fari su di una t-shirt bianco viaggio stretta sulle forme da birra che contengono. Al di sopra un testone ricciuto, un sorriso duro e pacato, da domatore di campi sconfinati made USA. Un polsino verde acido, uno arancio elettrico, si avvicina al compare fibrillante e con un tocco lo placa, il primo di una vasta serie. Imbraccia il basso con manico in alluminio e si gira alla sua destra.
Se lo facessimo anche noi vedremmo un ometto, tarchiato e rachitico allo stesso tempo, immerso nell'accordatura di una chitarra rattoppata saldata ai fianchi. Pochi giri di chiavetta e manopole e raggiunto il suono voluto si gira. Dietro gli occhialni rotondi appare il prototipo del nerd, a metà tra Franceschini e Steven King. Poco sotto una pantera ci avverte ruggendo "Preparatevi perchè son cazzi vostri".
Cala il silenzio e si alzano le bacchette. Qualche sguardo e un ondata metallica comincia a colpirci le orecchie. Non smetterà per un'apnea di un'ora e mezza.
Fin qui è stato facile, ora proviamo ad immaginarla. Alla nostra destra sta un basso intenso e rugginoso che segue ora la chitarra, ora la batteria, ora un proprio percorso ostinato e indifferente al resto. A sinistra stridori, fischi, elettricità grattuggiata in balia di scariche che spostano, frenano e storpiano l'uomo-pantera. Al centro colpi e pestate, feroci, leggeri e deraglianti. Suoni sghembi, sopra bruciature, sopra muri massicci e polvere, calce, metallo ghiacciato schiacciato sulla pelle fino a bruciarla, frenate, sbandate improvvise e violente, carezze seguite a pugni. Un agglomerato di suoni, secchi, ossessivi, concentrici, ipnotici. Ci si trova in balia di un ondata che come il mare segue solo le proprie regole. Possiamo solo adattarci. Un momento veniamo investiti da energia pura, in una montagna russa spezzata, borderline. Giunti in cima ci troviamo compressi in un messaggio alieno che ci fa risalire tutta la stanchezza accumulata in settimana. Le gambe cominciano a cedere, la lucidità a tremare, la mandibola ad allargarsi. Prossimi al collasso, si riparte in un gorgo di macerie di suoni. Ancora qualche minuto all'mdma e la batteria non c'è più, sottratta al batterista prima del punto di non ritorno.
Le luci sono spente. Possiamo uscire tra la folla, mentre il dj accoglie il popolo post-midnight, inconsapevole di essersi perso la perfetta espressione delle tre scimmie, un monologo collettivo dall'impatto magnetico.
Ecco, immaginiamo una serata del genere, forse riusciremo ad avvicinarci al rumore artistico prodotto ieri sera dagli Shellac, impossibile da racchiudere appieno tra le curve di un vinile.



Grandiosi, come nel pezzo riportato qui sopra.
Ma potrebbe benissimo farvi cagare, ben intesi.

mercoledì 8 settembre 2010

L'editoria secondo Roger Rabbit

Nelle ultime settimane si è parlato molto di editoria, etica e dello strano legame che le interconnette. Per chi non è pratico dell'ambiente (così come non lo ero e non lo sono io tutt'ora) si possono trovare, tra i tanti, spunti interessanti qui, qui, qui e qui (ma non solo, con un po' di pazienza, partendo da questi spunti, si possono aprire strade verso un sacco di altri collegamenti e punti di vista).
La querelle, per chi avesse meno pazienza, riguarda la Mondadori (e le case editrici ad essa affiliate) e le leggi ad aziendam a lei dedicate dall'odierno governo per evitarle di pagare al fisco una somma consistente di arretrati che sembra dovesse da parecchi anni. Bene, da qui sono scattate insurrezioni, strepiti e conati, crisi di coscienza in alcuni autori Mondadori e movimenti inneggianti al boicottaggio di massa degli autori che si fossero ostinati a rimanere in una tanto becera casa editrice. Fortunatamente, molti di questi autori, invece di arroccarsi in silenziosi parnasi maleodoranti, si sono buttati nella mischia, spiegando con estrema chiarezza le proprie ragioni, che la questione è mooolto più complessa di come sembra, essendo le case editrici e l'editoria mooooolto più complesse e articolate di come sembrano.
Condivisibili o meno (e sinceramente, su questo blog, si condivide) le loro argomentazioni non erano certo imputabili di scarsa chiarezza. Ma si sa. Non è sempre facile accettare che chi viene degnato della nostra stima possa pensarla in modo diverso da noi, in particolare quando si tratta di Mr B.
O fedeltà totale alla linea, o contro! pare di sentir riverberare tra le righe degli accusatori, e il groviglio che tanti interventi sembravano aver dipanato si è fatto sempre di più nodo scorsoio per i vari autori impegnati al dialogo. Ecco il vero boicottaggio, togliere tempo ed energie alla realizzazione delle future opere, non la minaccia di non comprarle. Il tutto, a nostro parere, è molto ben riassunto nell'allegoria usata da Moresco nel suo ultimo post, che tratta di questo video.
Il biscotto è Mr B, il bambino i populistici boicottatori della domenica, che con le parole di Moresco
non riesce a pensare ad altro, per lui tutto il mondo e la vita sono concentrati in quel biscotto che vorrebbe afferrare. E così si muove nella stanza con quest’unico scopo, a quattro zampe sul pavimento, si arrampica sul tavolo, sulle sedie, sui mobili, facendo franare ogni cosa. Ma a lui non interessa, non vede nient’altro, a lui interessa solo quel biscotto che cerca di afferrare mentre intorno a lui tutto crolla, con gli occhi fissi sempre e solo su quello, indicandolo con la mano e gridando: “Il biscotto, il biscotto!”
E Roger Rabbit? Il povero Roger (con le dovute differenze del caso) fa come i nostri sventurati autori. Cerca di riportare il bambino "sulla terra", dove oltre al biscotto ci sono tantissime altre cose da tener di conto: cose che lo sorreggono, che rischiano di crollare, di fare ancor più danni ecc ecc ecc.
Fortunatamente i vari autori linkati non sono costretti a sfracellarsi al posto di Baby Herman per colpa di qualche minaccia sul loro futuro. Hanno abbastanza palle e scorza dura per deciderlo. Il tempo è poco. Il bambino è stato avvertito. Ci sono un sacco di altre cose da trattare in quella stanza.
Che finisca pure lo stronzetto, sotto il frigo.