sabato 9 ottobre 2010

Immaginando una serata

Immaginiamo un palco. Di quelli abbastanza grandi da permettere ai musicisti un certo margine di movimento. Non è poco.
Posizioniamolo dentro un tendone/capannone dalle proporzioni considerevoli. Non uno stadio o un palazzetto dello sport dalle aspettative patinate; neanche quattro pareti dalle larghe ambizioni stipate tra la piccola folla che lo accalca sempre troppo presto. Ecco, immaginiamolo in una piazza, una piazza, sì, con un cielo color cemento e costellazioni di fari di ogni forma e colore.
Bene, ora che lo abbiamo immaginato, entriamoci in questa arena circoscritta, mettiamoci una folla e guardiamo il palco da una distanza ottimale. Nel limbo tra le spinte più dure ed il confondersi di suoni ed immagini. Camminando, assistiamo agli ultimi pezzi di un imprecisato gruppo dal suono ruvido e veloce. Un pezzo e mezzo e la cantante saluta tutti con la sua voce massiccia. Sarà per un'altra volta.
Ora il palco è al buio. Il deejay fa scorrere musica dal richiamo attentivo ridotto. Il bancone bevande preso d'assalto. Cinque ombre si muovono veloci tra cavi, aste e strumenti mentre il brusio e l'attesa crescono lenti ma inesorabili.
Si apre un occhio di luce al centro del palco. Una batteria compatta, essenziale svetta in linea avanzata. Non c'è posto per gerarchie, si sta tutti sulla stessa linea. Un ragazzo-uomo le gira intorno. Asciutto e nervoso, la maneggia con cura, senza fretta. Tra il nero dei vestiti, scintilla una fibbia con teschio ed ossa incrociate. Sul viso, un accenno di sorriso carico di adrenalina e sostanze imprecisate. I suoi tratti tradiscono origini latine, orientali, modellate tra le vie fumose delle metropoli americane. Statico, mosso da tremori impercettibili, dal bisogno di domare lo strumento che ha davanti. Si siede e ghingna, gli occhi ora vitrei ora presenti. Collare e catena al collo e parrebbe di aver davanti il vecchio Animal, tanta è l'urgenza di pestare pelli e piatti.
Nel mentre, si accendono i fari su di una t-shirt bianco viaggio stretta sulle forme da birra che contengono. Al di sopra un testone ricciuto, un sorriso duro e pacato, da domatore di campi sconfinati made USA. Un polsino verde acido, uno arancio elettrico, si avvicina al compare fibrillante e con un tocco lo placa, il primo di una vasta serie. Imbraccia il basso con manico in alluminio e si gira alla sua destra.
Se lo facessimo anche noi vedremmo un ometto, tarchiato e rachitico allo stesso tempo, immerso nell'accordatura di una chitarra rattoppata saldata ai fianchi. Pochi giri di chiavetta e manopole e raggiunto il suono voluto si gira. Dietro gli occhialni rotondi appare il prototipo del nerd, a metà tra Franceschini e Steven King. Poco sotto una pantera ci avverte ruggendo "Preparatevi perchè son cazzi vostri".
Cala il silenzio e si alzano le bacchette. Qualche sguardo e un ondata metallica comincia a colpirci le orecchie. Non smetterà per un'apnea di un'ora e mezza.
Fin qui è stato facile, ora proviamo ad immaginarla. Alla nostra destra sta un basso intenso e rugginoso che segue ora la chitarra, ora la batteria, ora un proprio percorso ostinato e indifferente al resto. A sinistra stridori, fischi, elettricità grattuggiata in balia di scariche che spostano, frenano e storpiano l'uomo-pantera. Al centro colpi e pestate, feroci, leggeri e deraglianti. Suoni sghembi, sopra bruciature, sopra muri massicci e polvere, calce, metallo ghiacciato schiacciato sulla pelle fino a bruciarla, frenate, sbandate improvvise e violente, carezze seguite a pugni. Un agglomerato di suoni, secchi, ossessivi, concentrici, ipnotici. Ci si trova in balia di un ondata che come il mare segue solo le proprie regole. Possiamo solo adattarci. Un momento veniamo investiti da energia pura, in una montagna russa spezzata, borderline. Giunti in cima ci troviamo compressi in un messaggio alieno che ci fa risalire tutta la stanchezza accumulata in settimana. Le gambe cominciano a cedere, la lucidità a tremare, la mandibola ad allargarsi. Prossimi al collasso, si riparte in un gorgo di macerie di suoni. Ancora qualche minuto all'mdma e la batteria non c'è più, sottratta al batterista prima del punto di non ritorno.
Le luci sono spente. Possiamo uscire tra la folla, mentre il dj accoglie il popolo post-midnight, inconsapevole di essersi perso la perfetta espressione delle tre scimmie, un monologo collettivo dall'impatto magnetico.
Ecco, immaginiamo una serata del genere, forse riusciremo ad avvicinarci al rumore artistico prodotto ieri sera dagli Shellac, impossibile da racchiudere appieno tra le curve di un vinile.



Grandiosi, come nel pezzo riportato qui sopra.
Ma potrebbe benissimo farvi cagare, ben intesi.

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