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venerdì 18 marzo 2011

Il mio 150°

Dal 150° anniversario dell'unità d'Italia sono tornato a casa piacevolemente sfiancato, con alcune riflessioni preziosissime in saccoccia e con sensazioni più positive rispetto al passato riguardo alle macerie implosive della società in cui viviamo.
Partiamo dal finale.
Da una piccola, splendida, calda, accogliente biblioteca nei pressi di Bologna dove i Wu Ming hanno sfoderato una serata da vere rock-star (qui la prima parte), con una celebrazione spacca sinapsi, ubriacante, che ha tenuto tutti i presenti incollati alle sedie per due rapidissime ore. Tra i molti spunti, riflessioni e digressioni storiche oblique che mi si sono ingarbugliate in testa, ci sono due aspetti che mi sono rimasti più impressi degli altri.
Il concetto di familismo amorale come descrizione oggi ancor più attuale dell'italianità più cupa e visibile e la molteplicità di significati che il tricolore può assumere in diversi contesti spazio-temporali. Tornando a casa dal centro, ieri mattina, io e la mia compagna riflettevamo sulla reazione automatica che scattava nel vedere le bandiere alle finestre. La mente tornava a qualche anno fa, quando esporrle significava essere d'accordo con l'intervento militare in Iraq. Oggi, ci chiedevamo, chi li espone, per quale motivo lo fa?
Rigido nazionalismo? Adesione pavloviana all'evento? Espressione di sentimenti e simbologie più complesse?
Durante la serata si sono dispiegate delle possibili risposte. Tanto semplici e potenzialmente immediate, quanto facilmente scordabili. In un periodo come questo, in cui i colpi d'accetta verso tutte quelle istituzioni espressione della Costituzione, esibire il tricolore significa fare un primo passo per difenderla.
Oppure, in una regione come il Veneto, che secondo le induzioni dei media potrebbe essere chiamata Padanialandia, può significare affermare con fermezza la propria non appartenenza alla Lega.

lunedì 28 febbraio 2011

Uomini d'acqua dolce

Mentre i potenti si affannano a mantenere poteri sempre più traballanti, tra le mura domestiche nascono slanci epressivi che solo uomini d'acqua dolce san fare tanto spontaneamente.

Oggi

 

come ieri


L'invito è quello di accendere lo stereo, farsi avvolgere dal volume e lasciarsi andare fino alla fine.
Uomini d'acqua dolce si annidano dentro e fuori mura di ogni genere, in ogni angolo.
Basta solo lasciarsi scovare.

venerdì 10 dicembre 2010

Requiem per "Io sono con te" di Guido Chiesa

Volevo scrivere questo post a caldo, di getto, per invogliare ad andare a vedere questo film il prima possibile, visto che era stato detto che avrebbe avuto vita breve nelle sale.
E infatti così è stato.
A Bologna ha retto sette giorni.
Non un minuto di più.
Non credo abbia avuto miglior sorte nel resto della penisola.
Dodici copie restano dodici copie.
Anche (o soprattutto?) per un film di coproduzione rai, riconosciuto d'interesse culturale dal ministero di competenza, denso di contenuti e spunti di riflessone fruibili a diversi livelli.
Purtroppo alcuni di essi, per non parlare di certi argomenti, rimangono (o si vuole rimangano) un tabù per le folle. Impossibile anche solo pensare di parlarne, figuriamoci metterli in discussione. Mettersi in discussione. Troppo complicato, doloroso, per non dire pericoloso (per chi lo sarebbe è tutta un'altra questione).
Già, perchè questo non è un film sulla Madonna ed il bambin Gesù come è stato detto per invogliare all'assenteismo atei e credenti ultraortodossi.
E' ben altro.
Parla di genitorialità, della condizione femminile, di cultura e scienza (del loro incontro) e dei tanti modi in cui ognuna di esse possa diventare ingrediante di rivoluzioni.
Sociali, umanitarie, esistenziali.
Difficile, o forse solo complesso, analizzare o parlare distintamente di ognuno di essi, con una sola visione dietro le retine che rivendica nuove visioni.
Posso provare, ma in (dis)ordine sparso.

Tutta la storia si svolge attorno e grazie a figure femminili forti e con alle spalle una sinfonia generazionale (da Anna a Maria per culminare in Gesù) tale da scavalcare l'ottusa attitudine a piegarsi alle usanze di una società rigidamente patriarcale e violenta, in cui si confonde (o si preferisce muovere) la paura con il rispetto.
Una società che si rispecchia (in buona parte) nella figura esclusivamente verticale di Mardocheo, il fratello di Giuseppe, in cui è il reiterarsi della violenza da una generazione all'altra, la sua accettazione data dall'abitudine, dall' "è sempre stato così", a creare significato. Tanto in un rito religioso come la circoncisione (a cui Maria si ribella dicendo al marito: "Vuoi fare a lui (Gesù) quello che è stato fatto a te?") quanto nel sistema politico, in cui conta esclusivamente il luogo o "ceppo" di nascita e la sua influenza, il suo potere del momento.
Una società in cui domina il verticale è composta da persone incapaci di guardare al di là dei propri piedi. Al di là di sè.
Un arciplago di monadi cieche, le cui conseguenze non riguardano soltanto la sfera sociale ma perfino quella più intima e privata della propria casa. Essere genitori in questo modo, significa perdere di vista le necessità e le potenzialità del proprio figlio, costringerlo a fare i conti con lo specchio opaco di quelle dell'adulto; un uroborico rinnovarsi di uno stesso motivo dalle variazioni sottili.

Maria si trova immersa in una società di questo tipo, in cui la donna è socialmente disprezzata, ritenuta impura, inferiore (come si evince, per esempio, dalle scene/citazioni del Levitico 12 e 15:25), buona solo per mettere al mondo figli da crescere nel modo impostole e per stare dietro alle faccende di casa.
Nel film questa concatenazione di "abbassare il capo", che sembra trovarsi d'accordo solo sul ruolo in cui relegare le donne, è lampante. Maria lo esplicita parandone a Gesù, spiegandogli che le donne possono "far molto" solo all'interno delle mura di casa.
Frase solo apparentemente arrendevole, in cui è celato il messaggio per niente scontato della capacità rivoluzionaria che ha ogni madre (e in un'ottica più ampia, ogni genitore), di far crescere i propri figli, il futuro, in maniera diversa rispetto alle imposizioni sociali ed alle sue reiterazioni. Non è sola nell'accompagnare lo sviluppo prodigioso di Gesù, che può divenire tale anche grazie all'uomo che le sta accanto.

Nel film Giuseppe compie un'evoluzione interessante. Da padre "evirato", che va avanti giorno dopo giorno accettando con rassegnazione ciò che circonda lui e i propri figli, diviene Padre, capace di una verticalità che si erge senza calare su chi gli è accanto, che non sopprime l'orizzontalità materna, ma ad essa si integra. Cambiano la postura e lo sguardo, il suo modo d'interagire con il prossimo e di seguire il proprio figlio che scopre il mondo e ne analizza le ipocrisie (esemplare la scena in cui il "matto" del villaggio viene scacciato pure dalla sinagoga col falso pretesto di una legge divina).

La sacra Famiglia come possibile esempio di cambiamento, di scardinamento dello staus quo dovuto all'incendio nato da tante scintille domestiche (qualcosa di cui, in altri termini, si è già trattato anche qui) o, perchè no?, scolastiche (su quest'aspetto, può essere interessante ascoltare un po' questo).

Forse. Certamente è un discorso complesso, da applicare ad una società molto più complessa di quella mostrata dal film. Sicuramente mi scordo qualcosa ma, vista l'intensità della visione, sarebbe bello non rinchiudere il discorso in questi pochi byte. Multidirezionarlo.
Ma bisogna aspettare il dvd. E chissà se sarà la stessa cosa.
Nel buio della sala, con le poche persone intorno, si percepiva un nonsochè di elettrico, che non so se la visione tv, più intima, riuscirà a ricreare.
Per ora è come ha detto dal regista qui:

Purtroppo hanno vinto loro. Il popolo dei “chisssenefrega della Madonna”, unito a quello dei credenti a cui non interessa ragionare, ma solo vedersi confermati (benché il film non contraddica nessuno degli assunti dottrinali della Fede cristiana), ha disertato le sale. Non lo ha bocciato dopo averlo visto: non è semplicemente andato a vederlo.

La logica del mercato non conosce eccezioni: Io sono con te è destinato a rimanere una meteora, con buona pace di chi non vuole che certi testi vengano realizzati, di chi si lamenta del Pensiero Unico o dell’appiattimento culturale. Altrui, mai il proprio.

venerdì 5 novembre 2010

Invito al viaggio, quando i bambini sanno interpretare bene i sogni degli adulti




Invito al viaggio
, ore 7:50 del mattino, il bambino magrolino e simpatico del pre-orario mi regala questo disegno che mi vede ritratta su di una fantastica mongolfiera colorata in volo sopra chissà quale paese addormentato. Colgo l'invito e restituisco il sorriso. Aveva in precedenza fatto un altro disegno simile, ma in quel caso i navigatori erano lui e suo padre. Non c'è cosa più bella che sognare di fare un viaggio con il proprio papà, in questo io ed il magrolino ci assomigliamo. Da bambini si sognano viaggi strambi e surreali ma quando l'età avanza non è detto che questi sogni debbano essere per forza abbandonati. A volte prendono semplicemente una piega diversa, inaspettata. Così dopo lunghi pensieri, mi ritrovo ancor oggi a fantasticare davanti ad un foglio colorato e all'idea di viaggiare, insieme al Babbo, con una vecchia Trabant rosso fiammante, tirata a lucido per l'occasione, per il giro d'Italia delle macchine d'epoca. Sfrecciare con lui alla guida superando per simpatia tutte le marche classiche del collezionismo d'auto: Union DKW, BMW, Citroen, Ferrari, Ford, Lancia, Maserati, Mercedes, Porsche e Triumph con i loro modelli più preziosi, uno ad uno. Sulle ripide strade che attraversano il dorso appenninico, senza dover rallentare di una tacca e preoccuparsi per la stabilità della vettura nelle sferzate, il test dell'alce conferma. E' bello farsi coinvolgere dai bambini in questi progetti per il futuro, un' impennata di entusiasmo che sicuramente riempie la mattina. Il magrolino sta già pensando a come progettare la sua partenza ed il padre, lungimirante, lo lascia fare.
L'ho sempre detto che i bambini sanno interpretare BENE i sogni degli adulti.


Il Trabant rosso fiammante c'è, un prezioso regalo
perchè 50 anni si fanno una volta sola nella vita,
dobbiamo solo pensare al resto.


mercoledì 25 agosto 2010

Seconda stella a destra (?) - Appunti dalla Croazia



˝La protettrice vigorosa di Hvar dalla quale una volta tuonavano i cannoni diventò luogo di canzone, svago e sogni˝

˝...dove la notte danzano le fate˝

Hvar, il cui nome deriva da PHAROS, antico nome greco dell'isola e della città principale, già porto dell'impero marittimo veneziano, grazie all'ottima posizione nautica, al centro delle vie di navigazione verticali ed orizzontali dell'Adriatico; bastano pochi giorni e già non si vorrebbe andar più via da questo luogo in cui è l'uomo a piegarsi alla natura, adattandovisi con strade sbilenche e piccoli, rari bastioni immersi tra il verde, lasciando spazio allo svolgersi naturale dell'isola.
Tra Stari Grad, Hvar, Jelsa e Vrboska abbiamo girato per sentieri di roccia bianca e squadrata; abetaie marittime in cui resina e lavanda si lanciano in teneri valzer odoriferi; dove il sole compie tutto il giorno il suo lavoro, rosolando con dolcezza ogni cosa viene accarezzata continuamente dalla brezza che solletica ogni pertugio. Ciò che più si avvicina ad un'idea d'inquinamento acustico è il frinire delle cicale, sotto cui si può percepire il lieve sottofondo del mare. Ciò che più si avvicina ad un'idea d'inquinamento visivo sono le maglie o i costumi più sgargianti di alcuni turisti.
Fatico ancora a capire la gente del posto. In alcune situazioni si viene accolti da un variegato creolo (comunque migliore del mio inglese) generoso di consigli su dove trovare macchie di lavanda da sfoltire. Altre volte ci si trova dinanzi ad ironiche insofferenze, forse per il possibile fastidio che si porterà all'isola (in effetti alcune comitive si mostrano roboanti ed incapaci di porsi con occhio non esclusivamente egocentrico in ogni attività, luogo o situazione intrapresa. Perciò, è comprensibile l'attitudine pregiudizievole, in particolare quando confermata da bagni notturni conditi da urla, schianti e lazzi vari. Attività piacevole e condivisibile se non fatta nella spiaggia del campeggio, a pochi metri dalle prime tende) forse per vecchie ferite non ancora rimarginate.
L'isola stessa è fascinosa e misteriosa, nella sua poliedria.
Distanziate da una ventina di chilometri di rocce selvagge, strade e sentieri persi nel verde montano, si trovano due versioni locali di Saint Tropez (Hvar) e Venezia (Vrboska). Tanto scintillante, lustra e frenetica coi suoi yacht su cui banchettano, in vetrina, navigatori opulenti, la prima; quanto riservata e rasserenante coi suoi ponti silenti, le sue tavolate all'ombra di viti e le semplici nudità dei naturisti scaldate dalle rocce, la seconda.
Dal lusso ostentato all'intima naturalezza di un corpo nudo sotto il sole in pochi minuti d'auto.
Isola sorprendente, in cui sperdersi è facile e dolce.
La poetica delle Pakleni da un lato e l'isola di Brac dall'altro creano un arcipelago in cui anche la semplice schiuma di una birra, assaporata sui ciottoli di una spiaggia, trascina fuori dal tempo, in uno spazio altro. Pochi giorni e l'isola assume le sembianze della lontana e suadente Ogigia, facendo calare presuntuosamente il bagnante nei panni di un novello Ulisse, inebriato dal sole e cullato dalle onde. L'occhio in pigra contemplazione del profilo del paese natale di Marco Polo, poco distante, apparentemente irraggiungibile.

Tra Hvar e Stari Grad, ai piedi della strada sormontata dai rocciatori, ecco Milina, spiaggia riversa tra un campeggio e un ristorante, con piccole case a decorarne i dintorni. Spiaggia più "italiana". Fitta di ombrelloni e pubblicità a coprirne i ciottoli, di gommoni e barche a pochi metri da chi nuota. Qui più fastidiosi e inopportuni rispetto a Hvar (città).
Chissà perchè.

Il tempo scorre placido, paziente. In contrasto con i nembi e i cirri che si muovono senza sosta portando in dono un incessante alternarsi di piogge, chiaroscuri e lucentezza. Gli acquazzoni durano il tempo di poche pagine prima di andare a letto, per poi cedere il passo agli scrosci di onde lontane, ancora agitate dal cattivo tempo ed all'incessante frugare di un elicottero che fruga nella loro oscurità lasciando il dubbio di un possibile dramma, che, come schiuma, passa per poi infrangersi, in una costanza di epifanie.
Cinica indifferenza da turista.
Antropologia usa e getta da vacanza.
Inseguendo l'idea di una rilassatezza.

Eppure, dopo un po' di giorni, l'isola si svela. Al fresco mormorio delle piazzole, poco prima di andare a letto.
Dopo una passeggiata in città tra le scintille di Hvar la stella, Hvar l'esibizionista, Hvar l'ingenua. Brulicante di firme, bancarelle, stoffe, vapori di unti costosi. Hvar, la cui salsedine si finge swarovski e le cui aspirazioni, girato l'angolo, mostrano la stessa vitalità dei grassi pesci succulenti che si possono scegliere, in fila, ordinatamente, prima di sedersi a tavola. Riistorante cinque stelle, vista su ricchi impegnati a ostentarsi, inscenando cene indimenticabili.
Dopo un giro sulla vecchia, stretta, scomoda strada contenuta tra Stari Grad e Hvar, alla ricerca macchie di lavanda. Direzione Brusje. Da dodici anni c'è la nuova statale. Più larga. Più corta. Più veloce. Più. In cui due macchine possono incrociarsi dai due sensi senza il timore di ammaccarsi o precipitarsi in scarpata.
Il vecchio raccordo assume i tratti del sentiero asfaltato. Vista discarica, enooorme (con divieto di fotografia). Vista cava, mezza montagna mangiata (ma allora anche qui si stupra Mamma Natura, dear holidaymakers, basta cercare bene).
Vista mozzafiato sulle baie, le insenature ed i boschi, perchè questa parte è tra le più alte dell'isola. E il fiato si mozza, in cima, tra i tronchi carbonizzati dai capricci del dio del tuono.
Dopo pochi chilometri a filo sulle scarpate si arriva al paese, delimitato agli estremi da ostinati venditori di miele e lavanda, costretti a tentare il sovrapprezzo con i pochi esploratori di questa parte d'isola dimenticata.
Fuori dal tempo.
Totalmente.
Pietra su pietra.
Assestata, diroccata, puntellata, lucidata, ammodernata, sbriciolata. Auto nuove, lucenti, ed auto senza targa, gioielli d'epoca, prossime alla ruggine. Una pelliccia, grigia e pingue, abbandonata sopra un gancio, in un muro.
Desolazione e sfascio accostato al quieto vivere di ancora si ostina a viver lì, per scelta o per sua mancanza. Tra mura invisibili di lavanda sbiadita e il discreto ronzare delle api; colonna sonorolfattiva per i pochi coraggiosi affittuari del luogo.
Ci viene offerta una stanza.
Decliniamo.
Grazie ma cediamo alla strada nuova. La vostra porta seco troppe emozioni antiche per le nostre stolte membra cittadine.
Torniamo giù, nella grassa ed untuosa Hvar, in cui basta girare l'angolo per ritrovarsi i viuzze, dedali, scalinate , adornati di vite, capperi ed altre verdi frescure.
Luoghi riparati, al di là delle bussole.
In cui, oltre le stelle, si possono godere luci ed odori filtranti dalle cucine di famiglie croate, riverberi di sigaretta di quattro amici seduti al refrigerio di una scalinata a parlare e bere thè, il profilo di un gatto rivolto alla brezza dell'indolente pioggerella serale.
Questo ed altro.
Semplice, intimo.
Caldo.
A pochi passi dal turbinio del lungomolo e dei suoi sogni posticci.
Dietro l'angolo i sogni hanno ancora l'odore di casa.
Ovunque essa sia.

lunedì 28 giugno 2010

Oggetti familiare nella mappa mentale

Spesso nasce nell'uomo l'esigenza di porsi delle domande sul quotidiano, sui gesti che normalmente scandiscono il tempo e sulle parole che si usano per dare un nome alle cose, attribuirgli un senso. Tutto è ovvio e tutto è scontato, guardare un film mentre in treno ci spostiamo da Torino a Parigi o comunicare con un amico che vive dall'altra parte del mondo in tempo reale, tutto si può fare. Il rapporto che stabiliamo con gli oggetti e le persone è puramente materiale, è appurato, ma come costruiamo i ricordi se il tempo non permette alla memoria di sedimentare? Ciò che tendiamo a ripetere nel quotidiano alla lunga svanisce, l'automatismo di molti gesti e pensieri non si conserva nel tempo. Per riuscire a trattenere degli elementi il cervello ha bisogno di fare economia: memoria corta e vita lunga cita un famoso antico proverbio. Ogni uomo potrebbe scegliere un proprio metodo per conservare i ricordi, a disposizione abbiamo una serie infinite di possibilità per costruire una perfetta mappa mentale. Setacciare il passato alla ricerca di qualcosa di utile, tornare a fruirlo, crearsi un percorso sensato dove gli oggetti che elenchiamo alla vista possiedono un senso ed un significato. Orientarsi nel quotidiano per un nuovo contesto spaziale per capire dove sono e com'è fatto il luogo che mi ospita in questa vita. L'identificazione è alla base del senso di appartenenza. Orientamento ed identificazione sono aspetti primari per lo stare al mondo. Appaesarsi, addomesticare lo spazio per renderlo inoffensivo perchè come ci ricorda Georges Perec in Specie di spazi lo spazio è un dubbio che va continuamente individuato e conquistato. La modernità sovente scardina il senso dei luoghi e solo attuando un giusto orientamento spaziale e simbolico insieme, siamo in grado di ritrovare e mantenere la nostra cultura. Ad esempio quando sono in viaggio ed uso la fotografia esemplifico il processo di orientamento e lo concretizzo fotografando gli oggetti che mi sono intorno. Il preciso momento del mio essere "qui" viene bloccato in un sistema di assi spaziali (l'inquadratura) che favorisce una familiarizzazione con l'ambiente. Oltre al piacere estetico che posso ottenere esiste un piacere emotivo con l'oggetto che vado ritraendo. Susan Sontag diceva che poichè ogni fotografia è soltanto un frammento, il suo peso morale ed emotivo dipendono da dove questa viene inserita.

da ITINERANTI: Rethinking everyday's life, insieme di scritti che felicemente costituivano un
portfolio di laurea.

martedì 22 giugno 2010

Non calpestare la linea gialla


Torno da lavoro e rilassandomi un pò davanti al pc trovo questo articolo alquanto fastidioso. Mi colpisce perchè proprio oggi, mentre ero a mensa con il bambino autistico che seguo oramai da diversi anni, mi sono soffermata a pensare all'effetto che può fare ai bambini cosidetti normodotati l'avere un compagno così speciale. Che l'autismo sia uno dei disturbi più difficili da trattare è oramai risaputo e difficilmente mi è capitato di lavorare con persone preparate e qualificate a ricevere bambini di questo tipo. Certo non possiamo pretendere che tutti abbiano un'idea precisa di cosa sia l'autismo, ma appellandoci al solito buon senso, potremmo auspicare in una base di buona collaborazione, fra tutte le parti che ruotano attorno a questi soggetti "atipici". Sono stanca di vedere queste facce un pò scettiche che pretendono da noi operatori la chiave per aprire le casseforti in cui si trovano questi bambini. Il circolo di rimandi è vizioso e spesso si rischia di non riuscire a vedere il risultato della fatica, come se si camminasse dentro una torre a spirale. Sappiamo che stiamo andando in salita ma non abbiamo la percezione tangibile di quanti gradini abbiamo fatto e quanti ancora ci aspettano per arrivare alla fine. Da fuori ci eravamo illusi di aver fatto conoscenza della vertigine e della misura dell'altezza, ma una volta incamminati i gradini e la fatica ci hanno fatto smarrire la fine di un percorso possibile. Ecco, nell'autismo l'esperienza che facciamo della vita quotidiana somiglia a questo metafora, non si aspira ad una meta finale predeterminata, ma ad un percorso che ci permetta il più possibile di fare esperienze dirette, giorno dopo giorno. Passo dopo passo, affinchè queste possano essere apprese e digerite. Ad ogni modo Imparate. Alle persone che ogni tanto mi rivolgono delle domande dirette per capire dove risiede la radice del problema, rispondo sempre con delle negazioni: non è vero che sono figli di madri frigorifero, non è vero che sono tutti dei geni, non è vero che a questo si associa sempre ritardo mentale come non è vero che sono tutti ad alto funzionamento. Tutte queste negazioni dovrebbero in qualche misura costituire una sorta di mappa mentale, se tolgo tutte le cose false quello che resta è forse il più vicino alla realtà. Spesso quello che disturba è vedere bambini apparentemente normali non essere autonomi e capaci di svolgere anche il compito più elementare come aprire un barattolo di cioccolata o chiedere di sbucciare il frutto preferito. Relazionarsi con una persona che non è in grado a livello comportamentale di interagire con noi è molto difficile e spesso frustrante. A chi è abituato a rivolgere ai bambini parole dolci e carezze e a ricevere uno scambio, trovarsi davanti uno che nel peggiori dei casi rifiuta ogni nostro slancio, si nasconde il viso o si tappa le orecchie quando viene chiamato, deve fare un effetto strano. Ho visto persone perdere la pazienza e urlare per richiamarne l'attenzione, ma sempre silenzio e nuovamente splash: secchiata di acqua fredda. Credo sia umano, un errore che si compie non per mancanza di empatia verso l'interessato ma per mancanza di semplici strumenti che servono come alfabeto per decifrare questo linguaggio. Qui allora non vale il detto SE LO CONOSCI LO EVITI, anzi è il contrario SE LO CONOSCI ci sai comunicare. Se lo sai trattare non ti crea alcun fastidio, alcun problema di comprensione. Il metodo che a livello scientifico dimostra ottenere risultati migliori ai molti sembra un addestramento per cani e non bambini. Sicuramente la strada da percorrere affinchè ci sia più collaborazione è lenta e tortuosa ma con un pizzico di buona volontà si possono fare cose straordinarie. L'autismo è un disturbo che nella letteratura romanzata è sinonimo di genialità, eccentricismo, particolarità, aggettivi che sicuramente possiamo trovare in taluni ma le differenze possono essere molteplici da caso a caso, per questo parliamo di spettro autistico.
Come non ricordare allora il protagonista de "Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte", un libro che è stato molte settimane nella classifica dei più venduti al mondo, tradotto in 20 lingue, che ha appassionato e avvicinato molte persone a questo argomento. Il ragazzino manifestava alcuni disturbi del comportamento tipici della sindrome di Asperger: non sopportava di essere toccato, odiava il giallo ed il marrone e aveva una spiccata capacità logico-matematica, capacità che molti ancora ascrivono a questa sindrome. Da uno studio condotto da alcuni ricercatori britannici delle Universita' di Cambridge e Oxford scienziati come Albert Einstein e Isaac Newton furono affetti dalla sindrome di Asperger: una forma di autismo che spesso viene scambiata per eccentricita'. Chi ne e' colpito infatti e' ossessionato da complessi e ha forti problemi di comunicazione. Einstein era un bambino solitario e spesso ripeteva in maniera ossessiva le stesse frasi. Aveva inoltre forti problemi di confusione nella lettura.
Beh, di questo materiale interessante ed eccentrico potremmo parlare ore, ma è altamente riduttivo circoscrivere queste persone al mero caso fortuito, dalla ragione si arriverebbe alla follia. La stessa follia che ti fà considerare un genio spregiudicato uno che ti riempe la testa di formule matematiche ma che ti fà vergognare se ti ci trovi a mangiare mentre seleziona i colori peggiori del cibo nel piatto e che non mangia finchè questo non sia ridotto in poltiglia e non abbia la consistenza di un purè. Mai nel piatto ma solo in un bicchierone specifico che lo ha accompagnato fin dalla più tenera età, che ha visto un susseguirsi di ottimi purè alla pasta e alle verdure fino all'esotico mix di frutti di oltre oceano interamente frullati, reperiti oggi come ieri dal fruttivendolo di famiglia nell'angolo in fondo alla strada. E questa non è letteratura, e non stiamo parlando di colui che scoprirà nuovi sistemi ma un semplice ragazzo che come tutti ama il calcio e le belle stagioni ma che non sarà in grado di entrare nel primo fast food del cazzo e dire: Prego, una Coca Cola e un hamburger con patatine. Allora, il mio pensiero oggi è rivolto a tutti quei genitori che si trovano a vivere quotidianamente queste "bizzarre" imprese e a tutti gli operatori che con passione continuano a svolgere il loro amato e faticoso lavoro. A tutti loro (che poi sarebbe a tutti noi visto che faccio parte anch'io della cricca) io auguro di incontrare gente speciale che sappia capire dove in realtà si nasconde il problema, che sappia aiutare per un obiettivo molto semplice a cui aspirano tutti: il ripristino della "normalità". Di quella normalità che ci farà vedere i figli come figli e non come piccoli Einstein ai quali concedere ogni più banale bizzarria.

Non calpestare la linea gialla è un gioco che M. una mattina ha inventato per divertirsi lungo il tragitto che da casa sua porta a scuola. Lo fa tutte le mattine e qualcuno mi ha detto sia diventato invincibile!

lunedì 10 maggio 2010

"Il Sentiero degli dei" di Wu Ming 2

1) Per chi non lo sapesse, tra Bologna e Firenze, sulle costole dell'Appennino, v'è un antico sentiero di recente denominazione antica, chiamato Via (o Sentiero) degli dei. Ora come ora, non ricordo esattamente il luogo, il tempo e le circostanze che mi portarono a conoscere questa strada che lega così bene il tortellino alla fiorentina (forse dalle pagine di Brizzi? dai racconti di qualche amico? mistero...), certamente era da parecchio tempo, in particolare da quando pellegrinaggi, camminate o passeggiate verso l'indefinito hanno cominciato a solleticarmi la mente, che volevo intraprenderla. Tutt'ora non mi sono trovato con cinque giorni consecutivi per pormi sotto uno zaino e partire. Pazienza.

2) Per chi ha già letto o sbirciato questo blog, non giungerà nuova la notizia del mio amore verso la narrativa, tra cui quella prodotta dall'illustre bottega artigiana Wu Ming. Perciò, sentito dell'imminente uscita di un ulteriore lavoro solista, cominciai a fremere e scalpitare, e ancor di più quando fu rivelato il tema dell'uscita.

Bene, ora il libro è uscito (qui un trailer). Le pagine sono state lette. Lasciando impressioni e sensazioni ben marcate e facendomi chiudere la quarta di copertina con un'ancor più socratica consapevolezza della mia ignoranza verso ciò che mi circonda, anche da vicino, e con una smania di partire prossima all'assoluto.
Ma facciamo un passo alla volta e cerchiamo di non perdere i tanti pensieri che scorrono con implacabile rapidità. Il libro in questione è un vero e proprio U.N.O. (Unidentified Narrative Object). La storia (le storie) contenute al suo interno spaziano dal racconto all'inchiesta, dal romanzo eco-storico alla guida per escursionisti, e tanto altro ancora. Una miscellanea di argomenti che l'autore ha splendidamente intagliato gli uni accanto agli altri dimostrando con ancor più potenza rispetto alla sua prima fatica solitaria, che sempre da un passo dopo l'altro su questi monti era stato ispirato. Questa volta però non siamo più alle prese con supereroi trogloditi, ecoguerriglieri, mafiosetti di montagna e la variegata fauna creatasi tra queste vallate. Questa volta siamo appollaiati sulle spalle di Gerolamo, una sorta di alterego più inesperto del nostro cantastorie ma altrettanto sensibile ed attento alle voci ed agli accadimenti sedimentatesi nel tempo. Una moltitudine! Nè più nè meno. Una pagina dopo l'altra, riga dopo riga, incontriamo particolarità dei luogi, suggestioni, agghiaccianti dati sugli scempi che ci ostiniamo ad ignorare per l'ingordigia di pochi stronzi. Dati sugli accadimenti del secolo scorso, dati freschi freschi e implacabili sulle cosiddette energie pulite (con link cartacei ad approfondimenti come qui e qui). Riflessioni, eco-poetiche, sonorità della terra e della narrativa (di quest'ultime c'è un ottimo esempio qui). Passeggiando cinque giorni sullo zaino di Gerolamo, ci ritroviamo circondati da un turbinio di parole dalle vaste tinte, sorprendendoci a ragionare riguardo a concetti quali ambiente, cemento, paesaggio, fonti di energia, lavoro, cultura storica, escursionismo, amicizia, famiglia... e mi fermo qui per non far torto ad altri temi.
Personalmente ho trovato questo libro meraviglioso, lucido e toccante. L'autore ci porta per mano in personalissimi sentieri e sterrate, lasciandoci poi con la facoltà di decidere dove guardare o voltare il capo, dove proseguire o tornare indietro. Tra le vibrazioni delle parole il suo pensiero è fermo e inequivocabile ma mai prepotente.
Splendido atto d'amore ecologico, ode a chi si (s)batte con costanza per preservare gli echi di voci lontane. Spinta ad incamminarsi per i più svariati sentieri con ostinata passione, a battere le proprie tracce ed a non fermarsi alle melense voci catodiche delle sirene in doppiopetto che pretendono d'irretirci con la banalità.
Libro da leggere, regalare, far girare.
Fa sentire un po'piccoli e ignoranti, ma senza criticare o far sentire in colpa. Fa perdere l'orientamento, alcune certezze. Spiazza. Esalta le indifferenze passate ed ignorate, scuote ed attiva.
Ottimo esempio di come far vedere agli occhi e far sentire alle orecchie.
Ed ottimo esempio di grande scrittura.

domenica 2 maggio 2010

"Sentieri sotto la neve" di Mario Rigoni Stern

Ecco uno scrittore a cui mi sono accostato per caso, grazie a fortuiti snodi letterari. Un libro regalatomi pochi giorni prima di una partenza che, fin dal titolo, avverte di volerci portare alla riscoperta di ciò che giace sotto il freddo strato amnestico del tempo.
Un libro sottile, breve raccolta di storie e parole. Un libro da leggere con cura, senza ingordigia.
L'ormai fu Stern ci porta avanti e indietro, sulle ali di una memoria lucida e commossa, dietro a personalissime orme da calcare con discrezione. In questi sedici racconti ci muoviamo tra molteplici sentieri, osservatori silenziosi di cose che furono e che tendono a non esser più. Alcune mutate, altre dimenticate. Ogni racconto è diverso dall'altro. Ogni racconto condivide un'immensità con quelli circostanti. La raccolta è suddivisa in tre parti, una miscela di passato remoto, prossimo e presente. Un intreccio di sentieri capaci di ricreare con potenza storie custodite tra i monti e gli inverni di Asiago e dintorni. Con poche sillabe, anche senza esservi mai stati, ci scopriamo intimi di usanze, sogni e parole che tendono a diventare sempre più prerogativa di pochi.
Aprire queste pagine immerge in un dedalo altalenante di memorie e conoscenze. Quante nevi possono esserci nell'arco di un'anno? Quanti nomi per delle montagne? E poi, passeggiate a fianco di Levi, ombre partigiane, pastori, caprioli, animali dai nomi ingarbuglianti. Ristori, focolari, rugiade di fresche mattine estive.
Poche pagine da sorbire con lentezza, un passo alla volta. Un salto all'indietro da affrontare senza impazienza. Ottima occasione per ritrovarsi circondati da un qualcosa di totalmente sconosciuto e familiare, ritrovando un pezzo di quella memoria apparentemente abbandonata ad echi lontani.
Parole, suggestioni e ricordi di rara intensità e bellezza, da non lasciare impolverire e in cui ritrovare una parte di ciò che, nel frastuono presente, tende a rasentare l'oblio.

martedì 30 marzo 2010

Fà salpare il tuo sogno, ficcaci dentro la tua scarpa!


Il titolo a questo post è del poeta romeno Paul Celan, ho deciso di utilizzarlo perchè sintetizza al massimo quello di cui voglio parlare in questo breve post. Stamattina la sveglia ha suonato presto per me. Prima di partire bisogna sbrigare tutte le faccende, diceva sempre mia nonna. Ed infatti ecco che esco in bicicletta, documenti alla mano, per andare alla sede Inps di via Gramsci 6/8, a presentare la domanda di disoccupazione con requisiti ridotti relativa al 2009. Arrivo puntuale, la signora gentile mi ricorda di prendere il numero e poi di salire al quarto piano. Chiamo l'ascensore, arriva. Il colore non si addice ad un ascensore e poi è troppo stretto per arrivare senza affanno al quarto piano, opto per le scale. Ci sono abituata. La mia avversione a tutti i tipi di ascensori si chiama buone gambe. Quando arrivo noto con piacere che siamo solo al numero 60 ed io ho il numero 123. Ho fatto bene a portarmi dietro l'ultimo Internazionale, il tempo passerà lento. Trovo posto accanto ad un ragazzo che compila diversi moduli ed una signora che ha l'aria molto polverosa. Starnutisco tre volte e mentre cerco di soffiarmi il naso senza far troppo rumore, ritorno all'articolo di Alexander Stille che dà il titolo all'uscita di questa settimana: Basso Impero, un articolo che ricostruisce, con insuperabile maestria, le ultime tappe del signor Birbante alla corte dei Miracoli tutti italiani. Esco dall'Inps che sono provata, penso "ho bisogno di un bel caffè" e poi vado in libreria a cercare la guida per Parigi. Quando arrivo al reparto viaggi mi sento smarrita. Ci sono tantissime guide e neanche una che fa al caso mio. Non mi interessano i ristoranti di Parigi, tantomeno le vie dello Shopping. Non mi interessano i dieci itinerari da fare in un week-end, tantomeno la Parigi by night. Allora una domanda sorge spontanea. Cosa mi interessa? Cosa voglio vedere in questa breve pausa di inizio primavera? Mentre sfoglio alcune guide mi cade l'occhio in un libricino piccolo piccolo che sembra poggiato per errore fra i libri in esposizione. Letteratura in formato pocket, lo posso tenere nel palmo della mano: In viaggio con Kapushinki Dialogo sull'arte di partire di Andrea Semplici. In un baleno la mia attenzione passa dalla grande capitale francese a questo libretto, lo dico sempre che in libreria si entra per un libro e si esce con qualcos'altro. Miracoli dell'editoria italiana o miracoli dei commessi che sanno sempre dove piazzare i libri? Comincio a leggere le prime righe:

Il primo gesto di ogni vero viaggio ha qualcosa di lento. Non credete a chi si mostra deciso, privo di dubbi e incertezze, nasconde sensazioni incomprensibili e contraddittorie. Lui stesso non vuole crederci: ha sognato e desiderato per mesi questo momento e ora come è possibile che non voglia più partire?


E' vero, penso a denti stretti, guarda il caso che scherzetti che ci fa, proprio adesso mi interrogavo sul senso di questo breve viaggio a Parigi e qualcuno riesce in poche parole a spiegarmi quello che sto pensando. Non è la prima volta, questo sconforto da pre-viaggio a chi non ha mai preso? Ad un tratto penso che forse era meglio passare la pasqua con la mia famiglia e che non è servito a nulla anticiparla al fine settimana trascorso. La mia decisione, in un biglietto del treno a/r per Parigi vale due posti vuoti in due tipiche famiglie italiane, che sotto i profumi del pranzo pasquali si riuniranno a calici di vino: una nell'Emilia Romagna dei tortellini in brodo e l'altra nella parte di Abruzzo che ancora non sa se servire il timballo con l'agnello o se optare per una semplice chitarra al sugo. Questioni di tradizioni antiche che vengono tramandate a suoni di forchette e coltelli. Riprendo la lettura

Nella sua testa stanno passando, come cavalli al galoppo mille sagge ragioni che suggeriscono di non andare.La partenza è un momento di fine e di inizio, E' necessario trovare coraggio nel cancellare ogni dubbio (...)

Fà salpare il tuo sogno, dice Celan e per fare questo bisogna trovare il coraggio di cancellare ogni dubbio e paura e far spazio al nostro sogno-bisogno. Ritornare indietro al punto di partenza, perchè si è scelto un luogo anzichè un altro. Partire per il piacere della partenza, per il rituale dei saluti per sentire che ogni momento è quello giusto per dire Vado, vedo e torno. Non esiste a mio giudizio una regola precisa per classificare gli spostamenti, i viaggi. Ci sono viaggi che si fanno per il piacere di evadere, altri per scoprire qualcosa del posto o di noi stessi, altri per ritrovarsi e altri per sperdersi. A volte un luogo vale l'altro, a volte quello scelto è il prestabilito. Siamo tutti così diversi nel progettare un viaggio ma così simili nelle emozioni che ci colgono prima della partenza. Che sia in aereo, in treno, in bus, in bicicletta o a piedi, è l'idea di selezionare i pochi oggetti utili e partire con un piccolo bagaglio a mano che ci emoziona come se fosse la cosa più giusta in questo momento. Lasciarsi alle spalle, con tre giri di chiavi, la casa, il lavoro e tutto il resto ci eccita a tal punto da farci dimenticare che infondo la gita sarà breve. Le paure si abbandonano per strada, ed ecco che davanti a noi si apre il sentiero giusto, quello che avevamo desiderato dall'inizio e che per un momento avevamo smarrito. La gente trova tante parole diverse per questo epifanico momento, a me stupisce sempre la mamma che, intimorita dai pericoli, dice al figlio di non partire. Vale la pena correre questi rischi? Vale la pena trasmettere il germe della paura quando è il rischio di rimanere fermi a rendere le cose più difficili? Io non ho di queste certezze ma conosco la curiosità che mi muove e non posso fermarmi.
Buon viaggio a tutti quelli che si accingono a partire, a te Ismaele per non aver smarrito la via.
La festa è vicina.

mercoledì 24 marzo 2010

Anatomia degli irrequieti

Prima di inventare l'architettura l'uomo possedeva una forma simbolica con cui trasformare lo spazio: l'azione del camminare. E' camminando che l'uomo ha cominciato a costruire il paesaggio intorno a sè, usando se stesso come unità di misura, creando riferimenti e mappe visive. Molte cose sono nate in cammino e anche la filosofia ha una radice comune. Quando Socrate parlava nelle strade di Atene, oppure nelle dispute sotto i portici dell'accademia di Platone, nei giardini di Epicuro, nelle agorà di Alessandria, le persone amavano pensare in movimento. La filosofia ha suggerito sin dall'inizio il piacere del camminare meditativo per ripensare la propria esistenza e guardare con occhi diversi il mondo. Quella antica era una pratica a cui tutti potevano accedere, che interessava sia la mente che il corpo. Non era un sistema astratto di pensieri ma una pratica che comportava esercizi, anche quotidiani. Sia gli Stoici che gli Epicurei, i Pitagorici ed i Platonici praticavano questi esercizi come Forma Mentis aperta al dubbio e disponibile al dialogo, contraria ad ogni dogmatismo e somigliante ad un percorso interiore di continua ricerca. La sensibilità filosofica, risvegliata dal camminare, è quella che mette a nudo la verità dell'essere come nell'antico mito di Edipo, dove l'oracolo aveva predetto per Laio, re di tebe, cose tanto atroci da metterlo in guardia sin dall'inizio: il cammino per Edipo (da Oidipous che vuol dire colui che ha i piedi gonfi) è un mezzo per farsi guidare dal fato. Nella tragedia di Sofocle il camminare si fa esperienza emotiva e sentimento dell'esistere. La scena è ben evocata dalle suggestive immagini dell'Edipo Re di Pier Paolo Pasolini dove lo si vede intento a scegliere la via coprendosi gli occhi con le mani e girando più volte su se stesso come per perdere l'orientamento. E' una Peregrinatio che significa innanzitutto viaggio, cammino. Pasolini lo rappresenta come un pellegrino: sguardo assorto, bisaccia al collo, a piedi nudi o con umili calzari con il bordone a fargli da appoggio. E' l'eremita, il nono arcano dei tarocchi che accetta di abbandonare la perfezione per mettersi in moto senza sapere in quale direzione andare.
Camminare è una delle più antiche attività praticate sulla terra: si è camminato per soddisfare i bisogni primari, per esplorare e conoscere i luoghi, per quietare la sete di conoscenza. In tribù o solitari, in molte culture il cammino è stato inteso come strumento di conoscenza. Il pellegrinaggio, viaggio a piedi di più giorni verso una meta spirituale, aveva spesso il fine terapeutico di curare gravi malattie. Camminare è considerata una pratica innata nell'uomo, Le Breton nel suo saggio la definisce come un'attività antropologica:

L'esperienza della marcia decentra da sè e ripristina il mondo, inscrivendo l'uomo nei limiti che lo richiamano alla sua fragilità e alla sua forza. Stimola continuamente nell'uomo il desiderio di comprendere, di individuaer il suo posto nella trama del mondo, di interrogarsi su ciò che stabilisce il legame con gli altri.

Forse è proprio questo a renderla una pratica dalla forte connotazione simbolica e metaforica. Il pellegrinaggio come luogo spirituale esige uno sforzo, un sacrificio che solo attraverso la marcia può essere reintegrato, riassorbito nel piacere di arrivare alla meta sia fisica che mentale. Aristotele suggeriva ai suoi allievi la pratica della passeggiata peripatetica, Epicuro li intratteneva facendoli accomodare nel giardino della sua scuola, Socrate li andava a trovare nelle vie rumorose della città. Ad ogni filosofo il suo approccio, metodi molto differenti ma uniti nel concetto basilare che per arrivare alla verità bisogna compiere un percorso.
Spesso a questo percorso l'uomo sente la necessità di affiancare una sorta di mortificazione della carne, si pensi a Edipo che sul finire della sua storia deve accecarsi per proseguire il suo viaggio da esule
ora nascondimi là nel bosco ch'io senta le parole che diranno. Sapere è l'elemento primo di ogni prudenza dell'azione.
La vicenda di Edipo, diventa emblema della condizione umana, di una vita resa cieca dalla volontà di non sapere ciò che si è, di ignorare la verità. Il suo vagare ci trasmette il senso preciso di questo straniamento che può essere combattuto solo dall'esercizio costante di una pratica salvifica. Il Conosci te stesso iscritto sul tempio di Delfi ci riassume l'insegnamento che Socrate offriva invitando i suoi discepoli a trovare la verità dentro se stessi anzichè nel mondo delle apparenze. Il cammino rappresenta di sicuro il terreno fertile dove cercare.

Tutte le nostre attività sono legate all'idea del viaggio. E a me piace pensare che il nostro cervello abbia un sistema informativo che ci dà ordini per il cammino e che qui stia la molla della nostra irrequietezza.

Buona irrequietezza a tutti!

domenica 21 marzo 2010

Elogio dei piedi

Buongiorno Primavera, abbiamo voglia di mettere le coperte all'aria, di spalancare tutte le finestre e far colazione con la brezza del mattino sulla faccia. Stamattina saltello da un link all'altro, cerco informazioni sul viaggio che, se tutto va bene, progetteremo per l'estate. Non voglio però anticipare nulla. E' bello pensare di potercela fare, nei vari commenti ho letto che per arrivare preparati i piedi devono avere la pelle indurita, abbastanza da non essere massacrata dalle vesciche. Penso alla scorza spessa e dura che hanno, a volte, certe arance e non dubito sul fatto che siano, in fondo, le migliori.

Perché reggono l’intero peso.
Perché sanno tenersi su appoggi e appigli minimi.

Perché sanno correre sugli scogli e neanche i cavalli lo sanno fare.

Perché portano via.
Perché sono la parte più prigioniera di un corpo incarcerato. E chi esce dopo molti anni deve imparare di nuovo a camminare in linea retta.
Perché sanno saltare, e non è colpa loro se più in alto nello scheletro non ci sono ali.

Perché sanno piantarsi nel mezzo delle strade come muli e fare una siepe davanti al cancello di una fabbrica.
Perché sanno giocare con la palla e sanno nuotare.
Perché per qualche popolo pratico erano unità di misura.

Perché quelli di donna facevano friggere i versi di Pushkin.

Perché gli antichi li amavano e per prima cura di ospitalità li lavavano al viandante.
Perché sanno pregare dondolandosi davanti a un muro o ripiegati indietro da un inginocchiatoio.
Perché mai capirò come fanno a correre contando su un appoggio solo.

Perché sono allegri e sanno ballare il meraviglioso tango, il croccante tip-tap, la ruffiana tarantella.

Perché non sanno accusare e non impugnano armi.

Perché sono stati crocefissi.
Perché anche quando si vorrebbe assestarli nel sedere di qualcuno, viene scrupolo che il bersaglio non meriti l’appoggio.

Perché, come le capre, amano il sale.
Perché non hanno fretta di nascere, però poi quando arriva il punto di morire scalciano in nome del corpo contro la morte.

Erri De Luca, e che altro aggiungere.
Buon passo a tutti!!

lunedì 15 marzo 2010

Istruzioni per sperdersi: modi e luoghi


Parto da questo sottotitolo perchè è da alcuni giorni che sono tornata a ri-pensare il concetto di spaesamento che tanto mi aveva appassionato durante la ricerca della mia tesi di laurea. Quante persone ad un certo punto della loro vita hanno deciso di creare una pausa inserendo all'interno del proprio percorso la deviazione del Viaggio. Scrivo questa parola con la lettera maiuscola perchè non sto parlando del viaggio in senso largo del termine ma in un significato ben più profondo. Carico di valenza simbolica, qui potrei aprire una parentesi enorme su questo concetto, ma non lo farò anzi mi limiterò ad aggiungere solamente un link che di sicuro con parole più appropriate ne spiegherà il senso. Chi vuol capire, capisca. Il bisogno di controllare lo spazio è una necessità antica che ha da sempre accompagnato l'uomo nell'esperienza fenomenologica del mondo. La scienza contemporanea ha compreso che lo spazio è una valutazione percettiva che viene prodotta principalmente dall'emisfero destro del cervello, mentre la percezione del tempo spetta all'emisfero sinistro. La nostra percezione non genera una visione speculare dello spazio ma costruisce uno scenario visivo che ci permette di raccontarlo. Percorrere uno spazio è quindi il modo migliore per oggettivarlo. Secondo Merleau-Ponty uno spazio per esistere dovrà essere vissuto dal corpo perchè esiste tutto quello che viene percepito e non solo pensato. Bisogna agire nello spazio, abitarlo per conoscerlo. Ambientarsi vuol dire eliminare le differenze tra i luoghi, le persone e la concezione culturale che si ha di entrambe. La vertigine dello spaesamento viene reintegrata attraverso questo lavoro. Certo nel viaggio non abbiamo il tempo necessario per elaborare questi concetti perchè alcuni luoghi vengono attraversati troppo velocemente, ma l'uomo è furbo e risolve il problema omologando gli spazi. La Cecla parla di orientamento standardizzato e Marc Augè ci costruisce sopra la fortunata definizione di non-luogo, ovvero i luoghi altri della surmodernità. L'archetipo del non-luogo per eccellenza è lo spazio del viaggiatore: le vedute parziali e veloci, le immagini frammentate e gli scorci sempre familiari che seguono la narrazione del viaggio come in un'istantanea fotografica. Esiste una necessità tutta interiore che spinge gli uomini a cercare di muoversi nei luoghi come fossero sempre al centro, ma esiste anche l'altra faccia della medaglia. La possibilità di perdersi, di smarrirre la strada battuta per cercare altre vie, per fare esperienze diverse che mettano in gioco modi altri, appunto, esplorare per conoscere e mettersi alla prova. Per rafforzare il concetto cito due esempi tratti dalla vasta letteratura De Martiniana:
1) Il clan totemico degli Arunta gatto-selvatico dell'Australia centrale, come descive De Martino in Mondo Magico, possedevano un palo sacro che ergevano sempre al centro della loro dimensione, si spostavano seguendo la direzione del palo perchè da questo il dio creatore Numbakulla era asceso al cielo. Quando un giorno il palo per cause naturali si distrusse questi vagarono senza meta fino a lasciarsi morire.
2) Durante una spedizione nel Sud Italia una volta l'Equipe perse la strada e per ritornare sulla giusta chiesero ad un viandante, un vecchio pastore, informazioni ma questi era talmente confuso che lo pregarono di accompagnarli sino al bivio giusto. Accolse il vecchio con diffidenza l'invito ma divenne angoscia nel momento in cui si allontanarono tanto che egli non poteva più scorgere il campanile del paese di Marcellinara. De Martino racconta che si agitò così tanto che dovettero riaccompagnarlo indietro. Per lui il campanile rappresentava un punto di riferimento spaziale vitale, senza questo egli cessava di esistere e cadeva nel nulla. La sua mappa mentale era limitata a quell'area, oltre quel Limes, quella soglia è tutto da definire.
Lo spaesamento è una condizione inquietante ma è anche un'esperienza di alterità affascinante tanto da aver stimolato viaggiatori di ogni epoca a smarrirsi sulle vie polverose della terra. Ecco il libro di Bocconi parla proprio di questo e a me fà venire in mente il pastore di Marcellinara che anzichè tornare indietro decide ad un certo punto di proseguire il viaggio alla ricerca di nuovi campanili con i quali segnare il suo mondo.