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domenica 15 maggio 2011

Orsigna - Di padre in figlio e di castagna in castagna


Era da un pò di tempo che volevamo ritornare all'Orsigna. Ci eravamo stati qualche anno fa in una gita veloce, costretti ad  interromperla a causa di un brutto temporale che allora non ci permise di arrivare al famoso albero di Tiziano Terzani. Abbiamo conosciuto questo luogo grazie a lui e ce ne siamo subito innamorati. La strada per arrivare è un pò tortuosa, superata Porretta si snodano curve via via sempre più contorte fino ad arrivare al bivio dove c'è la deviazione per la valle. E' difficile beccare lo svincolo alla prima, anche oggi abbiamo fatto un giro assurdo per arrivare; abbiamo sbagliato strada tirando dritti verso Pistoia poi ad un certo punto ci è venuto il dubbio e ci siam fermati lungo la statale a chiedere informazioni. "Scusi per l'Orsigna?" L'uomo con accento del posto ci dice che l'abbiam superata ma che prendendo la strada che taglia per San Mommè si riesce a tornare indietro "l'è un pò piccina ma se alle churve date du cholpi di clacson, con du minuti voi siete a Pracchia". Ci guardiamo un attimo e poi insieme, scusi ma che intende per piccina, e poi si inerpica molto? Le salite son pese? Un altro uomo si avvicina e dice al primo "te tu dici piccina ma è anche un pò bruttina un li conviene mica" e l'altro risponde "oh guarda che l'han rifatta, l'è tutta sfaltata, chon du botte di clacson e poi è pure bellina, mi sapranno dire poi se v'è garbata" ci fidiamo. E' fatta, via per San Mommè.

Ho trovato una foto in rete del 1919 dove si vede la strada di accesso al paese, oggi è ancora così, la strada è davvero piccola, a percorrerla viene da pensare, sarà a senso unico, poi quando ti trovi a dover fare marcia indietro per far passare qualcuno, capisci che l'è davvero piccina. Torniamo indietro da Pracchia ma allo svincolo tiriam dritti, gira che ti rigira riconosciamo il posto. Arriviamo ad Orsigna che il piazzale davanti al bar è già pieno di auto. Decidiamo di parcheggiare verso Molino di Berto. Qui facciamo una pausa caffè, il ragazzo che ci lavora ci racconta due cose sulla produzione della farina di castagne e ci dà qualche indicazione per arrivare al percorso di Terzani. Mentre saliamo verso Case Cucciani mi vengono in mente alcune cose che Tiziano disse su questo posto
"Lo capisci, no? Allora io avevo qui [a Orsigna] la mia seconda patria che ha rappresentato, me ne rendo conto ora, la magia nella mia vita. Perché questo posto è misterioso, è una valle chiusa che non va da nessuna parte, con una storia di grande povertà. La gente viveva in case fatte di pietra, con finestre piccolissime perché non entrasse il freddo, molte erano addirittura senza camino. Quello che ci ha venduto la terra era un uomo straordinario che stava con la moglie, di cui dicevano era una strega, in unaa stanza dalle pareti nero fumo. Così viveva la gente. Viveva di castagne, di funghi e del granturco che coltivavano, però erano tutti poeti. Prima di tutto perché erano pastori, gente che con un filo d'erba in bocca stava in cima a una montagna a guardare il gregge e pensare alla vita, a Dio, alla natura. La domenica in paese cantavano il contrasto in ottava rima, che io adoravo. Uno difendeva la donna bionda, l'altro la donna bruna. 'Se tu vuoi amar la donna bionda, per tutta la vita le farai la ronda', e l'altro gli rispondeva 'Ma la donna dai capelli mori, quando le pare la ti butta fori'. Ore e ore in piazza a cantare e bere vino. Sono i ricordi della mia infanzia. Sono cresciuto così e mi rendo conto ora del grande valore che ha avuto per me questa sponda. Pensa che tutti i posti dell'Orsigna hanno una storia, ogni anfratto, ogni valle, ogni forra, ogni torrente ha una sua storia magica. Ci si 'sentiva' dappertutto in questa valle." T.T.

Lo capisci guardandoti attorno che questo luogo è un luogo pieno di magia: le case in pietra abbandonate, la strada che si snoda su per la valle, la folta vegetazione che riempie gli occhi fra Abeti, Castagni, Ciliegi canini e Cerri, Ginepri nani, Ginestre e altri ancora. L'appennino che accoglie e che preserva, qualcuno dice che anche il lupo sia tornato a vivere da queste parti. 
“Bella, varia, maestosa per la corona di monti che la circondano, vestita di boschi, ove il castagno insegue il faggio fin sotto le più alte cime, ove affiora il macigno e la rupe s’erge diruta fra lo scoscendimento di frane e di slavine, o dove il dosso verdeggia di alpestri praterie, l’Orsigna merita di essere meta più frequente di chi ama girare i monti.”
Molte sono le case che ci lasciamo alle spalle, Casa Corrieri, Lavacchini e Casa Santini; prendendo a destra Il Contadino dove abitava Terzani e dove per magia sbuca Folco insieme a due persone che cammina tranquillo per strada. Casa Aldria, Casa Moretto, finalmente Casa Cucciani dove termina la strada asfaltata. Da qui parte il sentiero di circa Mt. 400 che porta all’Albero con gli Occhi, meta preferita di Tiziano.
Un attimo di esitazione, le parole corrono veloci, le ritrovo in qualche punto, dentro di me
  
"L’Orsigna è stata la mia scuola di vita. Qui ho fatto il primo ballo, ho avuto il primo amore, le prime paure, i primi sogni. Coi miei primi risparmi comprai il prato dove avevo mandato l’aquilone e con le pietre del fiume ci feci una casa come quelle degli altri, solo con la porta e le finestre più grandi. Il pensiero di quel posto m’è servito da bussola nei miei vagabondaggi nel mondo e quando ai miei figli, cresciuti sempre in paesi d’altri, ho voluto dare delle radici e mettere nella memoria l’odore di una casa a cui legare poi la nostalgia dell’infanzia, ho imposto loro, come regola di famiglia, di passare ogni anno due mesi ad Orsigna." T.T.
Quando era uscito il film, La fine è il mio inizio sono corsa a vederlo e mi ero promessa che ci avrei scritto due righe. Poi qualcosa mi ha bloccato. L'emozione iniziale di ritrovarmi faccia a faccia con un dialogo così intimo fra un padre e un figlio mi aveva imbarazzato. Il libro possiede dei tempi migliori per far avvicinare il lettore a tutto questo. Nel film sei catapultato nel cuore di questa storia, in paesaggi che sono reali, sulla musica, sulle parole che qui si fanno labbra e poi voce e che ti trovi a dover accogliere come frutto di un qualcosa che dovrebbe essere finzione, ma che non lo è. La parte più bella, quella che forse mi commuove più di tutte è data dal fatto che in fondo piacerebbe un pò a tutti, ad un certo punto della vita, sedersi davanti al proprio e lasciarlo raccontare. Predisporsi all'ascolto, incamerare, andare nel profondo, elaborare. Del libro, ricordo che mi ero soffermata molto su Tiziano, il punto di vista di un padre che in un momento critico della sua vita sente il bisogno di parlare a suo figlio, di farlo tornare. Il film mi ha permesso di fare un passo avanti, mi ha fatto scoprire il figlio, il figlio capace di sedersi, di chiedere, di ascoltare. Camminiamo su per il sentiero arriviamo al grande albero con gli occhi; sull'albero ci sono oggetti a segnalare il passaggio di altre persone. Il panorama è davvero bello. Viene voglia di restare. Restare a pensare.

"Torno sempre anch’io e sempre più mi domando se, dopo tanta strada fatta altrove, in mezzo a tante genti diverse, sempre in cerca d’altro, in cerca d’esotico, in cerca d’un senso all’insensata cosa che è la vita, questa valle non sia dopotutto il posto più altro, il posto più esotico e più sensato, e se, dopo tante avventure e tanti amori, per il Vietnam, la Cina, il Giappone ed ora per l’India, l’Orsigna non sia - se ho fortuna - il mio vero, ultimo amore." T.T.
(I pezzi di T.Terzani sono stati tratti da La fine è il mio inizio e In Asia)

Note a margine:
Non bisogna essere fan accaniti di Terzani per venire a fare un giro in questi luoghi. Il fatto che il giornalista abbia vissuto e scritto cose interessanti su di loro dovrebbe bastare a smuovere un briciolo di curiosità, mettere il sedere sulla macchina ed arrivarci. Arrivati qui si scopre che in questi territori un tempo hanno vissuto uomini e donne normali che con fatica e amore hanno preservato questi luoghi incontaminati. La storia per conoscerla bisogna percorrerla,  la storia è raccontata dalle genti che ancora vivono in queste valli. E' emozionante trovarsi davanti all'albero di Terzani, ma è emozionante anche trovarsi davanti un molino ancora attivo dove la gente porta ad essiccare il proprio raccolto di castagne e le mette in comune; dove, raccontano, se uno non pela bene le proprie manda in malora la farina di tutti. Anche quando le essiccano non accettano le castagne bacate perchè si potrebbe mandare tutto il lavoro in fumo.
Un bell'esempio di civiltà che torna utile tenere a memoria.

Note a margine bis
Altre storie, per chi ne ha voglia

domenica 6 febbraio 2011

Ramponi arrugginiti e scodella di latta: il mio nome è Wolfe


Nel 1939 un miliardario americano di nome Dudley Wolfe, appassionato di viaggi e natura, partì dal Maine alla volta del K2, la seconda vetta più alta della terra, deciso a diventare il primo uomo a scalarne la vetta. Tanti furono i tentativi falliti; a partire dai primi del Novecento questa montagna, straordinaria e terribile insieme, cominciò ad attirare la curiosità di impavidi e coraggiosi, determinati a raggiungere una dei tetti più ambiti del mondo. Con la sua altezza di 8611 m s.l.m, si dice sia la seconda scalata con il più alto tasso di mortalità: ogni 4 apinisti che scalano, 1 muore. La Montagna Selvaggia, inospitale e burbera verso l'uomo, ha pareti troppo ripide e ghiacciate e non possiede punti ideali ad un ristoratore bivacco. Vi sono diverse vie di ascensione, tutte accumunate nella difficoltà della ripida pendenza. La spedizione di Wolfe fu una delle prime a raggiungere e toccare i 7500 metri; nonostante l'età e l'inesperienza, questo ricco miliardario insieme a Fritz Wiessner e a tre sherpa, decise di attaccare la vetta fino allo stremo delle sue forze. Il libro della scrittrice-giornalista Jennifer Jordan ripercorre dall'inizio la storia di questa spedizione con una ricostruzione abbastanza dettagliata dei fatti che la caratterizzarono. Una storia molto complessa che affascina nel contrasto forte di dicotomie che si creano dalle prime pagine fino alla fine del libro. Dai più caldi e lussuosi salotti europei alle vie ghiacciate e inviolabili del K2, la storia si snoda a partire dal ritrovamento che, 63 anni dopo, l'autrice farà dei resti di Wolfe trascinato ai piedi della montagna in mezzo ad una distesa di detriti. 
...frammenti di tessuto,stringhe di cuoio, corde di canapa, ramponi arrugginiti, un piatto e una scodella di latta, anche il bruciatore di un vecchio fornello Primus. Poi i miei occhi caddero su qualcosa che non avrebbe dovuto trovarsi lì insieme alle rocce e ai detriti...
In mezzo ai resti che chiaramente l'autrice percepisce appartenere ad un epoca lontana è il ritrovamento di un piccolo frammento di osso a  metter luce sul misterioso accumulo custodito nel ghiacciaio. Una moffola di pelle e stoffa, consumata, sgualcita, attraversata dal tempo riporta chiare le lettere di un nome. Wolfe. 
Qui giace, Wolfe!

Il libro "La scalata impossibile" offre una ricostruzione abbastanza imparziale della spedizione rimasta per anni al centro di importanti dibattiti. Al lettore è lasciata la possibilità di riflettere su quelli che sono gli equilibri umani che si giocano in vetta. Lettura densa di dettagli, a tratti giornalistica a tratti romanzata, uno sguardo femminile che pone un accento particolare alla storia di Wolfe per rompere la falsa idea, lanciata dai superstiti della sua inettitudine davanti alla vertigine dell'altezza.
La traduzione italiana del titolo a mio giudizio non rende giustizia alla storia, non si tratta di una scalata impossibile perchè Dudley arrivò comunque ad un'altezza considerevole. A conti fatti si potrebbe parlare di una discesa impossibile o resa impossibile ed il titolo originale The Last man on the mountain - the death of  an American Adventurer on K2 sembra sottolineare proprio questa condizione. L'ultimo uomo rimasto a sorvegliare la montagna, a 7500 metri, avvolto in un sacco a pelo di sherpa, troppo piccolo  per avvolgerlo nel silenzio della grande montagna selvaggia.

lunedì 10 maggio 2010

"Il Sentiero degli dei" di Wu Ming 2

1) Per chi non lo sapesse, tra Bologna e Firenze, sulle costole dell'Appennino, v'è un antico sentiero di recente denominazione antica, chiamato Via (o Sentiero) degli dei. Ora come ora, non ricordo esattamente il luogo, il tempo e le circostanze che mi portarono a conoscere questa strada che lega così bene il tortellino alla fiorentina (forse dalle pagine di Brizzi? dai racconti di qualche amico? mistero...), certamente era da parecchio tempo, in particolare da quando pellegrinaggi, camminate o passeggiate verso l'indefinito hanno cominciato a solleticarmi la mente, che volevo intraprenderla. Tutt'ora non mi sono trovato con cinque giorni consecutivi per pormi sotto uno zaino e partire. Pazienza.

2) Per chi ha già letto o sbirciato questo blog, non giungerà nuova la notizia del mio amore verso la narrativa, tra cui quella prodotta dall'illustre bottega artigiana Wu Ming. Perciò, sentito dell'imminente uscita di un ulteriore lavoro solista, cominciai a fremere e scalpitare, e ancor di più quando fu rivelato il tema dell'uscita.

Bene, ora il libro è uscito (qui un trailer). Le pagine sono state lette. Lasciando impressioni e sensazioni ben marcate e facendomi chiudere la quarta di copertina con un'ancor più socratica consapevolezza della mia ignoranza verso ciò che mi circonda, anche da vicino, e con una smania di partire prossima all'assoluto.
Ma facciamo un passo alla volta e cerchiamo di non perdere i tanti pensieri che scorrono con implacabile rapidità. Il libro in questione è un vero e proprio U.N.O. (Unidentified Narrative Object). La storia (le storie) contenute al suo interno spaziano dal racconto all'inchiesta, dal romanzo eco-storico alla guida per escursionisti, e tanto altro ancora. Una miscellanea di argomenti che l'autore ha splendidamente intagliato gli uni accanto agli altri dimostrando con ancor più potenza rispetto alla sua prima fatica solitaria, che sempre da un passo dopo l'altro su questi monti era stato ispirato. Questa volta però non siamo più alle prese con supereroi trogloditi, ecoguerriglieri, mafiosetti di montagna e la variegata fauna creatasi tra queste vallate. Questa volta siamo appollaiati sulle spalle di Gerolamo, una sorta di alterego più inesperto del nostro cantastorie ma altrettanto sensibile ed attento alle voci ed agli accadimenti sedimentatesi nel tempo. Una moltitudine! Nè più nè meno. Una pagina dopo l'altra, riga dopo riga, incontriamo particolarità dei luogi, suggestioni, agghiaccianti dati sugli scempi che ci ostiniamo ad ignorare per l'ingordigia di pochi stronzi. Dati sugli accadimenti del secolo scorso, dati freschi freschi e implacabili sulle cosiddette energie pulite (con link cartacei ad approfondimenti come qui e qui). Riflessioni, eco-poetiche, sonorità della terra e della narrativa (di quest'ultime c'è un ottimo esempio qui). Passeggiando cinque giorni sullo zaino di Gerolamo, ci ritroviamo circondati da un turbinio di parole dalle vaste tinte, sorprendendoci a ragionare riguardo a concetti quali ambiente, cemento, paesaggio, fonti di energia, lavoro, cultura storica, escursionismo, amicizia, famiglia... e mi fermo qui per non far torto ad altri temi.
Personalmente ho trovato questo libro meraviglioso, lucido e toccante. L'autore ci porta per mano in personalissimi sentieri e sterrate, lasciandoci poi con la facoltà di decidere dove guardare o voltare il capo, dove proseguire o tornare indietro. Tra le vibrazioni delle parole il suo pensiero è fermo e inequivocabile ma mai prepotente.
Splendido atto d'amore ecologico, ode a chi si (s)batte con costanza per preservare gli echi di voci lontane. Spinta ad incamminarsi per i più svariati sentieri con ostinata passione, a battere le proprie tracce ed a non fermarsi alle melense voci catodiche delle sirene in doppiopetto che pretendono d'irretirci con la banalità.
Libro da leggere, regalare, far girare.
Fa sentire un po'piccoli e ignoranti, ma senza criticare o far sentire in colpa. Fa perdere l'orientamento, alcune certezze. Spiazza. Esalta le indifferenze passate ed ignorate, scuote ed attiva.
Ottimo esempio di come far vedere agli occhi e far sentire alle orecchie.
Ed ottimo esempio di grande scrittura.

domenica 2 maggio 2010

"Sentieri sotto la neve" di Mario Rigoni Stern

Ecco uno scrittore a cui mi sono accostato per caso, grazie a fortuiti snodi letterari. Un libro regalatomi pochi giorni prima di una partenza che, fin dal titolo, avverte di volerci portare alla riscoperta di ciò che giace sotto il freddo strato amnestico del tempo.
Un libro sottile, breve raccolta di storie e parole. Un libro da leggere con cura, senza ingordigia.
L'ormai fu Stern ci porta avanti e indietro, sulle ali di una memoria lucida e commossa, dietro a personalissime orme da calcare con discrezione. In questi sedici racconti ci muoviamo tra molteplici sentieri, osservatori silenziosi di cose che furono e che tendono a non esser più. Alcune mutate, altre dimenticate. Ogni racconto è diverso dall'altro. Ogni racconto condivide un'immensità con quelli circostanti. La raccolta è suddivisa in tre parti, una miscela di passato remoto, prossimo e presente. Un intreccio di sentieri capaci di ricreare con potenza storie custodite tra i monti e gli inverni di Asiago e dintorni. Con poche sillabe, anche senza esservi mai stati, ci scopriamo intimi di usanze, sogni e parole che tendono a diventare sempre più prerogativa di pochi.
Aprire queste pagine immerge in un dedalo altalenante di memorie e conoscenze. Quante nevi possono esserci nell'arco di un'anno? Quanti nomi per delle montagne? E poi, passeggiate a fianco di Levi, ombre partigiane, pastori, caprioli, animali dai nomi ingarbuglianti. Ristori, focolari, rugiade di fresche mattine estive.
Poche pagine da sorbire con lentezza, un passo alla volta. Un salto all'indietro da affrontare senza impazienza. Ottima occasione per ritrovarsi circondati da un qualcosa di totalmente sconosciuto e familiare, ritrovando un pezzo di quella memoria apparentemente abbandonata ad echi lontani.
Parole, suggestioni e ricordi di rara intensità e bellezza, da non lasciare impolverire e in cui ritrovare una parte di ciò che, nel frastuono presente, tende a rasentare l'oblio.

lunedì 26 aprile 2010

Una domenica di Monte Sole

Dopo il rannuvolamento dei giorni scorsi, la mattina del 25 aprile ha deciso di concedersi tersa e soleggiata.
Da Bologna e dintorni, persone di tutte le età, ogni anno, decidono di recarsi sulla vetta di Monte Sole insieme ad amici, figli, nipoti. Per vari motivi, ogni volta si arriva con spirito simile e differente dall'ultima. In questa ancor più motivati, viste le recenti dichiarazioni (qui, qui e se ne trovo altri li aggiungerò qui). In ogni caso è sempre piacevole carezzare i prati e i sentieri di questa parte dell'Appennino.
Questa volta arriviamo tardi, le due passate. Due poliziotti provinciali deviano il traffico. Peccato non aver portato un bordone. Troviamo un buco ai piedi delle colline, un'occhiata alla salita, zaino in spalla. Dai che si va!
Immersi nel verde, su sentieri d'asfalto, un passo dietro l'altro. Sulle orme di chi, anni addietro, seguiva diramazioni segrete, custodite da tracce nascoste. Un po' per pigrizia, un po' per emulazione, dirottiamo per un prato ripido e sdrucciolo, verso una legnaia distesa. Mobile processione a cogliere vibrazioni lontane. Il sole batte e ci scopriamo in abiti un po' troppo pesanti, pazienza. Se non altro, una volta in cima, libereremo i piedi.
Per un tratto, seguiamo la scia di ragazzi che tra bandiere, canti, inseguimenti annaspanti ad ogni possibile mezzo di passaggio, alleggeriscono il peso di ogni passo. Ostinati, li vediamo diminuire, chi sopra una moto, chi dentro ad un'auto.
Ritorna un'idea di silenzio e, dietro la curva, spunta una coppia alle prese con le insidie del percorso. Spingono una carrozzina, al cui interno, un tesoro. Meno di un mese e già pellegrin*. Dormicchia, assaporando ogni eco intorno. Altri viandanti offrono un passaggio. No, grazie, il Poggiolo non è distante. Accostati, li salutiamo con un sorriso.
Inconsapevoli d'essere così vicini come si è detto. A piedi, i punti di riferimento edulcolorano. Dopo l'ultima curva, passiamo dai freschi toni primaverili ad una luminosità dalle tinte estive. Qualche ultimo passo, un fazzoletto d'erba sufficientemente asciutto, piedi liberi di respirare terra ed erba. I panini, una volta addentati, sono i più buoni di sempre, conditi dagli aromi incontrati salendo. Sul palco, si alternano gruppi e vecchi Litfiba graditi al mixerista. Mentre offriamo la faccia a sole e vento, vediamo un capannello di persone crearsi d'improvviso. Dall'interno, le parole di Franco Fontana, per quanto a basso volume, risuonano e sovrastano, cariche di commozione. Nemmeno le sovrapposizioni censoree di chitarre distorte riescono a fermarle. Ma siam qui solo per la musica?
L'intervista finisce e il brusio circostante mi ha lasciato poche parole preziose e pesanti, molte si sono perse. Fontana ci ha parlato di sé, di quand'era staffetta, di ciò che ha visto accadere. Le guerre non finiscono mai ha detto, interrogandosi sul perché un contadino italiano debba voler uccidere un contadino di un altra nazione o ideologia. Salutandoci ci parla di un libro La staffetta, in cui coi suoi occhi assistiamo a quella parte di storia di cui é, dolentemente, stato testimone. L'idea è nata da una maestra, che alla fine di una gita scolastica, dove anche i più scalmanati si erano vestiti di silenzio e attenzione, lo pregò di non stancarsi mai di parlare.
Il libro, oltre a parlare del Fontana ragazzo, giovane staffetta partigiana, sulla scia della disciplina sportiva si fa a sua volta staffetta, testimone, per chi continuerà a correre dopo di lui.
Tornando a valle, con le note della Banda Roncati in sottofondo, ripenso alle parole di Alice Miller, alla sua convinzione nella venuta di un giorno in cui non si riusciranno a comprendere le motivazioni che portarono ad orrori simili a quelli che si scatenarono a Monte Sole. Può darsi. Ma i testimoni diretti sono sempre meno. I racconti, tra qualche anno, si faranno di seconda mano. Lo stesso libro, che ci pone dinanzi ad orribili flash di quei giorni, letto con le immagini del Fontana di oggi, con il suo sguardo ed i tremiti della sua voce impressi negli occhi, riesce a spalancare ancor di più il baratro di quei giorni. Mi chiedo se l'effetto sarà lo stesso, quando rimarranno solo documenti di quel periodo, se il revisionismo, il sottovalutismo, troveranno terreno più fertile per degradare.
Sicuramente, questi documenti saranno indispensabili per far capire l'incomprensibilità di quegli anni, per creare le condizioni capaci di portare ad affrontare in maniera più razionale e creativa le minacce presenti nella realtà. Oltre alle voci passate ne serviranno di nuove, capaci di raccontare quel periodo come chi se lo trova cucito addosso.
Verso casa, con un tassello di memoria nello zaino e le sue parole di fuoco, fradice di sangue e lacrime.

Scendendo le colline, in un'improvvisata armata Brancaleone, affrontiamo distese di fango con passo leggero e risate, verso un tramonto che indica in segreto l'alba a seguire.

mercoledì 7 aprile 2010

Il Landolfi fantastico


La scelta di soffermarmi sull'opera di Tommasi Landolfi nasce da una certa curiosità che in questi anni mi è nata nei confronti di una letteratura capace di suggestionare il mondo interiore. Non conoscevo Tommaso Landolfi, poi è arrivato l'input dal prof. Baraldi e con grande stupore mi sono avvicinata alla raffinatezza stilistica e alle ambientazioni stralunate di questo scrittore. Dandy provocatorio, stravagante, tenebroso e misantropo, aggettivi che disegnano un' aurea di eccentricità tipica di molti artisti romantici. Landolfi rappresenta, nella letteratura italiana del novecento, un caso isolato e anomalo. Oggi grazie ad una serie di convegni e studi è tornato in auge di fronte ad un certo silenzio critico e popolare. Se dovessi introdurlo con poche parole mi basterebbe dire che la sua scrittura è caratterizzata da un originale creatività dovuta in parte ad una fervida immaginazione, in parte ad un insolito caleidoscopio di figure fantastiche che costellano i suoi racconti. Le ambientazioni, spesso al limite del surreale, ci conducono in un viaggio all'interno di atmosfere particolari e spiazzanti. E' un mondo in miniatura che egli descrive con una lente di ingrandimento in grado di mostrarci elementi trasfigurati del reale. L'elemento fantastico si insinua negli angoli più remoti del quotidiano e ritornano a galla in un realismo sconvolgente che ci lascia turbamento. I personaggi dei suoi racconti hanno spesso un bisogno di evadere dalla realtà perchè non riescono ad addomesticare pienamente lo spazio. Sono uomini che vivono una vita normale e che ad un certo punto si trovano a doverla re-interpretare perchè si sentono bloccati nella realtà. Qual'è il metodo migliore per oltrepassare questo limite se non crearsi un passaggio per arrivare dall'altra parte della sponda? Il mezzo che usa Landolfi è quello della scrittura, della parola che, controllata e ben definita, lo libera dalla sua debolezza. La scrittura è una sorta di finestra per affacciarsi sull'inconscio, davanti ad una serie di elementi dal forte connotato simbolico e che ricorrono in tutta la sua opera: inquietudine esistenziale, fallimento di valori in cui credere, delicata psicologia; il tema della perdita, dello spaesamento è proprio di quel background tardoromantico e decadente tipico della sua opera. Molte pagine ci parlano di necrofilia, aspetti incestuosi e feticistici, spesso esibizionistici verso componenti corporee o sessuali, attrazione e repulsione verso un vasto repertorio di animali. Il bestiario landolfiano sembra attingere a quel repertorio iconografico che dai grilli del medioevo fantastico descritti da Baltrusaitis Jurgis arrivano alle pitture infernali e metafisiche di Bosch e Bruegel. Queste creature non vogliono annientare l'umano bensì vogliono unirsi a lui (si pensi a Gurù del racconto La pietra lunare) sono metà donne e metà animali che esercitano un fascino fatale, particolarmente legato al mondo della notte, del mistero che tutto avvolge e che affascina perchè, come ci ricorda Ernesto De Martino in Sud e Magia, "la possibilità magica di fascinare e di essere fascinato trova un terreno elettivo nella vita erotica". Landolfi gioca proprio su questi elementi. Nel 1983 Italo Calvino curò l'antologia dove dovevano venire raccolti i più importanti racconti fantastici dell'ottocento e non fece figurare alcun autore italiano. Giustificò questa sua scelta dicendo che non voleva inserirli perchè obbligato. Pochi anni dopo venne alla luce una pubblicazione in due volumi di racconti fantastici italiani a cavallo tra ottocento e novecento. Molti scrittori italiani vi trovarono collocazione: Giovanni Verga, Luigi Capuana, Antonio Fogazzaro, Italo Svevo, Luigi Pirandello, Alberto Moravia, Tommaso Landolfi ed altri ancora. L'Italia si è sempre pensato non essere un luogo particolarmente ideale per visioni "nebbiose" a causa di una solarità tipicamente mediterranea che ha creato non pochi pregiudizi attorno ad un possibile filone fantastico nostrano. Il fantastico rappresenta un genere molto difficile da definire e questo Tsvetan Todorov, quando doveva formularne una definizione, lo sapeva benissimo. Alla luce di tutto ciò credo sia interessante scoprire che in realtà in Italia abbiamo avuto degli esempi molto fortunati di questo genere letterario ma che, per svariate ragioni, sono rimasti un pò in ombra rispetto alla solita letteratura. Sarebbe bello riuscire a creare una lista di racconti ideali allo spaesamento. Ognuno potrebbe crearsi la propria. Come primo "spaesamento" consiglio Il mar delle blatte e altre storie e poi vediamo cosa esce fuori.