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venerdì 1 aprile 2011

Derive

- Capitano? Posso entrare?
Apre la porta. Meno di un passo ed è nebbia. Misto di fumo, miasmi alcolici, appiccicume nebulizzato. La luce sopra al tavolo scatta, sfinita dalla nottata. Pizzica le quattro ombre ingrugnite, cerca segni di vita tra le infossature dei volti.
- Capitano?
Sporchi e ingobbiti, nessuno dà un segno. Occhi incrostati di sonno, bocche macchiate da una lunga notte. Nicotina rossetto polvere bianca. Le mani ancorate alle carte sono mani in preda agli spasmi.
Prende coraggio e attraversa un’aria che è ormai solo monossido. Poche falcate e gli è accanto.
- Mi scusi Capitano, c'è in vista un arrivo.
Per risposta, un rutto impastato in bestemmia.

 Spegnete i motori, spegnete i motori. È necessario compiere l’accertamento secondo il protocollo prima di entrare nelle acque italiane.
L’altoparlante sovrasta, meccanico, il frastuono di schiuma e salsedine. Dalla nave nessuna risposta. Un ruggito dai motori ad armi spianate. La nave (più che altro un barcone)  rallenta. Di un poco. Il capitano la osserva, piegato a metà sul ferro di prua.
 Ultimo avvertimento, ultimo avvertimento. È necessaria l’identificazione prima di entrare nelle acque italiane, pena l’abbattimento. Ripeto, pena l’abbattimento.
- Spara un colpo – rumina da sotto i baffi –  e vicino.
La nave si ferma. Il capitano sale, tre mitra e telecamera al seguito. Guarda con disgusto gli sguardi stremati dal viaggio. – Chi cazzo parla la mia lingua qua? – gracchia da una grattata di palle.

- Vieni qua e traduci. No, non m’interessa da dove venite. Per salire sull’isola ci sono condizioni specifiche, il resto delle favole te lo tieni per te. Occhei?
- Aprite bene le orecchie che parlo solo una volta. – grida alla calca di facce.
-  Comincia a registrare e non fare cazzate – sibila al cameraman.
- State per entrare in un luogo dove regna la pace, esempio di vita per tutta la civiltà moderna. Non è facile meritare e da mantenere, come cosa. Servono regole, disciplina e rispetto delle tradizioni.. La nostra è un’oasi di pace e benessere dove l’aria è la più pulita d’Europa, grazie ai boschi di terza generazione generosamente donati dal nostro illustre concittadino. Abbiamo case modernissime, all’avanguardia, hi-tech. Nuove, grandi e colorate. Ogni accostamento è stato realizzato dopo attenti studi psicocromatici. Ci sono ottime scuole selezionate, in cui arrivano iscrizioni da ogni parte del globo. Altro che Reggio Emilia! Abbiamo inoltre grandi spazi d’intrattenimento: casinò, campi da golf, villaggi vacanze e molte altre novità in costruzione. Come ben sapete, molti imprenditori e sceneggiatori hanno preso a cuore le sorti dell’isola e i progetti avviati sono innumerevoli! Inoltre…
Fa segno al cameraman di spegnere e  si gira verso il ragazzo al suo fianco: -No, non m’interessa cos’hai da dire, sta zitto e ascolta. E traduci.
Di nuovo On air.
- Come vi dicevo, servono requisiti specifici per poter entrare qua. Lo spazio è poco e caro e va meritato. Sì esatto, me-ri-ta-to. Non sappiamo se sarà possibile accogliere questa immensa marea, questo continuo tsunami che cerca ristoro e salvezza nella nostra terra. Ma faremo del nostro meglio, perché qui da noi, per chi ha veramente voglia di darsi da fare le opportunità sono infinite. In-fi-ni-te! Siamo l’esempio di come sia possibile farsi da soli, spuntare dal nulla. Anche per gente come voi – rapida occhiata all’operatore, questa va tagliata - Dovremo ragionare con attenzione e serietà per capire chi poter accogliere e dove. Per tutti gli altri sarà necessario il rimpatrio. È terribile lo so, ma abbiamo pensato anche a questo. Verrete riportati a casa dopo una settimana di crociera, in cui lavorerete e potrete imparare un mestiere che, chissà, potrà spalacarvi nuove porte in futuro! È tutto chiaro? Benissimo, disponetevi in fila, inizieremo gli’interr.. i colloqui.
Gesto secco verso l’operatore, obiettivi oscurati. Un respiro profondo e…
-Per questo mese è fatta. Ghinelli! Selezionate una trentina di questi straccioni, per i cantieri. Gli altri tornano a casa. Sì, sì come al solito. Li trainate per qualche chilometro e spaccate il motore. Se danno problemi affondateli.
Raschio di gola, grumo verde/nerastro.
- E vedete di fare in fretta, che non c’ho tutta la giornata, io – rigirando una fiche tra le dita.

martedì 29 marzo 2011

Ritagli futuri


[La storia seguente è stata ispirata dalla lettura di questo avviso e di questa lettera, dalle loro proiezioni nel futuro dai seguenti possibili riflessi Alcuni di questi avvenimenti sono inventati di sana pianta, alcuni veri, ma più o meno stravolti. A voi scoprire cosa sia cosa e quanto.
Resta il fatto che non solo a livello nazionale, ma per forza di cose (?) anche regionale, cominciano a vedersi i frutti della fantasia contorta e spezzata di persone che a colpi d'accetta stanno radendo al suolo tutti quei settori che, a prezzi miserrimi, operano ogni giorno a 360° nella prevenzione e promozione della salute. Nelle scuole, nei quartieri, nelle comunità. 
Dedico a loro tutti questo breve scritto.]

          - Eccoci qua, la tua postazione. Cuffia… telefono… e roba varia… dove è che sta l’elenco? Tò mò, per smistare le chiamate. Un po’ lunghino, ma ci si abitua in fretta dai. Oriano lo teneva tutto a memoria e serviva meno della metà di te, serviva… ‘zzo manca? Aaah sì, la password per il computer. Per quel che ti serve. Non so neanche se c’è internet qui dentro, e comunque pôc pugnàtt, non so se mi spiego. S’ha da lavurèr que dente, altro che balle. Ci sono domande?
         Si gira e lo guarda. Perfetto meccanismo polveroso e bisunto maturato fino al marciume nella macchina burocratica. Non avrà quarant’anni, sto pavone grigio. Silvestro si guarda intorno. Mica abituato a dei palazzi così lui. Prova ricambiare lo sguardo, ma agli occhi nemmeno si avvicina. Si ferma poco sotto lo zigomo e borbotta un arrossato tutto chiaro - tòcaro - devia lo sguardo e fa per sedersi. Poi si gira, allungando la mano in un riflesso di galateo. L’altro la scansa. L’altro non la vede nemmeno,’zzofregammè. Alza la spugna destra e si contorce in un rictus.
         - Benessum! – esclama contundendo la spalla - puoi cominciare allora. Buon lavoro e… poche cazzate.
         Sulla bocca, una lama serrata

         Silvestro si siede, sul primo giorno di prova, sei mesi più sei, se siam soddisfatti sei dei nostri. Si lascia cadere sui resti di una poltroncina a rotelle. Prende le cuffie in mano, collega lo spinotto, sistema gli occhiali. Non fa in tempo a metterlo a fuoco, che il pannello s’illumina a giorno.
         Sono le 7:31.

lunedì 21 febbraio 2011

Incontri di una notte di mezzo inverno

    Certe sere, fuori dai portici, la città pare diversa, scostata di qualche grado dalla sua normale staticità. Accade poco dopo il tramonto, nel breve periodo in cui si veste a sera. Per abitudine, d'estate, dura un attimo, o anche meno. Un battito di ciglia collettivo e tutto ritorna ben saldo al proprio posto.
    In inverno, invece, capita di coglierla più impreparata, quasi svogliata. Rallentata dal fumo di Londra che ne offusca i profili. Sono le sere in cui il sole svanisce all'improvviso, sprofonda, e un passo cominciato al calore del sole si conclude nella più torbida atmosfera serale.
    Non si tratta di nebbia, né dell'umida laconicità che contraddistingue queste rosse strade stanche.
    È un'uscita dall'asse. Il timido accenno all'esorbitanza.
    Coglie impreparati e impreparati lascia.
    Tra le luci del centro, tra gli offuscamenti che impasta ogni portico ed ogni mattone in un'unica amalgama sorda al concetto di dimensionalità, come granelli di polvere senza meta, capita di diventarne ingredienti improvvisi e finirci nel mezzo.
    Non è facile accorgersene nella frenesia che ci fa rimbalzare a capo chino da un luogo all'altro della città. Basterebbe alzare la testa, verso le sfumature agli angoli.     Sedersi nel mezzo, respirarne l'entropia, gustarne gli incontri.

    Non avevo mai creduto a questo fenomeno di cui pare impossibile rintracciare fonti o testimonianze.
    Ne sentii parlare per la prima volta durante l'ora di tecnologia, alle medie, ma non gli diedi molta importanza. Nessuno di noi gliene dava, a quei tempi. Facevamo casino e pensavamo a dare una parvenza di senso al casino in cui stavamo mutando. Difficile dare ascolto a se stessi nel crescente shock da ormoni in cui ci eravamo tuffati a bomba, figurarsi a quel semisconosciuto incravattato, tarchiato ed unticcio, che tentava di conquistarci con una storiella buona per un b-movie a basso costo. Lo ascoltai, è vero, ma con mezzo lobo frontale mal sintonizzato, autostrada per l’oblio di qualsiasi nozione, tornando dopo poco alle ennesime, ulteriori macerie della mia tavola.
    Anni dopo, mi capitò di leggerne in biblioteca su "Bologna esoterica - Miti, leggende e spiriti di una città", tomo polveroso, pescato più per noia che per vero interesse. Quel poco di ricordi a cui avevo concesso di rimanere in memoria si riattivò all’istante insieme alla molestia pruriginosa di una curiosità che non ho più potuto grattar via, non avendolo più ritrovato in nessun altro catalogo.  La mia lista di aneddoti era perciò costretta a rimanere semivuota e scarna, inappagata come la fame del tarlo che con insistenza mi rovistava la testa.
    Negli ultimi tredici anni mi sono imbattuto in questa storiella da falò estivo solo queste due volte, fino alla sera in cui, annaspando nell’umido gelo bolognese, mi ci sono ritrovato intrappolato per cinque, interminabili minuti.

    I lampioni si erano appena riscaldati, aumentando la loro calda intensità arancione un poco per volta. La serata era tra le più bastarde in cui si possa capitare: abbastanza fredda e abbastanza umida da non permettere di completare due metri senza ritrovarsi a tremare con uno strato di brina su tutto il corpo. Piantato nei pochi millimetri che lo separano dai vestiti. Non c'è giacca o maglione che tenga, in gennaio, davanti a questo muro di polvere liquida. S’intrufola ovunque, inesorabile, e comincia a scavare gallerie verso ogni residuo di calore, lavorandosi qualsiasi interstizio con la ferocia di una radice in cerca d’acqua; una lama lenta e continua, metodica nel tranciar via ogni grado residuo.
    Eppure la città rimane affollata, dalla prima periferia al cuore del centro.
    Stavo attraversandola per la secante che comincia in via Borgo di San Pietro e termina a Porta San Vitale, passando in mezzo a studenti, spacciatori e residenti che riempiono le distese della zona universitaria. Lanciato su via Petroni nell’inevitabile slalom tra cani con padroni legati al guinzaglio, vampate di gelo spruzzate di tepori d'olio stantio, pizze e qualsiasi altra cosa possa essere inondata dalla chimica delle salsine contemporanee, cappotti di pregio, giacche consunte avvolte in nuvole di fumo e smog, con l’inesauribile impasto di lingue, accenti e dialetti come colonna sonora, ero insolitamente in anticipo; non di molto però. Fresco di fumetteria, puntavo le prime panchine di piazza Aldrovandi, per far passare il tempo tra le pagine di un manga sotto l'illusione di un cono di tepore giallo.
    Varcavo il portico nel momento in cui ogni riflesso di sole svanisce, quando ho sentito lo strappo. Catapultato oltre il rosso dei tetti e piombato sotto strati di vecchie strade. Nel mezzo, quel qualcosa di me rimasto. Esorbitavo, strisciavo e camminavo, quasi estatico, finendo di tagliare l'incrocio in una trinità di percezioni con ben poco di sacro. Un breve turbinio di forme e colori dalle tinte umide e tutto era di nuovo al suo posto, ma in una prospettiva più sbiadita e malsana.
    L'edicola, un attimo prima aperta e affollata, sprangata; il disegno dei Peanuts che da anni ne decora la saracinesca, corroso da una ruggine viva; il sorriso di Snoopy e Charlie sfigurato in ghigni colmi di odio e disperazione, nel mezzo i resti di un Woodstock appena sceso dal ponte dello Skrik. Poco avanti, una bici, con sopra un essere appollaiato in equilibrio precario. Esile, scattante, contenuto in tessuti di vario genere, lanciava anatemi e premonizioni in una cascata di capriole lessicali.
    Ce n’era per tutti: farmaci (generici e non), loro usi ed abusi che i disturbi del cuore sono sopravvalutati senzacontareche il Clonazepam per l’ansia non c’è più se lo cerchi, soloper le scariche elettriche delli bambini; complotti delli padroni i ppolitici e scalzacani chesecondovoi dove lo imparano ad essere tanto stronzi che neanche alle scuole private per poi deragliare sull’indifferenza mostrata dalla popolazione tutta verso suoi genitori che virendeteconto se non era per loro inla terza media, di ieri e di oggi, in cui si erano battuti con le unghie e con i denti, ce la sognavamo l’istruzione pubblica oggi col cazzo celalascianopiù. Parole rugginose franavano dal megafono artigliato per spegnersi nella bruma. Tutto ciò nei cinque o sei passi con cui gli ero giunto accanto (perlomeno il me nel mezzo, gli altri continuavano a mandarmi riflessi estatici appena percettibili), in cui buona parte dei cancri sociali erano stati analizzati, rimescolati e scagliati con lacerata sofferenza contro l’indifferenza della piazza e della città intera.
    Il tempo di metterlo a fuoco ed era partito alla volta della grande piazza, lasciandomi appena un’immagine sbiadita sopra la retina.
    La carezza di una lacrima sulla guancia scavata, un lento bacio d’addio e la scomposizione nel gelido vapore sottostante.
   
    Altri pochi passi ed ero seduto. La testa immersa in battaglie e mondi non così paralleli come potrebbe sembrare ad occhi di passaggio. Gli altri due me, altrettanto rapiti. Da cosa, non so. Quasi non avevamo registrato il figuro alla nostra destra.
    – Posso sedermi? – chiede in un mezzo grugnito.
    Un rapido sorriso cieco d’assenso e lo avevo affianco. L’odore di tabacco appena acceso a confermarlo. Della disponibilità delle altre panchine nemmeno un’idea, preso com’ero dagli equilibri di chine che davano vita ai personaggi impressi su carta. Dieci pagine, un’occhiata al telefono, meglio evitare fastidiosi ritardi. Galoppando a ritmo sincopato verso la fine dell’albo, macinando pagine su pagine, analizzando ipnotizzato ogni immagine. Un piccolo cinema cartaceo tra le mani.
    Fermo immagine, fast forward. Fermo immagine, fast forward.
    Tra contemplazione e abbuffata bulimica.
    Rewind di riepilogo, poi via di corsa verso la fine di ogni capitolo.
     Ancora quattro minuti. La riunione dei capi di stato salta, intrusi al palazzo, sete di vendetta di un Uchiha divorato dall’odio. Meno di tre minuti. Esplosioni, fiamme nere, intere pareti sbriciolate da chakra incalcolabili, difese assolute contro furori fulminei. Un crescendo frenetico, fino al consueto finale spezzato, da completare in poco più di un minuto. Pagina perpendicolare all’albo nel clou dell’azione, e una mano gelida cala sulla giacca, spezzando ritmo narrativo, incendiando pagine rimanenti, oscurando ogni cosa oltre il cono di luce.
    In mano, resti di cenere.
    Sul braccio, la fredda ustione della mano posata – 'cazzo ha fatto a penetrare i vestiti?
    Il culo, inchiodato sul legno.
    La vescica, pronta a mollare.
    Giro la testa verso l’uomo – abnorme, felpa blu scuro su pelle chiazzata, ciuffi di barba su guance rigonfie, occhi acquosi spalancati oltremodo –  mi guarda con attenzione appannata, mantenendo il braccio dalla morsa di gelo.
    Lo fisso, provando a stiracchiare un sorriso, senza capire se siano dei baffi quelli tra naso e bocca. Chiude gli occhi, in verticale e in orizzontale. Dall’alto ne vedo i movimenti sulla schiena, un ribollire di tumori maligni; dal basso miasmi verdi a sfaldarne gli scarponi. Con fare allucinato, comincia a parlare, sporgendosi. Nessun suono. E le labbra violacee non trovano pace. Vedo il marciume di denti, gola e tessuti, il crescente gorgoglio che ne intasa l'esofago. Si sporge, quasi mi sfiora. Nemmeno mi accorgo di non sentire traccia di odori, né dagli strati straziati del corpo, né dalle suppurazioni della bocca. Non un odore. Di marcio, di acido. Nemmeno di smog. Ma ci farò caso dopo. Dalle tenebre si alza un turbinio d’ombre deformi e affilate.
    Urlo. 
    Da sopra e sotto. Dal centro. È inevitabile.
    Uno squarcio di gola, scudo d’aria teso verso la bocca dilaniata dell’essere che mi sovrasta, mentre ogni cosa intorno comincia a tremate e a spaccarsi. Do il via liberi agli sfinteri, strana ultima volontà, quando le mie due lacerazioni si risbattono al proprio posto e anche il cono si spegne.
     
    – Oh, mi senti? Li vedi quei due là?
    Una voce rasposa, un tocco ruvido ma umano e sono di nuovo in me. Guardo attorno, Piazza Aldrovandi è tornata al suo posto.
    In mano, il fumetto.
    Sul braccio, fredda condensa.
    Il culo, sul legno, ma libero.
    Vescica, sotto controllo.
    Giro la testa verso l’uomo - grosso, vecchio giaccone scuro su sporcizia d’annata, barba incolta su guance rotonde, occhi spenti ma fissi - che mi guarda con allucinata insofferenza e ripete, accompagnandosi con l’accenno di un gesto svogliato:
    – Li vedi quei due là?
    Porto lo sguardo ai chioschi antistanti al portico. Ombre agitate nella notte. Ombre antropomorfe. Rallento il mio tremare mentre la sua voce riparte, senza aspettare risposta.
    – Tra due minuti si picchiano, tal deg mè, e va bene se non si ammazzano che magari tirano fuori il coltello, magari.
    Studio la bocca: pastosa, nella norma.
    Mi guarda con insistenza, riuscendo ad allargare ancor di più gli occhi; aggiunge esasperato:  – Storia di droga, capisc? Di soldi ed eroina. Bisogna fare qualcosa.
    Ci fissiamo, soffia un po' d'aria e aggiunge, serissimo, accennando al telefono accanto: – Hai qualche moneta?
    – No, mi spiace. Neanche un centesimo, finite per questo.
    Scuoto appena il manga, a conferma. E, sembrerà strano, non è neanche una cazzata, la mia.
    – Nel cellulare? – sbuffa ieratico, aggiungendo, davanti al mio silenzio – Sono un infiltrato, non mi posso bruciare. Devo chiamare in centrale altrimenti finisce in strage, capisc? Non mi posso bruciare, ma rischiamo un lago di sangue!
    C’è ansia nella sua voce, un'urgenza irrimandabile che ne dilata ancor più lo sguardo.
    A questo punto sta a me. Prendere una decisione. Che fare? Dar fiducia all’aspetto o al tono? Sono entrambi carichi di credenziali e le zanne di poco fa ancora non se ne vanno dagli occhi. Che cazzo succede stasera? Mi sarò mica abbioccato all’aperto, con ‘sto freddo? Quali sono pure i cinque segni dell’ictus? Ma non posso mica alzare un braccio e tentare un sorriso, che poi mi sa che l’ho fatto poco fa, di fianco a sto tizio. Se è un pulotto rischio di farmi fermare per aver ostacolato un indagine o scarso impegno civico  o ssòccazzo e ormai è ora di andare che sono le sette meno cinque, se è un tossico di zona rischio di farlo incazzare tipo ma mi prendi per il culo? e una rissa mò che devo andare non mi pare il caso. Ma se è un pulotto perché non c’ha il telefono, anche scassato, può entrare anche al bar, chi vuoi che ti veda. Va là, è un tossico che c’ha provato, col cazzo che tiro fuori il telefono, guarda se è grosso, come Filippo, il mio vecchio capo scout, che quello mica li tirava leggeri i cartoni, anche per gioco e di sentire come li tira ‘sto qui, per un telefono di merda, non ce ne ho voglia. Che poi, dai, un infiltrato non può essere così malridotto, guarda qua, però cazzo che sguardo serio, manco il prof di latino mi guardava così.
    – Mi spiace ma son senza un euro anche lì. Lo uso per ricevere – bofonchio. Certo che, così grosso, potrebbe anche esserlo un infiltrato.
    Di colpo si agita, si guarda intorno, smarrito, comincia un monologo su come può fare, che qua finisce male, lanciandomi occhiate sempre più ostili che non promettono nulla di buono.
    Mò come faccio ad alzarmi che magari o mi arresta o mi salta addosso per rapinarmi e ancora un po’ e faccio tardi? Cazzo di situazione di merda. Di serata di merda, che se poi ci ripenso era così reale che… ma no ma no, pensa a qualcosa per alzarti che fa un freddo boia e manca meno di un minuto e fai tardi. Sì ma se è un infiltrato allora i due là stavano a litigare davvero per la droga e con una chiamata potevo evitare un casino. Ma se non lo è lo rischio io il casino. Merda. Si può essere più boccaloni? Vabbè, ‘ssene frega, mò devo andare che è tardi. Sia quel che sia al massimo chiamo fra un po’.
    Mi giro e, imbarazzato, dico: – Senti, adesso devo andare a casa di uno, e lì il telefono c’è. Posso chiamare da lì, che ne pensi? – nel mentre chiudo lo zaino e mi alzo, non si sa mai.
    Io tipo si blocca, sgrana gli occhi e, tra l’ansioso e l’astioso, mi fa segno di muovermi. In fretta.
    – Sì, sì, basta che ti sbrighi e li mandi subito capito? Che sennò finisce male qui! Vai, muoviti!!! Non c’è tempo!!! – sbraita con voce carica d’odio smanacciandomi via.
    Già gli do le spalle, a passo spedito sui sanpietrini, per stasera di casini ne ho visti abbastanza. In testa un nuovo tarlo. Chiamo o non chiamo? Che cazzo di situazione… Sono quasi sotto il portico, semaforo ancora rosso, continuo a tormentarmi. Che di avere sulla cosienza una storia del genere non mi va proprio per niente. E se poi è una fregnaccia?
    – Mi raccomando, Piazza Galvani!!!
    Appunto.

mercoledì 13 ottobre 2010

Tg1, mon amour

Un mercoledì come tanti, dopo una
giornata di duro lavoro, in città sempre più avvolte dall'insicurezza (non economica, eh, quella è in ripresa, altro che i negativismi di Iacona), dallo smog (forse è ora di cambiare auto, ha già tre anni) e da un termometro sempre più umido e in picchiata si sente la necessità di una cena a maggior tasso calorico.
20:00 da poco passate, forchetta e coltello impugnati, doppio click sul telecomando e via, si può cominciare a mangiare in pace davanti al tg. L'uno, per precisione.
Un paio di minuti con tutti i sensi impegnati ad analizzare suoni, sapori, odori, colori, consistenza della cena e l'orecchio si sintonizza sulle notizie.
Numero uno: in una imprecista località marittima una coppietta, forse appartata per scambiarsi effusioni (aspetto non rilevante, scivolante in secondo, terzo, ultimo piano) viene fermata, minacciata, rapinata, violentata (lei) da un rumeno, di cui ci vengono subito mostrate le fattezze. Armati di coraggio i due l'hanno denunciato ed è stato beccato. Tiè, giustizia è fatta!
Numero due: da qualche parte in Italia un'altra ragazza è stata sequestrata, malmenata e violentata non da uno, non da due ma, udite udite, da ben tre rumeni per ore interminabili, finchè, lasciata libera di tornare a casa, ha fatto scattare la denuncia. Presi anche loro tre, le strade sono ancora più sicure.
Numero tre: aggiornamenti sulla ragazza andata in coma dopo il pugno ricevuto nel metrò di Roma. Una ragazza, guarda caso, rumena. Si parla, via citofono, con il giovane aggressore, incensurato, ma costretto ad una vita sulla strada. Ci spiega che lui non ha mai fatto male a nessuno, che il diverbio è nato, come altri accadutigli, per una questione di fila dal tabaccaio e che essendo lei stata molto insistente doveva per forza essere armata di peperoncino, coltello o pistola (chissà, forse la stessa usata dal connazionale del primo servizio?). In fondo noi telespettatori lo sappiamo, con 'sti rumeni non c'è mai da fidarsi, anche se potrebbero avere danni neurologici permanenti.
Quattro: aggiornamenti su Sara Scazzi. Lo zio s'è contraddetto. O parla al plurale maiestatis o nell'omicidio è coinvolta qualche altra persona. Sicuramente dei rumeni o dei rom, che tanto una vocale di differenza cosa conta.
Altre notizie: il pianeta non ce la fa più, ce ne servirebbero due, lo dice il WWF. L'ingordigia del mercato lo sta stuprando (come la ragazza di prima), lo sta mandando in un coma irreversibile. Non so gli altri telespettatori, ma io sono convinto che in qualche modo centrino anche in 'sta storia dei rumeni. Cazzo stan dietro ogni cosa! Così come nelle ordinanze comunali che vietano di dar da mangiare agli animali, anche se per legge non si potrebbero emanare. Ci saran sempre loro, bestie di strada dietro sto giro. Anche i rifugi per animali, ma a chi volete darla a bere? A proposito di bere, si parla di vino frizzante, ma solo dopo una carrellata pubblicitaria di prodotti e supermercati bio, così andiamo a spendere e magari ci scappa pure una monetina per chi ci aspetta fuori che sarà rumeno sicuramente. Così come quello, notizia dell'ultim'ora, che ha minacciato Bersani.
Un assedio, un' epidemia. Già mi chiedo come farò ad uscire di casa domani, a lasciare la macchina incustodita, ma che dico? la mia casa! Dovrò stare attento, molto attento. Evitare i contatti, ridurli all'osso. Mani in tasca, occhi a terra, comincerò a muovermi più veloce, rasente ai muri, non si sa mai.
Bene, è deciso. Mi sento già meglio. Posso tornare alla mia cena.
Fredda...
Maledetti rumeni.

[Nota: il Tg a cui questo brano si è ispirato è realmente andato in onda, poco fa, 13/10/10. La serie di notizie è stata montata in questa maniera sconcertante, calcando la mano su di un unico argomento, restringendo l'impatto dei seguenti, ambiente in primis. E' sempre bello constatare la salute della nostra informazione.]

domenica 26 settembre 2010

sKOla - echi da una riforma (II parte)

Ho sentito parlare della crepa nell’aula 18 ma cazzo non ci potevo credere. I rega ne han dette di storie sulla vecchia aula, un vero fottìo e non basta un quadrimestre a campanarle tutte. Tra quella sull’anima del Zeno, il bidellaccio rosso che ci rimase negli scontri dell’occupazione del ’19, ma dicono tutti che se la cercò di brutto, il bastardo, e che lo spararono per errore; quella sulla forza galattico-magnetica o stronzate simili da secchiafrocetto, come la condenzione del dolore della scuola o puttanate varie. Che coglioni! Ancora lì a credere a ‘ste favole da pippettari new age. Penosi. Diceva Achille (e va là che di bazze non ne ha poche, lui) che probabilmente è una tattica da vecchi revisionisti (studentelli o intellettualini dell’università), che piazzavano ‘sti ampli sparastronzate per cuccarsi le simpatie degli studenti più idioti delle famiglie più zozze e per questo l’aula fa da magazzino. Ma dalle altre scuole ‘ste storie girano zero e importa sega. Entro e c’è un rumore. Mica alto, eh, ma impossibile non sentirlo. Vien proprio da dietro le berte a compressa, i dizionari di latrino, le guide Gelmi J in“Smsese – Italico; Italico – Smsese” e le casacche balilla per il campionato scolastico. Cazzo s’è fitto ‘sto posto! Beh, sai che faccio? Prendo il mangano, che non si sa mai sia un barbone o una merda di zingaro, negro o extra del cazzo che già se ne vede qualche ancora in giro ma qua dentro non ci devono entrare, RAUS! o son cazzi. Noi regàz scherziam mica. Che magari poi hanno fregato un cell e son lì che chiamano a casa loro, bastardi, che ci tornano pure invece di star qui. Vabbè, mi avvicino e il rumore si fa più forte, come un cine, un mp3 o giù di lì. Mica è una voce, son tante. Una sopra l’altra che quasi non si campana una sega. Mi faccio vicino e sai che è? Voci del cazzo di una lezione del cazzo. Solo che devo portare alla Galli una guida J che sennò i temi te lo scordi che li corregge ‘sta impedita, poi dopo c’è lezione col sergente (marcia e tiro) e se faccio tardi m’incula a suon di flessioni e mi tocca la ronda 7 un’altra volta e stasera c’è la partita con il Livorno e a ‘sto giro qualcuno ce lo facciamo rimanere, mica cazzi, che col Bonomia Lux si scherza mica.

Prende una guida e si gira. Le voci già sbiadiscono dagli inchiostri della testa rasata. Poche falcate ed è fuori.
Le voci no, quelle restano. Spillano dalla crepa del muro portante, un po’ alla volta. Non toccavano orecchio da tempo, parevano intimidite. Se potesse sentirle, la nuova armeria in noce capirebbe come ha fatto a finire lì in quella stessa stanza carica di muffe e vecchi suoni. Stanno parlando anche di lei, della strada spianata al suo arrivo. Dell’ultima, enorme, classe che ha avuto per aula la 18, trasformata in magazzino a causa delle strane voci percepite con sempre maggiore frequenza dagli studenti.
Radio Crepa, la chiamavano verso la fine, voce delle verità. Si potevano udire espressioni e discorsi di professori, studenti, segretariati, educatori e ministeri. Da tutta la penisola. Una micro cassa di risonanza fatta d’echi, calce e vecchi mattoni a cui arrivava e scaturiva di tutto, perfino una rivolta considerevole, per i tempi. Giunta ai piani alti la notizia (era il periodo delle “Riforme Restauro”) era stata attivata celermente la circolare 88/d3u7x4 con ordine di chiusura dell’aula al personale non autorizzato, pena la soppressione dell’intero liceo.
Ed oggi, proprio ora che l’acido sudore del giovane centurio continua a percepirsi, si possono sentire le voci della vecchia classe 18. Settembre 2011, quando il Maggiore Morris (Morrisi alla nascita, i finale troncata per “gagliardizzare” il cognome, a sentir lui) fece il suo ingresso marziale in V A, dando il via al tour di raccolta crediti formativi richiesto dal ministero.

- Rega oggi gran bazza, salta greco! - sbercia Renato scalciando la porta. Si spegne la baraonda, tutti i fari sono per lui.
- Finetti, alzati un po’! - dice a un compagno alzandolo in malo modo e spingendolo verso i posti in piedi in fondo alla sala.
- Che palle Renni, ma sempre io?- pigola il ragazzo dall’aspetto tisico mentre raggiunge i compagni di turno al muro portante .
- Non rompere i maroni Finetti che sennò vedi. Eppoi oggi in prima fila ci sto io, che m’interessa. Viene uno a parlar dei nuovi crediti formativi, altro che scacchi o pugnette simili, eh Fengiuz? –
In risposta, un grugnito.
In classe dilaga un crescente mormorio. Saltare greco il giorno della versione è un evento raro. Voci, ipotesi, ricostruzioni campate in aria si tessono intorno al silenzio di Renato che, in bilico sulla sedia ostenta una compiaciuta indifferenza al caos creato. Chi assicura che la prof è malata, ma no, è morta, ma che dici, è fuggita con l’amante in qualche luogo tropicale; chi sostiene che sia accaduto qualcosa di grave che riguarda la scuola, durante la notte, e che Renato lo sappia perché figlio del sindaco, ma se è così non ci si spiega la sua presenza; altri ancora convinti che verrà la preside, chissà, con le forze dell’ordine, a portar via Tommaso che si è sempre saputo gli ambienti che bazzica ed uno come lui in scuole come questa non è visto affatto bene, una cazzata delle sue, senz’altro, e questa volta non gliela fanno passare liscia; Tommaso poi butta lì per provocare che verranno gli acchiappafantasmi per le voci che si sentono ogni tanto in aula ma un coro di va a caghér! lo zittiscono subito facendolo tornare alla sua lettura polverosa. Si aggiungono altre ipotesi di ogni genere e declinazione e più il tempo passa più diventano assurde e senza senso, mentre il sorriso di Renato occupa ormai metà della faccia solitamente accidiosa. Metà classe è ormai in preda ad una curiosità morbosa, quasi fisica, e comincia a inventarsi stereotipie di ogni tipo; l’altra metà freme in silenzio, logorandosi in silenzio. Solo Renato se la gode e continua a dondolarsi fischiettando un motivetto irregolare a tortura dei due gorilla spacciati per amici che gli siedono accanto, altrettanto se non maggiormente curiosi del resto della classe; anche Tommaso, a ben guardare, pare indifferente, arroccato su un passo di difficile interpretazione (purtroppo il titolo dell’opera non è dato a sapersi).
Un meccanismo perverso, a cui sembra non esserci rimedio, dilaga e strazia gli astanti, neanche lo sguardo arricciato da miope, della professoressa di greco sembra funzionare, questa volta. A squarciare la tela perversa, un verso rugginoso, quasi metallico, una secchiata a 32 gradi fahrenheit chiusa dal colpo secco di due tacchi spessi tre dita.
- AAAAAT-TENTÌ!
Sulla porta si staglia un uomo in divisa. Neanche tanto alto in verità ma terribilmente imponente. Mento squadrato, cranio rasato, postura rigida, sguardo ferino. Il viso glabro tranne per un mimetico paio di bianche sopracciglia si sposta ad osservare tutti i presenti alternando da Renato a Tommaso, tutte le gradazioni di severa curiosità e feroce disprezzo.
Il silenzio creato si fa più pesante, opprimente. Riempie ogni angolo e incatena ogni pensiero, perfino nella professoressa. Dopo un minuto carico di tragedia gli scarponi del tizio si muovono fino alla cattedra, dove viene depositato un fascicolo spesso due palmi.
- Buongiorno. - spara verso la classe attonita piantando i pugni sui fianchi.
- Pfff… sembra Totò in un film di guerra. - sussurra Melchiotti a Tommaso, che finge di non sentire.
- Ho detto BUONGIORNO! - cannoneggia fulminando i ragazzi. Il mormorio in risposta scatena un grido ancora più alto e l’imposizione ad alzarsi in piedi, quando salutati da un superiore.
-…cioè, da un adulto. - si corregge il maggiore ripiombando in un penetrante silenzio che riesce a mettere a disagio perfino Renato.
Passa un altro minuto e il maggiore riprende a parlare. – Come dicevo, buongiorno a voi gioventù dell’oggi, futuro della nazione! Sono il maggiore Morris, qui dinanzi a voi su precisa indicazione del ministero. Vi illustrerò celermente i nuovi crediti formativi curricolari entrati in vigore su scala nazionale da quest’anno dopo le sperimentazioni a livello regionale di quello precedente. Ci sono domande? Bene, nel caso, riservatele per la fine e che siano brevi. Non ho tempo da perdere, io. E nemmeno la vostra professoressa, vi aspetta una versione di greco, dopo. - sguardi d’odio verso Renato, non più così spavaldo come al solito, ma per un attimo, poi di nuovo verso i tratti lignei del maggiore.
- Giovani, per chi non lo sapesse viviamo in tempi difficili, duri e allarmanti. Il paese diventa ogni giorno più degradato, insicuro e pericolante, e sapete perché? Perché siamo in un costante pericolo di attacco. Su tutti i fronti! I nostri sacri confini e le nostre tradizioni vengono costantemente minati dall’interno e dall’esterno. Ci è stata data la tecnologia ed ogni mezzo per il sollazzo, per allontanarci dal sano cameratismo che contraddistingue ogni uomo e donna degno d’essere chiamato italiano! Ci si vuole rendere triste isole, frammentate, mentre il barbaro invasore s’insinua nel nostro tessuto sociale appropriandosene poco per volta, i-ne-so-ra-bil-men-te!!! Chi di voi sa cosa succede la sera per le strade? Chi di voi si rende conto dell’erosione a cui assistiamo giorno dopo giorno? Alle innumerevoli sofferenze che i nostri concittadini sono costretti a sopportare giorno dopo giorno e a cui lo Stato non può più far fronte come vorrebbe, per colpa di biechi figuri che trattano la politica come un mestiere qualunque, accusando, boicottando e calunniando chi, giorno dopo giorno, tanto s’adopera per il bene del suolo natio. Sì professoressa, lo so, non siam qui per fare politica, ma è giusto che i giovani sappiano, che si preparino, che comprendano quanto ci sia bisogno del loro agire per riprendere in mano le redini di questa povera Italia, ma non solo! anche di quella povera vita a cui andranno incontro se non faranno presto qualcosa, se resteranno fermi ed inermi davanti agli schermi dei loro computer e delle loro televisioni. Giovani, studenti, futuri uomini e donne italiani, i vostri compatrioti lombardi già da un anno stanno provando il corso “Allenati per la Vita”, un corso in cui le varie attività proposte permettono di avvicinare, in modo innovativo e coinvolgente, il mondo della scuola alla forze armate, alla protezione civile, alla croce rossa e ai gruppi volontari del soccorso tramite attività ludico-formative quali lo sparare con pistola ad aria compressa, il tiro con l’arco, l’arrampicata ed il confronto con percorsi ginnico-militari d’impronta rigorosamente appenninico-alpina che prevedono una gara pratica finale tra le diverse pattuglie di studenti. I vostri collegi e fratelli lombardi già da un anno praticano questo corso gagliardo e i risultati già si vedono sul campo: il tenore di vita è migliorato del 40% rispetto all’anno precedente, il Pil del 23% e il tasso d’ottimismo ben del 62%. Ma non è tutto, da quando le pattuglie, in primavera, sono state presenti sul territorio l’immigrazione clandestina è diminuita ben del 38% e con lo spaccio di droghe nelle strade, il degrado cittadino del 49% e l’incidenza di tumori ben del 87%! Lo so, dopo un solo anno è ancora presto per capire se sia tutto merito dei nostri corsi, a cui, vi ricordo, ha aderito con entusiasmo la maggior parte degli studenti. Perciò mi rivolgo a voi, nostro futuro, cosa volete fare? Rimanere con le mani in mano? Tu per esempio! – sbraitò indicando l’ormai cinereo Renato – sono sicuro che saresti un capo pattuglia fenomenale, abbiamo già tantissimi iscritti dagli istituti tecnici che necessitano delle vostre fresche menti per essere guidati alla gloria. Cosa aspettate dunque? È un’ occasione unica, irripetibile. In più, come previsto dal decreto 9846/bis approvato ieri sera in senato, l’adesione a tale gruppo faciliterà non solo la carriera liceale et universitaria ma perfino le possibili carriere nelle professioni future. Chi ama e risponde alla propria patria da questa sarà ricompensato. Ricordatevelo! –
Detto questo arpionò Renato per il colletto piazzandogli in mano il fascicolo di volantini da distribuire ai compagni.
- Veloce ragazzo, che la morte non aspetta. Ho già parlato con tuo padre che mi ha assicurato di poter contare su di te e sul tuo entusiasmo. Ci sono domande? - sbuffa al resto della classe con fiera esaltazione.
Tra lo sbigottimento generale si alzò una mano. Sia il maggiore che la professoressa avevano notato la febbrile attenzione e velocità con cui Tommaso aveva preso appunti durante la presentazione. Si era infatti segnato tutti i passaggi ritenuti poco chiari, le percentuali e statistiche allucinate e le inquietanti asserzioni che riteneva infrangere la legge 645/52. Scostato il ciuffo e piantati gli occhi in quelli gelidi del maggiore, stava per aprire bocca quando la professoressa gli aveva intimato di andare in presidenza senza fiatare, pena la sospensione, permettendo così al maggiore di uscire indisturbato da una classe messa al sicuro da domande spiacevoli.

Uscito di classe il maggiore venne accolto da un uomo azzimato, capelli bianchi, occhi incavati e cerchiati da troppe ore di sonno arretrato.
- Complimenti maggiore, ottimo discorso. Un po’troppo morbido, se mi permette. -
- Ci mancherebbe signore – disse chinando il capo – cercherò di essere più incisivo nelle prossime classi. –
Uno sguardo d’intesa e l’uomo in nero scendeva già le scale, diretto all’uscita. Tra il primo e il piano terra s’incrociò con un ragazzetto moro, dinoccolato, impegnato in una rapida telefonata da corridoio.
- Non puoi immaginare Albè, che cazzo di discorso ci ha fatto quel tizio! E gli altri imbecilli tutti ad ascoltarlo estasiati! Giusto Renato s’è cagato sotto, l’ha capita lui la solfa, non ne ha mezza il fighetto. Sì, sì, pura apologia ti dico, non puoi capi…-
Una mano secca a chiudergli il telefono, dietro, un ghigno giallastro. L’indice sulla bocca del ragazzo, deciso e pungente.
- Meglio star zitti, ti pare? – con fare mellifluo – Torna ben in classe e pensa a studiare invece. -
Il ragazzo rimase lì qualche minuto, poi tornò in classe.
Era l’unico a non aver ancora aderito al corso.

(Piccola storia ispirata dalla lettura di articoli come questo e questo.)

martedì 7 settembre 2010

L'invasione dei cloni - 2

L’ispettore era riuscito a entrare.
Era abituato all'attesa, in particolare di notte, quando i sogni sembrano soppiantare le ansie. O trasfigurarle momentaneamente. Ma quella sera era rimasto a suonare, battere e dar di gola per venti minuti buoni. Mica cazzi sotto l'ultimo scroscio prima dell'alba, e con l'agente Tonelli impegnato a cercare sul retro una finestra aperta.
A fine marzo. A Bologna.
Grande idea ispettore, si era detto Tonelli, se non altro non mi becco l'acqua solo io stavolta.
La casa, forse l'ultima bifamiliare della Cirenaica, era circondata da platani e magnolie. Dall'intonaco stanco, rosso sfumato smog, aveva la maggior parte delle finestre sbarrate e quelle dell'appartamento più piccolo scrostate e pericolanti. Il cancello d'ingresso, un ammasso di ruggine cigolante e il vialetto annesso, dissestato e poltiglioso.
In poche parole, un cesso di posto.
L'ispettore aveva osservato Tunél per qualche minuto, per poi arrendersi all'idea di una bella doccia fuori programma. In centrale avevano assicurato che la famiglia risiedeva proprio lì, dietro le croste spacciate per muri.
Ci mancava ‘na che'sa d’fantesmi, zio boia.
Prima di ritrovarsi fradicio a sbucciarsi le nocche contro un portone decrepito, pensando alle parole giuste per raccontare quel che era riuscito a capire dal ragazzone trovato poco prima, la serata era filata senza problemi di sorta. Il giro San Vitale-San Donato, con qualche puntatina in centro per restar svegli, era tra i suoi preferiti. Mediamente prevedibile nelle serate di pioggia. Niente più di qualche schiamazzo da ubriachi o accenni di rissa da teste di cazzo, che a Bologna, a chilometri zero o d’importazione, sembravano non mancare mai. In più stavolta era bastato mandare avanti Tonelli a far la voce grossa, senza neanche tirar giù il finestrino. Di lusso. Qualche settimana più avanti e si sarebbe fatto anche un gelato più trucco di magia da Bob e Costa, al baracchino prima del ponte.
Invece, poco dopo aver risolto una contesa amorosa in via Guerrazzi, avevano dovuto zigzagare tra le macerie del Civis fino alle luci dell’autoambulanza.
- Zio boia Tunél, mo dove hai imparato a guidare? Sì lóng come la mèsna ed såtta…
- Sì ispettore - Tonelli non era pratico di dialetto – guardi, è là. Sembra un’aggressione, che dice?
L’ispettore aveva capito che la notte si prospettava ancora lunga, zio boia.

Alla dodicesima escoriazione (sua e della porta) era spuntata una luce dalla finestrella sopra la porta. Qualche scatto di serratura, sferragliar di catena e un’enorme paio di lenti da bottiglia sormontate da un’arruffata crocchia biancastra si era sporti con titubanza verso l’ispettore, per venirne immediatamente travolti.
L’ispettore era riuscito a entrare in casa, lasciandosi alle spalle pioggia, freddo e Tonelli. Poco male, prima o poi sarebbe riuscito ad entrare anche lui. Cominciò a guardarsi intorno, mentre i residui di calore cominciavano a colpire il fradiciume dei suoi abiti. La camera d’ingresso, una specie di soggiorno, era in penombra ma si riusciva lo stesso a vedere la montagna di stoffe, bottoni, grucce, tessuti, metri a nastro che la saturavano, nascondendo tavolo, divano e poltrone. Solo la vecchia cucitrice a braccio, svettava al centro della sala, fiera e severa. Avanzando di un passo, l’ispettore vide la porta che dava su bagno e cucina e quella che portava alle camere, al piano di sopra. Fece per avviarsi ma si voltò, distratto da un rumorino alle spalle.
- Mi scusi - tremolò la signora - lei sarebbe...?
- Polizia polizia… - disse laconicamente guardandosi intorno.
- Oddio! È successa una disgrazia… - mormorò la signora, a metà tra l’affermazione e la domanda, ripiegandosi verso terra.
Son proprio imbecille.
L’ispettore l’afferrò al volo, stando attento a non romperla. Dopodiché la portò a sedere in un angolo di divano libero e cominciò a spiegarle i fatti, cercando di tranquillizzarla. Non aveva ancora finito quando quattro colpi ruppero il filo delle sue parole.
- Ispettore! È dentro? Mi faccia entrare ispettore che qua aumenta ancora!
- Veloce inbezéll, e non urlare, che mi svegli tutta la strada. Signora Luisa, le presento l’agente Tonelli. Sarà a sua disposizione nel mentre che io ispeziono la camera.
- Ma ispettore…
- Zitto, bestia! - sibilò di sbieco.
La signora Luisa era ancora seduta, attonita. Da quando era diventata vedova aveva cominciato ad agitarsi sempre più spesso e per sempre più cose. Da un po’ di mesi inoltre, quando le capitava, faticava a respirare e veniva colta da terribili palpitazioni e forti capogiri. Era sveglia da poco più di dieci minuti e non ancora del tutto lucida. La paura con cui si era svegliata, sentendo battere e suonare alla porta, si era tramutata in sgomento quando era stata travolta da quell’energumeno zuppo di pioggia. Saputo essere della polizia, era piombata del tutto in un secco terrore. Era successo qualcosa al suo Pigi, era chiaro, qualcosa di grave, visto che l’ispettore non trovava le parole per spiegare l’accaduto e chiedeva con insistenza di visionarne la camera. Si sentiva mancare di nuovo ma riuscì a pigolare la richiesta di una spiegazione sulle condizioni del suo povero Pigi.
- Come? Gliel’ho detto signora, è vivo, non è ferito. Respira, è tutto intero e non sanguina. Solo che non abbiam capito un’acca di come possa essersi ridotto come l’abbiam trovato. Visto che neanche lei sembra sapere cosa era andato a far là fora le chiedevo se potevo dare un’occhiata alla stanza del ragazzo, già che son qui. Così non devo stare a far avanti e indie… cioè, così potevamo velocizzare un po’ le indagini ecco tutto.
La signora Luisa era riuscita a capire meno della metà delle cose dette dall’ispettore. Era troppo presa a continuare a respirare. Aveva però capito che Pigi era vivo e in salvo, anche se non stava bene. Indicò la porta alla sua destra esalando le indicazioni per trovare la stanza. Uscito l’ispettore restò sola con Tonelli, svenendogli di lì a poco tra le braccia.
Ci mancava solo ‘sta vciaza, dio bono. Mò chi lo sente l’ispettore quando ritorna?

lunedì 6 settembre 2010

sKOla - echi da una riforma (I parte)

Eravamo trentacinque. Neanche tanti a dir la verità. Oggi ci si trova ad essere un po' di più ma non troppo. È un fatto, ormai abitudine.
Allora no.
Quell'anno eravamo in trentacinque e l'aula, gialla e malandata, corsia di un ospedale senza cure per sintomi sempre più evidenti e numerosi, ci andava un po' stretta. Per carità, non che fosse piccola, avevamo visto di peggio. Adeguatamente arredata sarebbe riuscita a contenere i mobili necessari ad un ampio monolocale, angolo cucina e bagno inclusi. Invece a quelle quattro mura la sorte aveva riservato una serie di banchi e sedie non sufficienti a contenerci.
Non fu facile inizialmente, poi il tutto da amara consuetudine si trovò tinto d’ironia. È tinto d’ironia anche ora che i colori sfumano e gli attori sbiadiscono. Solo gli echi di voci, stridori e tonfi, che avevano martellato in continuazione, deformandole, finestre e pareti, faticano a sperdersi. Quasi che la pietra li custodisca, gelosa. O forse perché mai cessati.
Se si accosta l’orecchio, al di sotto del fragore delle lezioni si sentono le voci dei professori e al di sotto ancora le voci di allora, quando si scelse tutto questo e i nostri occhi fatui da quattordicenni osservavano senza vedere lo sgretolamento in mezzo a cui ci avevano posti.

Fu Renato, il nipote del sindaco, il primo a parlare, indignato di non trovar da sedere in un luogo di grane prestigio come il nostro liceo, sorretto da crepe e muffe di indubbio valore storico. Aprì la bocca mostrando il suo incisivo appuntito, sputando fuori parole seguge di quelle paterne. Mai, dall’anno scolastico 1860-61, tra le ombre dell’Ospedale della Morte, ci si era trovati in condizioni tanto cenciose e imbarazzanti. Cos’era accaduto, chiedeva, per rendere così decadente un cotal faro della città?
Si erano poi levati Lucacarlo e il Fengiuz a dar manforte, nella speranza di bloccare fin da subito le lezioni, minacciando scandalo, trasferimenti, denunce finché Tommaso, ben oltre il suono della campanella, era ciondolato in classe mormorando scuse di circostanza. Qualche sbirciata sonnolenta da dietro i rasta e si era seduto in terra, al centro dell’aula, sbloccando così la catatonia della professoressa, arpionata ai braccioli (tale comportamento era ancor più inaccettabile delle proteste dei tre ragazzotti, in particolare se fatto da uno sbrindelloso del genere. Ma aveva idea di dove si trovava lo stordito?).
Riprese le redini della classe, ci si era concentrati sulle possibili soluzioni. Di sedere in due su alcune sedie, neanche a parlarne (né uno in braccio all’altro, né con una chiappa per uno), in primo luogo perché ritenuto scomodo oltremisura e in secondo perché non tutte le sedie sembravano poter sopportare carichi di tal genere. Tommaso aveva proposto di sedersi a terra a rotazione, infondo c’erano ventisette posti e per lui andava bene star sempre in terra, appoggiato al muro, che si sentiva comunque bene. Così facendo gli altri compagni sarebbero stati a terra più o meno un’ora al giorno o un giorno alla settimana. Fu sbattuto fuori mentre stava ancora spiegando la sua idea, ripresa velocemente da Renato: potremmo saltare a turno un giorno, otto alla volta. Dopo un rapido calcolo la professoressa bocciò l’idea. Non si potevano fare più di cinquantun giorni d’assenza, pena la bocciatura diretta. Troppo rischioso per dei bravi ragazzi volenterosi come loro.
Ci si scervellò per tutta l’ora, finché non si presentò, paonazzo più che mai, il prof di fisica, da poco vicepreside, che dopo aver vagliato ogni proposta sbuffò che a turno, ogni giorno, otto studenti di ambo i sessi sarebbero rimasti in piedi per l’intera durata delle lezioni, fino a quando il ministero non avesse provveduto a fornire banchi e sedie nuovi.
L’idea di portarle da casa, perlomeno le sedie, sembrava non aver sfiorato nessuno, o forse non era stata ritenuta degna del buon nome dell’istituto.
Finalmente potevano cominciare le lezioni, per chi fosse riuscito a sentirle.

venerdì 20 agosto 2010

A Bob's holiday

Era giunta l'ora di partire, per Bob e famiglia.
Probabilmente li conoscete, o forse no. Non importa.
Sono in cinque e conducono una quiete vita da thè delle cinque, tra grigi vicoli e viali alberati della piccola cittadina inglese che li circonda.
Molto british. Molto easy.
Bob, per mantenere ogni cosa al livello desiderato, lavora come impiegato in una famosa ditta, (non importa quale, sono tante lì intorno, un museo delle cere a cielo aperto) che gli permette di godere di tutti i comforts distribuiti tra casa, giardino ed orto e di dedicarsi con la giusta dose di energie ai vari hobbies che decorano la sua esistenza.
In particolare gli piace fare trekking, con amici e familiari, anche se ogni tanto parte per misteriose escursioni solitarie di un giorno o due, di cui ama poco parlare; strana attidudine, vista la cordiale entusiasta ironia che contraddistingue i suoi dialoghi e momenti sociali.
Fisico asciutto, senza pretese di estrema atleticità, ogni anno, prima di partire per le vacanze, compra un paio di camice nuove, di lino, in linea con le aspettative riposte ai sacri giorni che lo attendono. Quest'anno ne ha scelta una arancione con sfumature verticali verdi e gialle che, accavallandosi secondo una propria trama caotica, producono una discreta appariscenza; l'altra è gialla, tenue. Floreale ai bordi.
Dopo averle viste per la moglie la destinazione si era rischiarata: luogo caldo ma ventilato.
Mediterraneo.
Raramente sbaglia.
E infatti, attraversata la Manica, i campi Elisi e la cintura delle Alpi, si era ritrovata dinanzi ai riverberi petrosi del porto di Ancona, sotto il malinconico sguardo di San Ciriaco. Bob adorava gustarsi i cambaimenti della salsedine e delle sfumature marine, prima di giungere a destinazione. Un piccolo vezzo a cui tutta la famiglia era ormai abituata.
Dopo aver appena solleticato Split, avevano cominciato a montare le tende.
Plurale, sì.
Perchè per Bob era necessario mantenere ordine, precisione e privacy. Da disporre in un modo ben preciso, imprescindibile. Così per le penne in ufficio, così per le tende in campeggio. Meglio tralasciare gli abiti e le cravatte nell'armadio, ma sarebbe interessante.
Perciò vengono montate quattro tende. Una per la maggiore, ormai più che ragazza; una per i maledettissimi occhiali da sole dietro cui si cela senza tregue la mediana; una per il piccolino, i suoi libri, le sue storie e i suoi sogni. Solo a tavola e sotto la doccia alza gli occhi smeraldini, altrimenti viaggia per tutto il viaggio.
L'ultima è per Bob e la moglie, ma l'hanno da poco. Non è tanto che Bob ha ceduto alla "tenda matrimoniale". Fino a poco tempo fa il motto era "ognun per sè, in fondo siamo tutti in vacanza".
Anzi, quest'anno c'è un quinto elemento. Questa mattina Bob si è lanciato per i saliscendi dell'isola, tornando vittorioso, con un gazebo blu elettrico sotto cui mangiare, giocare e guardare ogni sera, tutti insieme, uno dei venticinque film pazientemente selezionati durante l'anno. Poi, ognun per sè.
Il piccolino in tenda a leggere, le ragazze a zonzo, senza pericoli (il campeggio è isolato, il bar a portata di sguardo e la spiaggia poco scostata a destra). Bob e consorte in piazzola a fare ordine. Ogni tanto due chiacchere coi vicini, in particolare la coppia olandese spesso risucchiata dai propri portatili.
Bob è contento. L'isola gli piace.
E' a misura di Bob.
Così il campeggio.
Pulito, sereno e accessibile. Perfino i lampioni possono essere spenti, basta chiedere.
Quello sopra la piazzola di Bob non fa luce da tre giorni ormai, per non turbare la quiete di un sano riposo.
Le giornate scorrono come le placide onde dell'Adriatico e il loro tiepido infrangersi.
Fresco e sole. Vicini cordiali e riservati. Cibo ottimo e sano, anche al ristorante, cui si va poco perchè Bob ha comprato un nuovo fornello e sarebbe un peccato non utilizzarlo a dovere.
Anche oggi la giornata volge al termine.
Con passo lieto e rilassante.
Le immersioni sono state più interessanti del previsto, con una grott a sorpresa a coronarle.
La passeggiata tra i boschi ha portato un generoso mazzo di lavanda e le sue fresche carezze.
La serata è passata con gioia.
Due passi sul molo e due chiacchere col pittoresco suonatore di Bristol; filetti di vario pesce scelto un attimo prima di prendere posto; qualche occhiata ironica all'aspirazione di una divinità ostentata delle megaville a motore parcheggiate sul molo e via, verso "casa".
Andando a sciacquarsi per la notte, l'occhio cade verso la tenda della giovane coppia italiana accampata due piazzole più in alto.
Atypical, per l'esperienza di Bob.
Allegri ma riservati. Scerzosi ma senza sfociare mai nel rumoroso.
Awesome.
Non come la molto irritante comitiva che da due giorni monopolizza la spiaggia, costringendo Bob alla ricerca di altri spazi su cui stendersi.
Regretful.
Andando verso i bagni, spazzolino mentolato impugnato saldamente, Bob osserva la coppia e la buffa torcia da testa con cui il ragazzo sopperisce al lampione ne illumina le lenti, creando un breve e feroce riflesso che fa girare i ragazzi. Che salutano Bob.
Torcia buffa ma very useful.
In paricolare se immaginata sulla propria stempiatura, più armoniosa di quella del ragazzo, e sul proprio portamento, decisamente più flawless.
Fresco e pulito, Bob ritorna in tenda. Domani lo attende una gita al piccolo e buffo arcipelago situato dinanzi alla tanto splendida quanto stolta cittadina sfregiata dal commercio che dà il nome all'isola.
Un bacio alla moglie e le luci si spengono.
Bob ripensa ai compiti svolti prima di coricarsi. Attività rilassante e decisamente più utile del contare le pecore.
Gas, spento.
Stoviglie, lavate.
E riordinate.
Computer, spento.
Figli, baciati.
E già addormentati.
Zanzariere, chiuse.
Zaini per escursione, pronti.
Già in macchina.
Così pure le vettovaglie.
Reaspiro, regolare.
Occhi, chiusi.
Buio.

Sopra un windsurf, tra le onde. In un carosello di delfini che spruzzano archi turchesi intorno al mio passaggio.
All'improvviso, un urlo. Una moltitudine racchiusa in una voce.
Il turchese rasenta il viola, i delfini si pietrificano in piroette ipotetiche.
E' lei, certamente.
Le grida vibranti provengono dall'isola in lontananza.
Denti aguzzi a picco sul mare lo fissano digrignanti. Gli sciabordii si fanno più intensi, frustano e martellano impietosamente. La tavola s'imbizzarrisce, la vela pestata dal vento. Colpi secchi si alzano in lontananza, tamburi, no esplosioni, no tamburi. Si alzano le grida, a squarciare il cielo. Sembrano i bambini, sembrano selvaggi. Il mare ribolle, si gonfia, si attorciglia, annodandosi intorno alla tavola e crepandola. Schiaffi a ripetizione. Un lampo e un monte di schiuma. La tavola s'impenna, verso una luna rossa, verso la scogliera

Luce.
O meglio, penombra.
La vescica è piena.
Non del tutto però. Non come al mattino.
Bob prende gli occhiali. Li inforca lesto. Leggeri e metalici. Praticità e resistenza.
Si guarda il polso: le 3:35.
- Moterfu...
Si ferma.
Odia imprecare. E' un rozzo segno di debolezza.
Si guarda intorno.
Anche la moglie è sveglia, in parte.
Chissà i bambini...
Il silenzioso frinire del campeggio è rotto da urla sguaiate. Tonfi e pluffi, colpi di sassi, pallonate e schiocchi di manate, spinte.
Dalla spiaggia.
La spiaggia a quindici iarde dalle prime tende.
A trentatre da quella di Bob.
Bob si alza. Lento, impassibile, come al solito. Un sorriso si accenna, contorniato da cortocircuiti d'insofferenza.
Bacia la moglie - Just a minute, darling... - ed esce.
Un poco offuscata, la moglie lo sente rimestare in veranda.
Sembra il bauletto blindato a cui solo Bob può accedere.
Non se ne separa mai.
For my work...
Poi dei passi, si allontanano.

Bob è in shorts. Rossi, con piccole palme blu contorniate di giallo.
Si avvicina alla spiaggia e li vede.
- The eight scums...
Avanza nel buio, le braccia altere dietro la schiena.
Le luci dei lampioni si riflettono sopra le lenti.
Poco dopo si posano su l'accenno di sorriso di Bob.

La baraonda sulla spiaggia andava avanti da oltre un'ora. In molti si stavano chiedendo quando qualcuno avrebbe fatto qualcosa.
Ma non esiste una security in questo campeggio? Altro che quattro stelle...
La consapevolezza dell'ultimo giorno addolcinva un poco l'amarezza dell'impotenza davanti a tanta ottusa allegria. Già in tre eran andati a chiedere silenzio, durato il tempo di un va bene, sorry sorry.
Fragori, risate, grugniti. Poco avvezzi a ciò che oltrepassa la propria epidermide.
Un velo di amarezza si stava alzando a coprire la macchia del campeggio, quando il volume subì un quarto attentato al suo roboare.
Un lieve parlare. Mozziconi d'inglese senza filtro.
Che sia la volta buona?
Ancora un po' di brusio e un sottile rumore di passi, attraverso un silenzio apparente.
Poi altre risate. Picaresche, gogliardiche.
Di scherno.
Spaghetti english da thè lipton delle cinque.
Non serve comprendere la lingua per afferrarne il senso.
Altri piccoli passi non vengono sentiti. Così come i soffici tonfi ovattati.
Ad un tratto, silenzio.
Finalement, schließlich, hvala...
Si ricominciano a tessere aglomerati di sogni mentre una barca solca la baia senza fretta, come alla deriva.

Alle 4:15 si apre un'altro paio d'occhi, sotto le pressioni di una vescica impaziente.
Un frusciare di tenda e una torcia precede la fronte che la porta.
Quasi inconsapevole, il ragazzo ondeggia fino al bagno.
Risalendo, incrocia Bob. Bagnato. Chino in un baule.
Soccia, non dorme mai questo..., pensa a mala pena.
Gli sguardi s'incrociano, timido saluto fuori orario.
- Goodnight.
- Goodnight.
Prima di superarlo, fa brillare le lenti, sopra un ghigno insuale per la faccia di Bob.
Riprendono le ultime ore di sonno. Senza più interruzioni.

Il giorno dopo, molte piazzole sono di nuovo libere, in attesa di nuovi picchetti.
Gente che va, gente che viene. La continua metamorfosi del campeggio, osservata con poco più di un'idea di attenzione..
Lo so io e lo sapete voi.
E lo sa anche Bob.
Pronto a godersi gli ultimi giorni di una meritata, sacrosanta, vacanza.


[Questo piccolo racconto senza pretese è nato tra le piazzole ed pini di un campeggio croato, e le calde rocce bianche di una spiaggia poco distante. I personaggi della storia sono reali, così come non lo sono le loro caratterizzazioni e le loro azioni.]

lunedì 5 luglio 2010

L'invasione dei cloni - 1

Di Gianpiero Franchini non si è mai potuto dire più di tanto.
Figlio di tabaccaio e sarta bolognese, aveva trascorso gli anni di formazione tra le mura del mausoleo della nonna e le tante storie in esso contenute. Ecco, la nonna sì che era una figura ingombrante; mastodontica, per azzardare. Centoquaranta chilogrammi accumulati in anni di peregrinanti tribolazioni passate accanto al mancato nonno della futura famiglia Franchini, Ermete Dalmonte, intrepido itinerante del Meloncello. Amazzonia, Abissinia e Mesopotamia le traversate più rimestate, finché, un bel giorno, all’inquieto ereditiero non balenò l’idea di avventurarsi sulle orme di Mallory, tra le vette più impervie del Tibet. La nonna, allora candido giunco dagli occhi di glicine, aveva spesso raccontato a Gianpiero le brutte sensazioni provate prima della partenza, il vacuo sorriso dello sherpa e le sferzate di tuoni lontani contro i contrasti dei suoi panni lanosi.
“Ma la vita è una giostra che gira Pierino, e alle volte, a chi vuole cavalcarne ogni parte, sovviene il fato, e la sua forza centrifuga.”
Fu così che Ermete, per toccarne la cima più immane, si sporse troppo dal vortice, spiccando il volo verso mete imbattute.
Gianpiero aveva sentito molte storie sul quasi-nonno Ermete, dal sorriso seducente, vaste arti amatorie, generosa forza d’animo e poderoso vigore fisico. Per sedici anni parte del suo nutrimento giornaliero erano state le avventure di questo eroico quasi-nonno, pellegrino del mondo, cercatore d’esistenze. La nonna aveva taciuto, o chissà, obliato, gli spossamenti che avevano imbrattato l’arazzo di memorie intessuto in quei lunghi anni. Mesi d’attesa sulle radici delle montagne ed era ripartita, sola, raccolta da mani caritatevoli e posta sul primo volo diretto in un’Europa intenta a ricostruire le sue future macerie. Secca e deperita, in preda alla più cruda delle abulie, si constatò davanti a casa, sotto il peso severo dello sguardo paterno, il sempre antico Professor Arfedeli. Davanti al focolare, riprendeva colore in balia dei morsi di quello sguardo marmoreo e di tutte le parole che ogni fremere di ciglia portava seco.
Il Professor Arfedeli non aveva mai approvato pienamente la relazione con il quasi-nonno Ermete. Era riuscito a sopportare l’onta e lo scandalo di cinque anni di fuga senza lustro, non per amor di figlia, seppur in qualche modo presente, e nemmeno per le difficilmente sottovalutabili finanze della famiglia Dalmonte. Furono le altrettanto grandi abilità del fu intrepido Ermete in storia, letteratura e lingue Greca e Latina a far sì che questa specie di unione s’avesse da fare.
E fu l’immersione nelle medesime la guida attraverso le allucinazioni di fine ventennio e la madre dell’allucinazione che rese il partigiano Freddo, all’anagrafe Franchini Piero, fantasma del fu Ermete e futuro nonno del nostro Gianpiero.
E furono tutte queste storie e le distorsioni applicategli dalle introduzioni pop-televisive anni ‘80/’90 a trascinare il Nostro in vortici più furiosi del suo mancato nonno.
Lasciandolo, nonostante tutto, grigio e inosservato, piccolo pezzo di ghiaia da selciato, di cui non si è mai potuto dire più di tanto.

lunedì 24 maggio 2010

L'invasione dei cloni - Prologo

Lanciato l’ultimo saluto agli amici, Michael aveva cominciato a traballare verso casa. Le nebbie di birra e fumo continuavano a circondarlo con delicata imponenza. Un passo dietro l’altro, tra i chiaroscuro dei portici, il rimestare di voci, facce e suoni. Mani in tasca, cappuccio in testa, seguiva la sua personale traiettoria verso il ponte di casa, ancora troppo lontano. Alla sua destra, i suoni della zona universitaria si facevano via via più distanti, lasciando scampoli di sorsi e risate al compito di annaffiare questo umido sabato di inizio primavera. Dentro la testa, un motivetto imperituro lo trainava tra i colonnati e le serrande. A sinistra la piazza, di fronte la collina, provata da una giornata di straordinari e improvvise secchiate. Gli orrori della versione ed i sadismi sallustiani erano svaniti da un pezzo, abbattuti dalle ruvide picconate elettriche, dal martellare incessante. Perlomeno fino a domani.
- Cazzo, che concerto. Mai visto un bassista mangiarsi lo strumento a quel modo. Mai. Che storia…- un mormorio tra i portici.
Un passo dietro l’altro, cercando di saldare bene i passaggi più importanti, da emulare in sala, e di dimenticare le contusioni a costole ancora poco avvezze al pogo più duro e sfrenato. Verso i portici più bui, da affrontare dopo una sosta della staffa dal cicchettaro. O forse no. Occhi fissi sulle zampe. Sul marmo sottostante e le geometrie dei suoi detriti. Sui riflessi dell’acqua appena scesa. Sul glaucopide riverbero delle strisce. Sul cemento. Umido e solido d’indifferenza. Occhi fissi, inconsapevoli. Stornati dagli echi ancora intenti a grattare tra incudine e martello.
Chiuso a stimoli esterni, di ogni sorta, in un personalissimo spettro autistico. Teso all’analisi distorta degli stralci ancora presenti in memoria, proseguiva il rientro verso casa con davanti agli occhi il buridone del Totem, nuovo locale di fresca occupazione. Le Squatter Pink e due gruppi emergenti, tra cui gli Shocking Bleik, a far tremare bulloni e calcestruzzo. Serata dura, ostile fin dalle premesse: il più femminista dei gruppi punk della scena italiana subito dopo i crudi sberci sessisti di una delle più indefinibili e discusse band spuntate dal sottosuolo felsineo. Un vero casino. In seguito a “Troia regina” era stato eseguito il brano più demenziale e di impossibile interpretazione. Un’autocritica talmente velata e sotterranea al pensiero testosteronizzato da risultare esclusivamente misogina. Subito dopo il culminante Io sono gay e tu chi sei?!?!, uno squarcio dalle retrovie Quella che vi fa il culo, stronzi!!!. A quel punto Michael si era improvvisamente ritrovato all’esterno, dopo un personalissimo e bizzarro minuetto, tra i rovi di una siepe, ammaccato ma ancora incolume. Concerto finito, serata da reinventare tra locali e pietra rossa.
Occhi fissi sulla strada sdrucciola, pensieri mischiati, “pensieri della casa” frutto di osterie e locali attraversati. Via Capo di Lucca alle spalle, un passo dietro l’altro verso casa. Sull’asfalto, poche macchine nottambule in cerca di una meta. Intorno, qualche ritmica lontana, echi di rapidi passi e l’accidia gocciolante delle ultime acquerugiole. Superato il rifornitore metal, dove il portico da quadro si arrotonda, arriva il colpo e il sonno saluta, addolorando lo sterno, l’occhio si ritrova sveglio, fisso sugli archi di crema sovrastanti.
- Ma che cazzo! E stai un po’attento imbeci…-
La parola si scioglie, tra le ultime piogge. Davanti agli occhi un essere come mai avrebbe potuto immaginare. Occhi pallati, sguardo ansimante. Il terrore dipinto sul corpo, fradicio ed epilettico. Un urlo glaciale e poi il nulla. Michael si alza verso l’uomo così spesso temuto, si volta e poi scappa. Impossibile affrontare qualunque troppo l’abbia ridotto così.

lunedì 26 aprile 2010

Una domenica di Monte Sole

Dopo il rannuvolamento dei giorni scorsi, la mattina del 25 aprile ha deciso di concedersi tersa e soleggiata.
Da Bologna e dintorni, persone di tutte le età, ogni anno, decidono di recarsi sulla vetta di Monte Sole insieme ad amici, figli, nipoti. Per vari motivi, ogni volta si arriva con spirito simile e differente dall'ultima. In questa ancor più motivati, viste le recenti dichiarazioni (qui, qui e se ne trovo altri li aggiungerò qui). In ogni caso è sempre piacevole carezzare i prati e i sentieri di questa parte dell'Appennino.
Questa volta arriviamo tardi, le due passate. Due poliziotti provinciali deviano il traffico. Peccato non aver portato un bordone. Troviamo un buco ai piedi delle colline, un'occhiata alla salita, zaino in spalla. Dai che si va!
Immersi nel verde, su sentieri d'asfalto, un passo dietro l'altro. Sulle orme di chi, anni addietro, seguiva diramazioni segrete, custodite da tracce nascoste. Un po' per pigrizia, un po' per emulazione, dirottiamo per un prato ripido e sdrucciolo, verso una legnaia distesa. Mobile processione a cogliere vibrazioni lontane. Il sole batte e ci scopriamo in abiti un po' troppo pesanti, pazienza. Se non altro, una volta in cima, libereremo i piedi.
Per un tratto, seguiamo la scia di ragazzi che tra bandiere, canti, inseguimenti annaspanti ad ogni possibile mezzo di passaggio, alleggeriscono il peso di ogni passo. Ostinati, li vediamo diminuire, chi sopra una moto, chi dentro ad un'auto.
Ritorna un'idea di silenzio e, dietro la curva, spunta una coppia alle prese con le insidie del percorso. Spingono una carrozzina, al cui interno, un tesoro. Meno di un mese e già pellegrin*. Dormicchia, assaporando ogni eco intorno. Altri viandanti offrono un passaggio. No, grazie, il Poggiolo non è distante. Accostati, li salutiamo con un sorriso.
Inconsapevoli d'essere così vicini come si è detto. A piedi, i punti di riferimento edulcolorano. Dopo l'ultima curva, passiamo dai freschi toni primaverili ad una luminosità dalle tinte estive. Qualche ultimo passo, un fazzoletto d'erba sufficientemente asciutto, piedi liberi di respirare terra ed erba. I panini, una volta addentati, sono i più buoni di sempre, conditi dagli aromi incontrati salendo. Sul palco, si alternano gruppi e vecchi Litfiba graditi al mixerista. Mentre offriamo la faccia a sole e vento, vediamo un capannello di persone crearsi d'improvviso. Dall'interno, le parole di Franco Fontana, per quanto a basso volume, risuonano e sovrastano, cariche di commozione. Nemmeno le sovrapposizioni censoree di chitarre distorte riescono a fermarle. Ma siam qui solo per la musica?
L'intervista finisce e il brusio circostante mi ha lasciato poche parole preziose e pesanti, molte si sono perse. Fontana ci ha parlato di sé, di quand'era staffetta, di ciò che ha visto accadere. Le guerre non finiscono mai ha detto, interrogandosi sul perché un contadino italiano debba voler uccidere un contadino di un altra nazione o ideologia. Salutandoci ci parla di un libro La staffetta, in cui coi suoi occhi assistiamo a quella parte di storia di cui é, dolentemente, stato testimone. L'idea è nata da una maestra, che alla fine di una gita scolastica, dove anche i più scalmanati si erano vestiti di silenzio e attenzione, lo pregò di non stancarsi mai di parlare.
Il libro, oltre a parlare del Fontana ragazzo, giovane staffetta partigiana, sulla scia della disciplina sportiva si fa a sua volta staffetta, testimone, per chi continuerà a correre dopo di lui.
Tornando a valle, con le note della Banda Roncati in sottofondo, ripenso alle parole di Alice Miller, alla sua convinzione nella venuta di un giorno in cui non si riusciranno a comprendere le motivazioni che portarono ad orrori simili a quelli che si scatenarono a Monte Sole. Può darsi. Ma i testimoni diretti sono sempre meno. I racconti, tra qualche anno, si faranno di seconda mano. Lo stesso libro, che ci pone dinanzi ad orribili flash di quei giorni, letto con le immagini del Fontana di oggi, con il suo sguardo ed i tremiti della sua voce impressi negli occhi, riesce a spalancare ancor di più il baratro di quei giorni. Mi chiedo se l'effetto sarà lo stesso, quando rimarranno solo documenti di quel periodo, se il revisionismo, il sottovalutismo, troveranno terreno più fertile per degradare.
Sicuramente, questi documenti saranno indispensabili per far capire l'incomprensibilità di quegli anni, per creare le condizioni capaci di portare ad affrontare in maniera più razionale e creativa le minacce presenti nella realtà. Oltre alle voci passate ne serviranno di nuove, capaci di raccontare quel periodo come chi se lo trova cucito addosso.
Verso casa, con un tassello di memoria nello zaino e le sue parole di fuoco, fradice di sangue e lacrime.

Scendendo le colline, in un'improvvisata armata Brancaleone, affrontiamo distese di fango con passo leggero e risate, verso un tramonto che indica in segreto l'alba a seguire.

domenica 18 aprile 2010

Cronache dalla periferia

L'asiatica si trascinava a fatica. Un mezzo passo dopo l'altro, evitando movimenti sgraditi alle contusioni. Trasportandosi verso casa, incapace di percepire alcunché intorno, portandosi appresso l'eco di una violenza mai immaginata. A trovarla, una sua insegnante. Lo shock nel riconoscerla non era paragonabile a quello che la ragazza doveva ancora trascrivere dalla carne alla mente.Arrivate al capannone, l'insegnante si trovò circondata da una moltitudine di piccoli sarti e tessitrici. Cazzo, come Gomorra... La ragazza sparì, risucchiata in un ondeggiare di voci incredule al suo pianto inconsolabile, scalpitanti d'apprensione verso le sue condizioni peste. Rimasero una serie di domande incomprensibili e sorrisi di circostanza. Per l’insegnante, una viscerale voglia di fumare a cui non poter porre rimedio. Finalmente una traduttrice, a mutarne l’espressione tirata. Chiarimenti veloci, spiegazioni su cosa fare l'indomani.
Fine del primo atto, nell'attesa di maggior chiarezza in una trama ancora singhiozzante.
Nelle ore d'interludio, ansia e rabbia si aggrovigliavano, lacerandole lo stomaco e tormentandone i sogni.
Finalmente l'alba. La scuola. Tanti occhi testimoni delle mani che avevano staccato brandelli di crine corvino e pelle sottostante, delle braccia che avevano spinto e strattonato, delle suole che avevano calpestato impietose e delle unghie che avevano lacerato carne e tessuti. Tante bocche a sparar fuori la propria versione. Qua e là, un assenso dell’asiatica.
Chi: Due sorelle, dodici ed undici anni. Quest'ultima, nella stessa classe dell'asiatica. Più il fratello maggiore a garantire il non intervento di terzi incomodi dotati di scampoli di senso civile.
Dove: a una fermata d'autobus, periferia di Bologna.
Movente: una presunta ingiuria scritta in un muro o forse su un computer. Poco importa.
Arrivano le attrici, altere. Giovani matrone imprigionate in un pregiudizio più forte di loro.
- Cosa dovevo fare? Cosa dovevo fare? chiede la minore con incredula impazienza al vicedirigente (i presidi e i loro secondi sono relegati ad un'età ormai arcaica e nebulosa) mentre la maggiore, lontana figlia di faraoni, si spreme lacrime titaniche a prova di un pentimento sincero. Poco importano le contusioni, le ciocche raccolte dentro una busta trasparente, puro stile CSI, dalla madre della pluricontusa e la descrizione dei fatti.
- Un litigio, certo. Cose che capitano. Macché bullismo, è grave, certamente, ma può capitare. Vedremo come punire, certo. Vedremo cosa deciderà il consiglio di classe. dichiara con mestizia al disgusto dell’insegnante, alle tre ragazze ed ai timidamente indignati genitori dell'asiatica il simulacro di vicedirigente, ormai vaccinato alla pedagogia dalle tante sconfitte affrontate nel nome del nuovo corso della scuola italiana.
La giornata prosegue. Ronzii della classe, sguardi fieri, increduli o estraniati, tentativi, più o meno maldestri o incisivi, del corpo docente di far chiarezza sull'accaduto. Tutto sembra essere risolto. Vittime e colpevoli, delineati. Di conseguenze si parlerà in seguito.
Nel terzo, breve atto di questa storiella metropolitana, entra in scena il padre delle novelle street fighters, novello deus ex machina, che, messo a conoscenza dei fatti, decide di vederci chiaro e di assicurarsi che la storia abbia la più giusta delle conclusioni. Durante l'ora d'epica, la piccola Connie C. sorta dalle sponde del Nilo viene chiamata a raggiungerlo dal vice dirigente. Rientra altera, soddisfatta. - Ha detto che vuole capire meglio, richiederle come sono andate le cose. spiega all'insegnante, il cui stomaco è stretto e pulsante quanto gli occhi dell’asiatica due giorni prima - Ma tuo padre che avrebbe detto? Scandisce, prima di andare a deflagrare le sue ragioni in vicepresidenza.
- Che così siamo pari.

martedì 13 aprile 2010

venerdì 19 marzo 2010

Antefatto: Il Van Gogh proibito

Per iniziare una storia è necessario avere le idee ben chiare su dove si vuole andare a parare, dire che io possegga l’intero quadro della vicenda è una bugia, ma applicandomi posso ricostruire, frammento dopo frammento, la storia che sto per raccontare. Prima di cominciare voglio mettere davanti a voi un immagine: siamo in un grande giardino con tantissime piante e fiori, questo giardino è protetto da una rete metallica coperta da una siepe. In un angolo una bambina sta aprendo con una pinza un buco nella rete. Fra pochi minuti sarà dentro il giardino. Il custode, un omone alto alto di nome Otello, sta potando un aiuola dall’altra parte del giardino, non si accorgerà di nulla. La bambina riesce ad entrare, si nasconde dietro un grosso cespuglio, osserva intorno ehhhh TROVATO!!! Un meraviglioso albero di mimosa, la più grande pianta che lei abbia mai visto, con tutti quei pallini gialli che avrebbero fatto impazzire il suo artista preferito Van Gogh, un mito per lei, e come potrebbe essere altrimenti? Un barlume improvviso, come quello che colpisce quando ti viene in mente qualcosa di particolare che devi fare. Il pensiero è talmente veloce che ha già capito come deve muoversi. Lo deve fare per il suo amico. Una volta la sua maestra le aveva detto che Van Gogh era matto e che nei vari manicomi dove venne ospitato dipinse i suoi 150 quadri più importanti. La maestra glielo aveva confidato in un orecchio perché sapeva che lei era una bambina intelligente a cui dire certe cose. Non una bambinetta che si spaventa subito per ogni sciocchezza. Ma ve lo immaginate un personaggio del genere? diceva lei, bisticcia con il suo migliore amico e poi si taglia l’orecchio. Figo! Una volta lo ha esclamato così ad alta voce che la mamma le ha regalato una bella sberla a mano aperta. Il motivo lo scrisse sul diario segreto alla 21 pagina: Mia mamma non è mai stata molto Punk e non capisce che Van Gogh è un genio della pittura. Certo non sta bene tagliarsi le orecchie quando si bisticcia con un compagno. In effetti a scuola quando litigo con Gianpietro “testa dura” l’orecchio io lo morderei a lui. Ma Van Gogh era molto arrabbiato lo voleva quasi strozzare quel suo amico per questo poi si pente. La maestra mi ha spiegato che si dice "Automutilazione", cioè fa un sacrificio come nelle religioni antiche per punirsi del gesto. Certo amico mio che sei un duro, potevi smettere di mangiare le patatine o di fumare la pipa per un mese. La mamma dice che non devo prendere questo pittore come modello dei miei disegni e mi ha proibito di leggere il libro grande dove ci sono scritte le cose vere su di lui. Mi ha comprato un libricino alla Stoppani che parla dei suoi dipinti e delle cose belle ma lei non sa che io ho capito la verità. Per questo gli sono amica, mica si può essere amica solo di brave persone.

Ma torniamo alla storia. L’abbiamo lasciata davanti alla fantastica pianta. Vuole vederla da vicino, vuole prendere tra le mani quei pallini di polvere solare. La pianta è il vanto dell’ospizio, il custode su di essa ha impiegato ogni energia. La protegge come un prode cavaliere, se vi trova lì vicino è capace di prendervi per un orecchio e portarvi dalla suora madre e lì son davvero cavoli amari… altro che mimose fiorite. Otello continua a potare, lei scivola dietro la pianta, non c’è nessuno il momento è perfetto. Tira fuori una busta di plastica e comincia a tirar via dalla pianta tutti i pallini gialli, uno ad uno all’inizio poi si mette fretta e comincia a tirar via di gran gusto. La parte bassa è fatta, ora deve arrivare in alto, è piena di polline da fare impressione le prude il naso ma non può starnutire. Cerca di arrampicarsi e scivola, ci riprova e sale sul ramo più esterno che non tiene il peso e patapuff cade in terra con la bambina sopra. Si è fatta male al ginocchio e sanguina, un classico, ma prosegue la sua missione. Ha bisogno di tutti i pallini della pianta per riuscire nel progetto. Si arrampica ancora e stavolta riesce ad incastrarsi nel punto giusto. Otello non la può vedere ma bisogna far presto. Presto, allontanarsi dalla pianta! Gli anziani dell’ospizio sono tutti raccolti in preghiera e poi andranno a cenare. La busta è stracolma, fanno male gli occhi a guardarci dentro. Lentamente scivola via e in silenzio torna al buco dalla rete ed esce dal giardino. Il colpo è fatto. Da lontano osserva la pianta, che tristezza tutti quei rami spogli. Stringe a sè la busta, sembra un tesoriere forzato carico di monete d'oro. Un sorriso colpevole le illumina il viso, ora bisogna solo trovare un nascondiglio.

martedì 16 marzo 2010

Nessuno lo saprà, breve racconto intorno ad un delirio di coppia

Mi sta bene, me la sono cercata.
Splendida la serata al Locomotiv e giusto per rimanere in tema il libro ricevuto in regalo, per convincermi che questi 18 euro (tra tessera arci e concerto) saranno spesi bene. Tutti mi dicevano: leggi Enrico Brizzi, è bolognese ti fai due risate e poi ha una scrittura fresca e che ti coinvolge. Penso, si lo farò, lo farò ma il tempo passa e dall'epoca di Jack di strada lo scrittore ne ha fatta. Poi il silenzio. Ub non mi pressa più ma è solo l'inizio della contromossa. Ha capito, il furbo, che più pubblicizzerà prodotti nostrani e più l'abruzzese, testa dura, li rifiuterà. Mi parla ore ed ore dei Wu Ming e poi non indifferente alla resistenza mi mette sul comodino Stella del mattino di Wu Ming4. Penso: a questo poverino, bolognese convinto, devo dargliela una soddisfazione infondo non mi sta chiedendo di andare allo Stadio o a ri-subirmi tutti quei concerti post-punk nei posti più improbabili, (che forse solo qui a Bologna sapete fare con tanta passione). Vada per Wu Ming ma ne leggo solo uno, sai che preferisco un altro genere. Lo leggo e mi piace e lui si sente rincuorato. Come se avesse bisogno di certezze, come se questa sua Bologna "underground" abbia il bisogno anche della mia approvazione. Sono strani a volte gli uomini, penso. Dopo un periodo abbastanza sereno, fa capolino in casa nostra un libro dalla copertina patinata. Lui è carico come una molla: guarda qui cosa ho preso. Non gli bastava che uno dei Wu Ming lo considerasse, dopo la lettura in apnea di Altai, sotto botta da maratoneta, ora vuole anche mettere in mezzo l'altro bolognese. Cara, è l'ultimo di Brizzi, ahhhahhh ci risiamo. Ora ricomincerà con la filippica che è un grande scrittore che come lui ha fatto il Galvani etc,etc... ah si amore, di cosa parla? praticamente lo divora e qui nasce l'incubo. Sai dovresti leggerlo, ti piacerebbe... si, immagino, no ma lo dico sul serio,ok quando finisco Paasilinna lo leggo. Nulla, vado avanti per la mia strada. Però il libro non lo mette mai in libreria e rimane per un pò in giro per la casa. E' incredibile, poi la testarda sarei io . Ossessione. Brizzi mi stai antipatico, lo sò non serve provare. Ennesimo litigio, ne ho abbastanza di questi bolognesi che si credono al centro della terra. Amo Bologna e la bolognesità ma questo è troppo. Lo prendo e lo metto via, nel punto più in alto della libreria. Poi le cose si fanno divertenti. Arriva tutto contento in casa dicendomi della grande serata che si prospetta al Locomotiv, dice che gli piacerebbe se lo accompagnassi io. C'è anche Steno, un mito, quando andavamo in saletta a suonare ehhhh quanti ricordi, io vorrei essere lontana anni luce, forse sulla luna. Prima della grande serata, andiamo in libreria e compra i due libri dei viaggi a piedi: ho scoperto che farà una cosa potentissima ad aprile, a te che piace viaggiare e camminare questi non devi perderli. Sono un regalo. A questo punto, effettivamente mi mette con le spalle al muro. "Nessuno lo saprà" è un libro che da un pò mi girava in testa e che dovevo leggere. Ho il pallino dei pellegrinaggi e ne ho fatto anche uno in città che poi è diventato un diario che ho esposto in una mostra. (http://containerlab.blogspot.com/) Su questo non possiamo discutere. Troviamo il punto di accordo e finalmente si snoda il sentiero.
A questo punto devo assolutamente usare un tono epistolare, scrivere come fa un bravo lettore ad uno stimato scrittore. Ricomincio da capo.
Caro Enrico Brizzi, voglio chiederti scusa per averti odiato senza effettivamente aver mai letto nulla di tuo. Il libro che ho ricevuto in dono è uno dei più belli che io abbia mai letto e che alla soglia dei miei 32 anni mi ha fatto riflettere su tante cose e anche commuovere. Mentre oggi tornata da scuola finivo le ultime righe con le lacrime, lo stronzo di cui ti parlavo credo si sia sentito il bolognese più fiero sulla faccia della terra. Ma come fate voi, cosa avete di così speciale in questa città per farci questo? Lo spirito da camerata scout perenne che accompagna questi Regaz, come li chiamate, in mille avventure per il mondo; oggi per la prima volta ho capito qual era il messaggio tra le righe e ho provato tenerezza. Stasera lo porterò in una di quelle vecchie Osterie di Bologna a brindare al tuo nome finalmente in pace in questa casa e di tutta questa storia, Nessuno lo saprà!
Con affetto e stima,
una delle 10.000 che arrivano ogni anno qui per studiare... 12 anni or sono