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lunedì 7 novembre 2011

Un po' di quel che #succedeascuola



E' dal 21 settembre che si ha la voglia di buttar giù due righe riguardo alla scuola, dopo le lotte per lo spezzatino servito freddo ai bolognesi (qui e qui), l'interminabile questione riguardo alle riforme di corsi, indirizzi e vicoli ciechi (di cui a mio parere la Gelmini altro non è che la punta maleodorante dell'iceberg) ed il ritorno in classe, versante sostegno, con i problemi dell'anno precedente cresciuti e moltiplicati (in particolare alle medie).
Dal 21 settembre dicevo, data in cui a questo tweet di @tigella 
 Se però su twitter ci sono insegnanti e studenti (e ce ne sono tanti) che hanno voglia di raccontare cosa , i problemi ecc...
rispondevano @Wu_Ming_foundt con quest'altro tweet ponte
. hanno un sacco di cose da raccontare
non per chissà quale titolo emerito da specialisti del versante scuola, ma per il semplice fatto che, se ci lavori dentro e sei a contatto con bambini, ragazzi, personale docente e non, ti ritrovi ad avere, perlomeno, una serie di aneddoti, di riflessioni o di spunti da condividere con le persone, per cercare di rompere un po' i pregiudizi, i miti e le chiacchere da statisti da bar che gravitano intorno a questo Partenone italiano.

Osservati i vari tweet dell' hastag [che, non so perchè, oggi si riducono a due (e qui @jumpinshark potrebbe essere di grande aiuto)] c'era abbastanza materiale per fare un articolo pomposotrombonescotemporaomores sui commenti che vi si trovavano. A metà tra l'agenda ed il libro umoristico, i problemi maggiori riportati, riguardavano la sfera affetti-profitto-gag irresistibili. Messi a tacere i borbottii da baffi a manubrio ci si sarebbe potuti fermare a riflettere sul perchè l'unica cosa che si aveva voglia di condividere fossero aforismi umoristici e strappa sorrisi, definibili con troppa facilità solo facebookiani. Un motivo ci sarà se l'attenzione/comunicazione su un social come twitter stenta ad andare oltre tali argomenti (oltre alla possibile poca visibilità dell'hastag). In realtà tutto ciò che veniva tweettato riguardava pienamente i problemi, ecc.che avevano incuriosito più di un mese fa @tigella e se il discorso non si è allargato, le tematiche/problematiche varie non si sono miscelate e arricchite vicendevolmente, la colpa non è certo di chi si sforza di trovare l'aneddoto più divertente e bizzarro, ma di chi, con un punto di vista altro, non partecipa al "fiume".

Questo post è perciò da ritenersi una sorta di megatweet dell'ultimo mese riguardo alla scuola, o giù di lì.
Perchè di cose a scuole ne succedono un bel po'. Ed anche riguardo questa parolina.
In terza elementare può succedere che, nel giorno in cui si studiano le parole con l'accento, la maestra inizi la lezione dicendo che la prima parola da impare è proprio pò
Mentre in una quarta di un quartiere ben più che caldo, per stimolare i bambini, il maestro s'inventa un gioco matematico tipo bisca, in cui lanciare i dadi sfidando l'avversario a moltiplicarli a colpo sicuro.
Succede anche che, l'anniversario della battaglia di porta Lame si portino i ragazzi di terza a conoscere uno dei partigiani che vi si batterono e che una buona fetta di presenti non solo si appelli al proprio diritto all'ignoranza ma pretenda di poter fare quel cazzo che gli pare. Ma poco prima di andare succede anche che uno dei ragazzi più problematici, oltre a non essersi perso una parola, prenda il microfono per domandare emozionato se avesse avuto paura di morire.
Succede poi che, passata l'estate, D. sia riuscita, con immensa fatica, ad imparare a scrivere e ad orientarsi tra numeri e lettere.
Capita anche di leggere di un'educatrice toscana trovata in overdose in bagno a un doposcuola (e si spera che la notizia non si espanda fino in Emilia, che sennò a fotterci definitivamente, noi educatori, ci vuole un attimo).
Succede che in un istituto comprensivo solitamente sul pezzo si abbiano handicap di serie A e di serie B, a seconda di quanto siano rompicazzo i genitori di un determinato bambino-classe-istituto e che il bambino di serie B si rirtrovi quasi totalmente privato delle ore di sostegno assegnategli.
Succede che per il terzo anno di fila, le maestre si rifiutino di fare uscite didattiche o gite (che ci pensino i genitori a portarli in giro) mentre in un altro plesso il bambino con la passione per draghi e dinosauri si ammali proprio il giorno prima della gita al museo di paleontologia (che consiglio caldamente a tutti).
Succede di veder volar sedie, insulti e gesti osceni, seguiti da occhi tristi terrorizzati dall'"effetto galera" dell'assistente sociale.
Succede che il motivo di maggior scazzo riguardi l'orario, che prof con 18 ore da svolgere pretendano di lavorare quattro giorni non più di quattr'ore al giorno... o che educatori rinfaccino ai prof di sostegno di fare meno ore, che non rompano il cazzo...
Succede anche di assistere ad una delle più belle lezioni di musica mai viste in anni di medie, e di ritrovarsi commossi in aula con l'ascolto delle arie scelte per far riconoscere i diversi toni di voce ai ragazzi.
Succede che A. cominci a mangiare di più, a rifugiarsi meno in battaglie di mostri spaziali, mentre un compagno di classe, passato dal Navile a S.Donato, scelga di dormire meno per rimanere coi vecchi compagni (8 anni).
Succede anche che un supplente si presenti in quinta e proponga un problema in cui se un contadino ha un campo di 6 km quadrati metà coltivato a grano e metà a mais in cui il mais cresce 7 quintali per km2 e si venda a 12 euro il chilo e il grano 10 per km2 e si venda a 15 (n.b. i numeri sono csuali, non li ricordo più) quanti anni ha il contadino? facendo impazzire i geni della classe lanciati in tentativi di soluzione improbabili e gratificando immensamente il "problematico" che risponde, unico della classe, scrivendo un secco "e io che cavolo ne so?"
Succede che non sempre la carta igienica ci sia e che alcuni bambini abbiano merendine costose ma non i fogli nel quaderno.
Succede di ritrovarsi il primo giorno di scuola con il personale ATA sul tetto e la scuola piena di ragazzi che sotto la scorza che tentano di mostrare hanno una paura fottuta di quello che li aspetta.

Succedono un sacco di altre cose che ora come ora non mi vengono in mente, ma di bisognerebbe parlare di continuo. 

domenica 19 giugno 2011

Racconti sotto l'albero

Spesso sentiamo parlare di come i bambini e i ragazzi di oggi facciano fatica a rimanere concentrati per più di qualche minuto su attività intellettuali che richiedano un alto livello d'attenzione. In parte è vero e lo si percepisce già tra le mura scolastiche, in cui la sfida maggiore è trovare il modo per appassionarli ad un argomento per un tempo superiore ad una partita a Pokemon o Mario kart. Figurarsi poi a scuole chiuse, al campo estivo della parrocchia: centoventi pargoli dai 6 ai 12 anni stipati in pochi metri quadri quasi completamente alla mercè di un sole sempre più martellante, con l'afa bolognese ad ingolfare bronchi e giunture, soprattutto dei loro educatori. 
C'è abbastanza materiale per riempire tg di servizi e approfondimenti sull'emergenza iperattività, con orde di bambini ipercinetici o ADHD; sull'allarme caldo che, chissà perchè, si ripresenta improvvisamente ogni estate; sul pericolo dell'esposizione a certe temperature di codesti frugoletti caricati a molla, pronti a impazzare per le strade dell'intera penisola e devastare ogni cosa come cavallette antropomorfe (inoltre si potrebbe cogliere l'occasione per ricordare ai telespettatori che la maggior parte di questi bambini proviene, magari secondo autorevoli fonti statistiche, dalla scuola pubblica; o sottolieare i "benefici" del metilfenidato, ma queste sono altre storie).

Ovviamente non avviene nulla di tutto ciò e i centoventi bambini in questione, dopo mesi di fatiche più o meno intense sui banchi, riescono addirittura a svolgere ogni giorno un'oretta di compiti senza bisogno di particolari minacce o ricatti e a seguire lo svolgimento, recitato ad altissimi livelli sottoamatoriali, del tema dell'anno, Odissea (Piumini version). Per il resto del tempo la maggior parte di loro si lascia andare a giochi più o meno fantasiosi e scatenati (personalmente ho potuto "scoprire" le meraviglie di Palla senza palla, una vera chicca), in particolare nella pausa pranzo. Ed è proprio lì che, martedì scorso, ho avuto una piacevolissima sorpresa. Il piccolo gruppo di bambin*, con cui l'anno precedente avevo attraversato la trilogia di Roddy Doyle sotto la frescura apparente di tigli e tendoni, è venuto a chiedermi se anche quest'anno avrei portato dei racconti intorno cui sedersi. Perciò il giorno successivo abbiamo ricreato il semicerchio di panchine intorno alla mia sedia rossa per comiciare la seconda stagione del nostro personalissimo club di lettura.
E' un momento meraviglioso, quello della storia pomeridiana. Un piccolo crocevia tra il turbinio di giochi circostanti, libero da vincoli ed aperto ai vari naviganti. C'è chi ascolta l'inizio per un po', per farsi poi trascinare dalle correnti di avventure, partite e grida del grande giardino; chi passa un attimo per ascoltare qualche frammento, sbirciare un disegno o chiedere il titolo della giornata; chi arriva a metà e si gode il finale; chi, per troppa timidezza, non ha trovato nessuno con cui giocare e scopre amicizie interagendo tra le pagine di un libro. 
Poi ci sono gli affezzionatissimi membri del club: Arianna, che ascolta tutta la storia con lo sguardo perso tra le fronde, riabbassandolo ogni tanto per uno sguardo rapido alle figure; Sara, seduta sempre all'estremità della panchina, con la bocca semi aperta; Francesco, che gioca tra erba e polvere con le orecchie ben drizzate; Elettra, inclinata in avanti, quasi a voler sfiorare ogni personaggio; Ilaria, appollaiata sullo schienale della panca; Simone, seduto composto con un sorriso accennato; Greta, sorridente e con gli occhi socchiusi; Sofia, che si dondola appena, tenendo i capelli tra le dita.

Questa settimana abbiamo letto due storie di Roald Dahl, autore solitamente molto amato (perlomeno, io l'ho amato e l'amo ancora tantissimo).
Si è incominciato dall'ultimo libro che ha scritto, tra i meno conosciuti dell'autore inglese, Minipin, un breve racconto in cui sono inserirti, in modo leggero ma incisivo, la maggior parte dei temi a lui cari.
Come spesso accade nelle sue opere, il protagonista è un bambino curioso di scoprire quello che lo circonda, di fare le cose probite (sempre le più interessanti) e di guardare il mondo con i propri occhi. Entrato senza permesso nel bosco accanto a casa, si trova ad essere inseguito dal terribile Sputacchione Succiasangue Tritadenti Sparasassi, un mostro misterioso e sanguinario avvolto da un turbine di fumo. Per salvarsi, Piccolo Bill si arrampicherà sull'albero più alto, dove farà la conoscenza con i Minipin, minuscola popolazione che vive all'interno degli alberi e si sposta per il bosco grazie all'aiuto di scarpe a ventosa ed uccelli. Con l'ingegno, l'aiuto di chi lo circonda e una buona dose di coraggio, Piccolo Bill riesce a sconfiggere il mostro, liberando il bosco intero dalla sua minaccia e se stesso dai vincoli della paura.
Dahl con questa storia ci insegna ad imparare a guardarci intorno, in modo obliquo, ad osservare con occhi sfavillanti tutto il mondo intorno (...), perchè i più grandi segreti sono nascosti dove meno ve li aspettate. Si diverte a ribaltare i punti di vista, a trovare consonanze nelle differenze più grandi. Ogni situazione o impasse può essere superata con un pizzico d'ingegno (non con l'inganno, verso cui, in molte sue storie, riserba contrappassi inequivocabili) ed ironia.
Prima di concludere la settimana ci siamo invece cimentati in anagrammi. Giovedì ho chiesto chi sapesse cosa significasse Agura trat e il giorno dopo Sofia è venuta tutta sorridente con la soluzione. Rispetto al precedente, questo è un racconto più spensierato. Una love story in tartarughese ostacolata da troppa timidezza e giunta a buon fine in pieno stile Dahl: grazie ad un pizzico di coraggio e tanta creatività. Un modo simpatico per spronare i più piccoli ad ingegnarsi per superare i propri limiti e, al contempo, a non avere troppa fretta nel voler crescere.

Domani si ricomincia. Una nuova storia per il piccolo uditorio mobile.

giovedì 19 maggio 2011

"Faccetta nera" s'ha da fare!

CARO DIARIO, 
oggi a scuola abbiamo fatto il laboratorio di musica. Dovevamo scegliere una canzone da cantare tutti insieme allora la maestra ci ha detto che conosceva una canzone molto bella. La dobbiamo imparare a memoria che poi al saggio ci vengono a vedere i genitori e la maestra dice che non bisogna fare una figura da somari. Io che di solito canto bene, la maestra dice che al ritornello canto più forte è meglio.
La canzone si chiama "Faccetta nera" e la maestra ci ha detto che parla del tricolore e di un viaggio speciale che hanno fatto tanti soldati per portare, in un paese che si chiama Etiopia, la pace italiana. A me mi sembra una canzone un pò noiosa ma se ce lo dico lei mi prende e mi toglie dal coro. Mio padre dice che se mi toglie dal coro lui non viene più alla recita. Io penso che mi piace se lui non viene alla recita così non mi vesto come la bandiera italiana e non canto "faccetta nera". Tutti  vogliono cantare la canzone pure la maestra che la preside gli fa i complimenti e dice che è brava a fare musica. Io penso che per la festa dell'italia con la chitarra potevamo cantare la canzone che piace a mio cuggino maggiore Franco che me l'ha cantata e fa pure ridere. Così ridevamo tutti alla recita e pure la maestra e la preside, ci davano tanti bei voti e facevano la festa con i genitori che ridevano. Tutti a morire di risate. 
Ora ti saluto, ti piace il disegno che ho fatto? 
Questa è la maestra che dice:



  


Questi sono Carlo, Amin e Maya che rispondono


                           

Questo è il testo che ho copiato per fartelo vedere

 Se tu dall'altipiano guardi il mare,
Moretta che sei schiava fra gli schiavi,
Vedrai come in un sogno tante navi
E un tricolore sventolar per te.

Faccetta nera, bell'abissina
Aspetta e spera che già l'ora si avvicina!
quando saremo insieme a te,
noi ti daremo un'altra legge e un altro Re.

La legge nostra è schiavitù d'amore,
il nostro motto è LIBERTÀ e DOVERE,
vendicheremo noi CAMICIE NERE,
Gli eroi caduti liberando te!

Faccetta nera, bell'abissina
Aspetta e spera che già l'ora si avvicina!
quando saremo insieme a te,
noi ti daremo un'altra legge e un altro Re.

Faccetta nera, piccola abissina,
ti porteremo a Roma, liberata.
Dal sole nostro tu sarai baciata,
Sarai in Camicia Nera pure tu.

Faccetta nera, sarai Romana
La tua bandiera sarà sol quella italiana!
Noi marceremo insieme a te
E sfileremo avanti al Duce e avanti al Re!

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mercoledì 13 aprile 2011

Quasi, quasi mi faccio uno shampoo!

Stamattina  al Pre-scuola mi è capitato fra le mani un libro di testo di prima elementare. Maestra mi potresti copiare questo disegno per favore? prendo carta e pennarelli e mi siedo nel tavolo grande dove sono sedute diverse bambine e due bambini. Apro a caso il libro e la mia attenzione cade su Valentina. Leggo ad alta voce:
Valentina aveva una vera passione per il phon! D'inverno quando in casa si annoiava, la nonna le lavava i capelli e poi, in un battibaleno, glieli asciugava con il phon. Quando diventò grande Valentina aprì un grande negozio di parrucchiera e lo chiamò "Magico Phon".
Ci penso un momento, qualcosa non mi torna. Una bambina che in casa si annoia? Cosa fa una bambina annoiata? Decido di fare un sondaggio, lo chiedo direttamente ai bambini presenti.
In casa non ci si annoia mai, la risposta che li ha messi tutti d'accordo, poi qualcuno ha aggiunto che poteva mettersi a fare un disegno oppure a giocare nella sua cameretta. Nessuno ha menzionato la tv, ma immaginando un possibile pomeriggio invernale potrebbe ben rientrare nelle attività casalinghe. I bambini non si sono dilungati nel trovare mille alternative allo shampoo o  alla possibile passione per l'oggetto Phon. Passione tra l'altro tradita da un particolare che non mi convince della storia, il fatto che poi lo utilizzi la nonna per asciugarle la testa. A Valentina che cosa le piace del Phon? Possibile solo il rumore?

martedì 5 aprile 2011

Nun c'è più trippa pe'gatti, neanche a scuola!

E' quaresima e anche nelle scuole si dovrebbe far digiuno. Questa la brillante idea di un consigliere ravennate che propone, per rimanere in linea con i precetti cristiani, di attenersi alle regole del buon senso e di piegare il menù scolastico allo spirito della quaresima. Lo scopo è venire incontro alle famiglie cattoliche che la praticano e che rispettano il digiuno. La mensa scolastica, è risaputo, si adatta alle varie diete; ogni bambino di religione diversa può chiedere di avere un pasto privo di maiale, di bovino, di proteine animali nel rispetto di quelli che sono i precetti della religione d'origine, ma qui la questione è un pò diversa. L'idea del digiuno per il rispetto della pratica della propria fede suona in modo strano. C'è un punto dell'articolo dove Grandi afferma che la dottrina cattolica, insegna che coloro che non sono tenuti all'osservanza del digiuno, i bambini e i ragazzi, vanno comunque formati al genuino senso della penitenza cristiana. Chi dovrebbe formarli al genuino senso della penitenza cristiana? la scuola che per principio dovrebbe esser laica? la mensa della scuola con menù poco appetitosi e non sempre a favore di bambino?
Pasta in bianco, sugo che sa di pelato, formaggio insipido da spalmare, salsicciotti poco cotti e verdure mollicce, merluzzo bollito, crocchette di patate dure come un sasso. Lo scenario è deprimente a priori. Mangiare a mensa è già una penitenza. Ricordo ancora un pasto così costituito: pasta scotta con olio di semi, crocchette di ceci e per contorno sugo all'origano. Due misere crocchette che neanche il gatto più affamato del quartiere avrebbe addentato e per facilitare il boccone un bel sughetto nel quale "pucciarle" per mandar giù l'impasto e tanti saluti. Mi domando se questo consigliere abbia mai mangiato in una mensa scolastica. Inutile dire che i comuni si stanno attivando, che ci sono mense che funzionano e che i prodotti spesso fanno parte di un ciclo biologico. Tutte fregnacce! a scuola ci mangio 3 giorni su 5 e vi posso assicurare che i bambini digiunano anche fuori quaresima, da settembre a giugno e mai che qualcuno si sia preccupato di cambiare le cose. I genitori lo sanno, la scuola lo sa, eppure lo spirito da penitenza persiste.
Caro consigliere prima della quaresima c'è sempre un periodo dove tutti possono riempirsi di leccornie grassissime e prelibate senza cadere nel peccato, potrebbe proporlo affinchè le scuole esagerino prima per poi moderarsi dopo. Della serie sfrappole e bignè a ricreazione, fettuccine al ragù e pollo arrosto con patatine, cheeseburger e insalata fresca di campo, macedonie con frutta freschissima di stagione e succhi di mirtillo a volontà. Fatto questo possiamo passare anche a pane e acqua, ora et labora, in maniera graduale magari mantenendo il frutto di stagione a merenda. 
La dieta delle nostre mense ha già un connotato cristiano-cattolico, altrimenti non si spiegherebbe la questione del pesce al venerdì. Sono anni che lavoro a scuola e che al venerdì mi viene sempre propinato merluzzo, halibut e palombo. Mai il lunedì o che ne so il giovedi! fateci caso, sempre il venerdì. In rete si trovano anche curiose discussioni a riguardo che pongono l'accento sulla questione religiosa nella gestione dei menù scolastici, discussioni che non portano da nessuna parte ma che dovrebbero farci riflettere quando l'ennesimo consigliere se ne esce con proposte strane.

Post Scriptum
C'è una nota apparsa sul sito del Comune di Bologna dove, per rimanere in tema di pesce, si sottolinea che per l'emergenza nucleare il pesce utilizzato nelle refezioni nostrane proviene solo da partite precedenti l'11 marzo. Ora siamo tutti più tranquilli. Amen!

Per rimanere in tema di digiuni e scuola ecco qualche link da spulciare:

Per gli affezionati del digiuno, qui una proposta moderna "degna di rispetto".
Qui, un digiuno che ha sollevato l'opinione pubblica sulla funzione che i corsi serali hanno di accoglienza verso i lavoratori immigrati e qui quello dei precari italiani.
Il castigo insegnato nelle scuole: Nun c'è trippa pe' gatti, bambini poveri a digiuno.




sabato 5 marzo 2011

Dal passato al presente - Le premonizioni di Piero Calamandrei

[Pubblichiamo il discorso che Piero Calamandrei pronunciò l'11 febbraio 1950 al terzo congresso dell'Associazione a difesa della scuola nazionale. Un discorso lungo, denso e, nella sua attualità, inquietante. Se certe tematiche erano già così sentite sessant'anni fa, viene da chiedersi cosa sia stato fatto, nel concreto, fino ad oggi e a che punto ci troviamo (alcune risposte e riflessioni in questa lettura fondamentale). 
I grassetti e le sottolineature sono nostri. Sono totalmente parziali e insufficienti a comprendere la portata delle sue parole, ma si sarebbero dovute evidenziare intere frasi o paragrafi. Perciò ci siamo concentrati su alcuni dei più significativi.
Buona lettura]

(...) La scuola, come la vedo io, è un organo "costituzionale". Ha la sua posizione, la sua importanza al centro di quel complesso di organi che formano la Costituzione. Come voi sapete (tutti voi avrete letto la nostra Costituzione), nella seconda parte della Costituzione, quella che si intitola "l'ordinamento dello Stato", sono descritti quegli organi attraverso i quali si esprime la volontà del popolo. Quegli organi attraverso i quali la politica si trasforma in diritto, le vitali e sane lotte della politica si trasformano in leggi. Ora, quando vi viene in mente di domandarvi quali sono gli organi costituzionali, a tutti voi verrà naturale la risposta: sono le Camere, la Camera dei deputati, il Senato, il presidente della Repubblica, la Magistratura: ma non vi verrà in mente di considerare fra questi organi anche la scuola, la quale invece è un organo vitale della democrazia come noi la concepiamo. Se si dovesse fare un paragone tra l'organismo costituzionale e l'organismo umano, si dovrebbe dire che la scuola corrisponde a quegli organi che nell'organismo umano hanno la funzione di creare il sangue (...).

La scuola, organo centrale della democrazia, perché serve a risolvere quello che secondo noi è il problema centrale della democrazia: la formazione della classe dirigente. La formazione della classe dirigente, non solo nel senso di classe politica, di quella classe cioè che siede in Parlamento e discute e parla (e magari urla) che è al vertice degli organi più propriamente politici, ma anche classe dirigente nel senso culturale e tecnico: coloro che sono a capo delle officine e delle aziende, che insegnano, che scrivono, artisti, professionisti, poeti. Questo è il problema della democrazia, la creazione di questa classe, la quale non deve essere una casta ereditaria, chiusa, una oligarchia, una chiesa, un clero, un ordine. No. Nel nostro pensiero di democrazia, la classe dirigente deve essere aperta e sempre rinnovata dall'afflusso verso l'alto degli elementi migliori di tutte le classi, di tutte le categorie. Ogni classe, ogni categoria deve avere la possibilità di liberare verso l'alto i suoi elementi migliori, perché ciascuno di essi possa temporaneamente, transitoriamente, per quel breve istante di vita che la sorte concede a ciascuno di noi, contribuire a portare il suo lavoro, le sue migliori qualità personali al progresso della società (...).

sabato 26 febbraio 2011

L'ora di religione

25 Febbraio 2010

Signor Presidente, Lei ha ragione quando afferma che gli insegnanti inculcano ai ragazzi valori diversi da quelli delle loro famiglie. La famiglia italiana è in crisi e lei è stato un pioniere nel capire che gli insegnanti non possono appoggiare idee e valori che vadano contro la realtà della nostra cultura, di principio cattolica. Infatti signor Presidente sono talmente pochi i bambini che hanno i genitori insieme che oramai è prassi consolidata, durante l'ora di religione, marcare il sesto e il nono comandamento. Quando ho spiegato che non si deve desiderare la donna d'altri come un motorino nuovo di zecca o una play-station, con alzata di mano Giovanni, classe IIA, ultimo banco a sinistra,  con grande fatica è riuscito a starmi dietro. Ha interrotto la lezione mille volte. Cos'è che non capisci Giovanni?  è più semplice di quanto possa sembrare, l'adulterio è quando un uomo desidera la donna di un altro che come dicevo non si può desiderare ma la carne è debole e allora si abbandona la famiglia e si cade in peccato. Desiderare le cose che non si possono avere non è bene! non sà signor Presidente quanto è difficile parlare a questi bambini, molti sono cresciuti in famiglie allargate, alcuni addirittura non hanno mai conosciuto il padre o, come nel caso di Gaia, che la madre l'ha abbandonata a casa dei nonni perchè si è innamorata di una donna. Capisce? di una donna! Bisogna allora credere ardentemente a quello che si dice. Quando ai bambini riporto la Bibbia io lo faccio con una convinzione più unica che rara, cattolica  e ben pensante, che nella famiglia vede un valore assoluto e non aggiunto. Mi trovo quotidianamente davanti all'imbarazzo del confronto con una società di facili costumi e di ipocrisie imperanti. Le famiglie sembrano più dei covi dove questi bambini possono crescere come piccoli furfantelli comunisti con la passione per i matrimoni gay e le adozioni ai single. Sarebbe bello Presidente che la scuola pubblica preservasse i suoi insegnanti dalla possibilità di avere a che fare con queste diverse realtà per ritornare ad un insegnamento pulito e scevro da sordide complicazioni. Mi piacerebbe domani parlare del quarto comandamento senza dover per forza tirare in ballo altre figure mendaci. L'ora di religione mi piacerebbe fosse qualcosa di altamente istruttivo e non una sorta di materia tappabuchi per i soliti quattro poverelli dalle famiglie disastrate.  
Maestra Gertrude


Nota: questo post non è pura finzione ma la rivisitazione di una lezione di religione sui 10 comandamenti fatta in una scuola primaria. Non è semplice spiegare questi precetti ai bambini ma la storia di per sè è affascinante e li tiene incollati alla sedia. Mosè, con le due tavole di pietra avvolto in un'aurea mistica e severa  parla ai bambini dell'amore che conosce gerarchie e disposizioni. Prima viene Dio, l'amore verso Dio che pone le basi per quello a seguire, l'amore per il prossimo.
"Chi dunque trasgredirà uno solo di questi precetti, anche minimi, e insegnerà agli uomini a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà agli uomini, sarà considerato grande nel regno dei cieli" 
Vangelo di Matteo 5,17-19

Mentre Geltrude parlava io con la mente vagavo fino ad arrivare al Testamento di Tito di De Andrè, ma come tutte le cose più belle a questo si arriva solo in un secondo, maturo, momento.


venerdì 25 febbraio 2011

Cinegiornale scolastico


Ottobre 2010
Lido di Camaiore,
grande occasione per la sua rinomata scuola. L'imponente edificio, impegnato a crescere figli della lupa integerrimi e sani, oggi, lustrato a festa, è pronto ad interrompere la sacra giornata di studio per accogliere l'illustre ministro. Come solo le più fedeli scuole italiche sanno fare. Giorni trepidanti di ferrea preparazione hanno scandito il proseguimento delle lezioni. Pargoli eleganti e profumati, guidati da una fulgida mano priva di dubbio alcuno, hanno preparato poesie e ringraziamenti; tutto nell'austero e sobrio stile romano. Nulla sembra turbare l'armonia generale, l'occhio dello spettatore è affascinato dall'eleganza dell'ordine, abbagliato dalla luminosa pulizia. Il personale, fieramente schierato, è pronto ad accompagnare l'ospite eminente tra le mura dell'istituto, ammantate di cultura italica, vanto secolare della nostra sacra penisola, dal cui passato giungono echi vibranti.

Sono gli occhi del Duce che vi scrutano. Che cosa sia quello sguardo, nessuno sa dire.
E' una fiamma che cerca il vostro cuore per accenderlo d'un fuoco vermiglio.
Chi resisterà a quell'occhio ardente armato di frecce? 
Rassicuratevi : per voi le frecce si mutano in raggi di gioia!
[Leggere con intonazione da Cinegiornale Luce]
Rende meglio!

giovedì 24 febbraio 2011

Il destino nello stradario?



Il periodo delle iscrizioni scolastiche è sempre costellato da dubbi e perplessità, le discussioni ed i dibattiti che si accendono attorno al tema della scuola dimostra ancora una volta quanto sia fondamentale la giusta scelta soprattutto se a rimetterci dell'errore è un bel bambino di 6 anni ancora profumato di latte e biscotti. I tagli al pubblico non fanno presagire ottime annate, le scuole sono sempre più affollate e l'offerta didattica non sempre è congeniale al tipo di utenza al quale ha la pretesa di rivolgersi. Iscrivere un bambino a scuola non è solo una questione di "stradario" e bacini d'utenza. Quanti sono i genitori che davanti a questa scelta tentennano, la nomea di una scuola è fatta di passaparola, di gente che ha frequentato, usufruito del servizio e che senza filtro estende consigli e osservazioni a parenti, amici, amanti, conoscenti e vicini di pianerottolo 

Dovendo iscrivere mia figlia al primo anno, sto adesso cominciando a visitare le scuole per poter presentare la domanda in gennaio. Il problema è che l'unica scuola "naturale" come stradario, non ci convince. Non ci convince la struttura, non il direttore didattico, poco le insegnanti. 
Non iscriverò mio figlio in quella scuola di merda piena di zingari solo perchè il comune mi ha assegnato la casa popolare in mezzo a questo schifo!
Andrò a richiedere i vari P.O.F. (Piano dell’Offerta Formativa) ed a studiarmeli per bene per capire quali sono i progetti educativi e didattici dei vari Istituti.
Anch’io ho preferito mandare il mio piccoletto, nel plesso più vicino a casa. Non vi nego che abbiamo molto valutato la possibilità di poterlo mandare in un’altra scuola ma dopo ci siamo posti la domanda “E’ giusto allontanarlo dalla cerchia di amici con cui ha convissuto la maggior parte degli anni di asilo?”

In rete si trovano interessanti discussioni di genitori indecisi e turbati da questa scelta, tra tanti consigli e indicazioni è facile anche imbattersi in quelli che, in maniera del tutto spontanea, si affidano alla fortuna. Come in tante cose anche qui ci vuole fortuna, uno può diventar matto a scegliere fra tante quella giusta ma se poi quell'anno cambia qualcosa, ecco che tutto diventa vano.  
Basta pochissimo per cambiare le carte in tavola, tutto sembra perfetto e poi alla fine può arrivare un trasferimento, una malattia della migliore insegnante, un bambino con disturbo oppositivo provocatorio appena arrivato in quartiere. Variabili infinite che non possiamo prevedere ma che nel risultato finale possono pesare come il masso di Sisifo. Oggi su la Repubblica di Bologna si parla proprio di questo, di come all'appello da stradario manchino delle iscrizioni e della possibilità che queste siano state fatte nel privato. Una guerra, quella fra i due fronti fortemente sbilanciata da un lato. L'unica cosa sicura, come dimostrano i dati (spiegati molto bene qui) è che iscrivere il proprio figlio alla scuola privata non garantisce eccellenza, anzi, secondo le tanto osannate statistiche dimostra tutto il contrario. 
Come non serve essere degli esperti di vino per conoscere l'importanza della probabilità in ogni annata, così nella scuola di tutti non serve andare contro il principio di base che la rende profondamente democratica: elargire fortune e disgrazie senza guardare in faccia nessuno, tanto meno se ti spetta di stradario!

giovedì 23 settembre 2010

Da lontano era un'isola







Da lontano era un'isola è un libro di Bruno Munari pubblicato nel 1971 per le Emme edizioni, ristampato prima da Einaudi e poi da Corraini.
Il titolo prende spunto dalla osservazione diretta di un sasso che da lontano assume la forma di una perfetta isola con castello. Nel libro si possono trovare tanti spunti interessanti per aprire le porte all'immaginazione. Ogni sasso che Munari ci presenta racconta una storia:

Visti da molto lontano alcuni sassi sono come un piccolo mondo con i loro continenti le isole i mari. gli astronauti vedono così il pianeta Terra avvolto nelle nuvole.


Solo i bambini e gli adulti che rimangono bambini possono raccogliere gli echi di queste storie fantastiche, provare per credere, basta impegnarsi. In realtà è più facile di quanto sembri, basta trovare una spiaggia dove ci sono tanti sassi ed iniziare a camminare con gli occhi ben puntati a terra. Può risultare utile passeggiare con un piccolo contenitore dove riporli e con un paio di Super occhiali per non affaticare troppo gli occhi che come vedrete si stancheranno molto nella ricerca. Ogni sasso è diverso dall'altro. Sono pezzi unici. Tante Opere d'Arte. Facciamo come ci consiglia Munari e impariamo a giochiare con l'Arte osservando questi Micromondi dove è possibile ancora sognare.

Giocare con l’arte? Ma capiranno? Così piccoli, capiranno cos’è l’Arte?
Capire cos’è l’Arte è una preoccupazione (inutile) dell’adulto.
Capire come si fa a farla è invece
un interesse autentico del bambini.

P.S: Con i sassi si possono fare tante attività didattiche a scuola, si possono usare come alternativa ai soliti strumenti e sono validi anche per attività con soggetti autistici.
Credere per provare!

lunedì 6 settembre 2010

sKOla - echi da una riforma (I parte)

Eravamo trentacinque. Neanche tanti a dir la verità. Oggi ci si trova ad essere un po' di più ma non troppo. È un fatto, ormai abitudine.
Allora no.
Quell'anno eravamo in trentacinque e l'aula, gialla e malandata, corsia di un ospedale senza cure per sintomi sempre più evidenti e numerosi, ci andava un po' stretta. Per carità, non che fosse piccola, avevamo visto di peggio. Adeguatamente arredata sarebbe riuscita a contenere i mobili necessari ad un ampio monolocale, angolo cucina e bagno inclusi. Invece a quelle quattro mura la sorte aveva riservato una serie di banchi e sedie non sufficienti a contenerci.
Non fu facile inizialmente, poi il tutto da amara consuetudine si trovò tinto d’ironia. È tinto d’ironia anche ora che i colori sfumano e gli attori sbiadiscono. Solo gli echi di voci, stridori e tonfi, che avevano martellato in continuazione, deformandole, finestre e pareti, faticano a sperdersi. Quasi che la pietra li custodisca, gelosa. O forse perché mai cessati.
Se si accosta l’orecchio, al di sotto del fragore delle lezioni si sentono le voci dei professori e al di sotto ancora le voci di allora, quando si scelse tutto questo e i nostri occhi fatui da quattordicenni osservavano senza vedere lo sgretolamento in mezzo a cui ci avevano posti.

Fu Renato, il nipote del sindaco, il primo a parlare, indignato di non trovar da sedere in un luogo di grane prestigio come il nostro liceo, sorretto da crepe e muffe di indubbio valore storico. Aprì la bocca mostrando il suo incisivo appuntito, sputando fuori parole seguge di quelle paterne. Mai, dall’anno scolastico 1860-61, tra le ombre dell’Ospedale della Morte, ci si era trovati in condizioni tanto cenciose e imbarazzanti. Cos’era accaduto, chiedeva, per rendere così decadente un cotal faro della città?
Si erano poi levati Lucacarlo e il Fengiuz a dar manforte, nella speranza di bloccare fin da subito le lezioni, minacciando scandalo, trasferimenti, denunce finché Tommaso, ben oltre il suono della campanella, era ciondolato in classe mormorando scuse di circostanza. Qualche sbirciata sonnolenta da dietro i rasta e si era seduto in terra, al centro dell’aula, sbloccando così la catatonia della professoressa, arpionata ai braccioli (tale comportamento era ancor più inaccettabile delle proteste dei tre ragazzotti, in particolare se fatto da uno sbrindelloso del genere. Ma aveva idea di dove si trovava lo stordito?).
Riprese le redini della classe, ci si era concentrati sulle possibili soluzioni. Di sedere in due su alcune sedie, neanche a parlarne (né uno in braccio all’altro, né con una chiappa per uno), in primo luogo perché ritenuto scomodo oltremisura e in secondo perché non tutte le sedie sembravano poter sopportare carichi di tal genere. Tommaso aveva proposto di sedersi a terra a rotazione, infondo c’erano ventisette posti e per lui andava bene star sempre in terra, appoggiato al muro, che si sentiva comunque bene. Così facendo gli altri compagni sarebbero stati a terra più o meno un’ora al giorno o un giorno alla settimana. Fu sbattuto fuori mentre stava ancora spiegando la sua idea, ripresa velocemente da Renato: potremmo saltare a turno un giorno, otto alla volta. Dopo un rapido calcolo la professoressa bocciò l’idea. Non si potevano fare più di cinquantun giorni d’assenza, pena la bocciatura diretta. Troppo rischioso per dei bravi ragazzi volenterosi come loro.
Ci si scervellò per tutta l’ora, finché non si presentò, paonazzo più che mai, il prof di fisica, da poco vicepreside, che dopo aver vagliato ogni proposta sbuffò che a turno, ogni giorno, otto studenti di ambo i sessi sarebbero rimasti in piedi per l’intera durata delle lezioni, fino a quando il ministero non avesse provveduto a fornire banchi e sedie nuovi.
L’idea di portarle da casa, perlomeno le sedie, sembrava non aver sfiorato nessuno, o forse non era stata ritenuta degna del buon nome dell’istituto.
Finalmente potevano cominciare le lezioni, per chi fosse riuscito a sentirle.

mercoledì 26 maggio 2010

Lectio divina

Lavoro manuale, fatto di fatica e sudore, di macchie di vernice e polvere accumulata. Le mani come perfetti strumenti intagliano, raccolgono, spostano, ordinano, riflettono. Anche le mani riflettono. Sapere antico, memoria vermiglia, si riempie di acqua e di terra, fangosa terra seccata al sole, macinata fine per decorare un pensiero. Fitta la trama, particolare il disegno e l'ordito, sapiente lavoro di abilità istintiva. Ci accompagna tutto questo oltre l'arrivo della sera quando il corpo ormai stanco, si lascia cadere in un morbido abbandono. Tutto si placa, tutto si scolora.
Il lavoro che nobilita, il lavoro che non mi stanca, che dà valore al giusto riposo, oggi come sempre. Forse più di ieri. Rifletto sull'importanza che ha per me far bene quello che mi viene richiesto di fare, quello che in qualche modo sono tenuta a fare. Non parlo di obbligo morale ma di valore, intrinseco valore. Non è solo occupare una sedia o riempire un quaderno di contenuti. Prolungamento delle azioni, delle parole che non mi dici ma che lasci presagire. Mi faccio interprete e indovina per accompagnarti in questo percorso, mi sforzo affinchè le cose abbiano per te un senso, un verso oltre la difficoltà reale di crederci fino in fondo. Lavoro manuale, fatto di fatica e sudore, di macchie di vernice e polvere colorata. Le mani sono abili strumenti, intagliano parole anche nel silenzio più assordante.
Intagliano.

Considero valore ogni forma di vita, la neve, la fragola, la mosca.
Considero valore il regno minerale, l’assemblea delle stelle.
Considero valore il vino finche’ dura il pasto, un sorriso involontario, la stanchezza di chi non si e’ risparmiato, due vecchi che si amano.
Considero valore quello che domani non varra’ piu’ niente e quello che oggi vale ancora poco.
Considero valore tutte le ferite.
Considero valore risparmiare acqua, riparare un paio di scarpe, tacere in tempo, accorrere a un grido, chiedere permesso prima di sedersi, provare gratitudine senza ricordare di che .
Considero valore sapere in una stanza dov’e’ il nord, qual e’ il nome del vento che sta asciugando il bucato.
Considero valore il viaggio del vagabondo, la clausura della monaca, la pazienza del condannato, qualunque colpa sia.
Considero valore l’uso del verbo amare e l’ipotesi che esista un creatore.

Molti di questi valori non ho conosciuto (di Erri De Luca )

venerdì 21 maggio 2010

Se questo è un allievo


Anche stamattina l'ennesimo articolo che parla di genitori aggressivi nei confronti di professori che normalmente svolgono il loro mestiere. Stavolta è successo ad Ostia. Inutile elencare l'enorme lista di buoni propositi o di consigli per una sana e civile convivenza scolastica. Genitori che urlano, genitori che ci mettono con le spalle al muro e sparano a raffica anche senza sapere di cosa stanno parlando. In questo maggio di passione dove si parla a caldo di futuri tagli e drastici cambiamenti, nell'anno scolastico che oramai giunge alla fine, si rende necessaria e urgente la collaborazione fra tutte le parti educative che ruotano attorno a questi ragazzi. Un bambino-ragazzo che entra a scuola alle 7:30 e ci rimane fino alle 17:30 perchè i genitori lavorano tutto il santo giorno e quindi sono costretti a prolungargli la permanenza grazie ai servizi integrativi, ebbene soggiornando nelle aule per una media giornaliera di 10 ore, quando va male, 5-6 nei casi migliori, è normale che siano gli insegnanti a mettere sulle vostre basi educative la parola accento. A scuola, nel confronto e nel dialogo escono fuori i bambini allo stato puro, il bambino ben educato o maleducato (esiste ancora questa parola anche se a scuola è considerata Out) risalta in mille sfumature ed è inutile dire che i nodi prima o poi vengono al pettine. Non è solo una questione di studio o di come si soggiorna in classe visto che vanno accompagnati a mensa o in cortile, se fortunati e particolarmente diligenti, in gita. E' vero che la scuola è cambiata ed è vero che gli insegnanti non sono in grado di fronteggiare a pieno questo cambiamento. La cassetta degli attrezzi e colma di utensili inadeguati e spesso arruginiti e senza fondi, senza ricambio diventa impossibile fornire gli strumenti adeguati. La famiglia oggi più che mai non riesce da sola a fornire l'ABC dell'educazione e la scuola non si prende la responsabilità. Quei pochi che ancora si permettono di tirarsi sù le maniche e lavorare vengono messi con le spalle al muro, minacciati e giudicati. Vorrei allora volgere una domanda a questi genitori così incazzati, che se la prendono a morte se gli insegnanti riprendono i figli, vorrei chiedere loro: COSA VOLETE DA NOI? IN CHE MODO VORRESTE CHE NOI CI COMPORTASSIMO DAVANTI ALL'ABUSO DI QUESTO POTERE GENITORIALE che non tiene conto della parola collettività, condivisione di mezzi e strumenti, collaborazione e convivenza. I vostri figli che urlano, che ci parlano sopra e interrompono costantemente, che ci assillano con domande superflue che considerano la cultura che noi a fatica cerchiamo di trasmettere, come qualcosa di altamente fuori moda, di superato o politicamente scorretto. A questi ragazzi che parlano di Belen e Fabrizio Corona come di due miti dell'antica grecia, che considerano Lady Gaga la donna più influente del mondo e il telefonino l'unico mezzo per comunicare in tempo reale notizie e avvenimenti, e ancora eccetera, eccetera, eccetera. A questi ragazzi abbiamo insegnato a comunicare e per vie traverse trasmettere anche il piacere per altre cose, l'inadeguatezza forse riguarda proprio il rapporto fra famiglia e scuola. Davanti ad un bambino che ti provoca si riesce a rispondere, davanti ad un genitore che ti urla e che ti tocca nella dignità si rimane inermi.
Caro genitore, ennesimo genitore che ti rivolgi al professore con sgarbo e tirannia perchè ha provato ad educarti il figlio o la figlia invece di azzannare come cane rabbioso prova a fermarti un attimo a riflettere. Alunni di tutto il mondo unitevi, ragazzi con un minimo senso del dovere e della giustizia fate riflettere i vostri genitori che in questo momento storico critico hanno perso il lume della ragione. Genitori narcisi che alla parola educazione tremate come esili foglie al vento, questa lettera è per voi, per voi che vorreste comunque sempre l'ultima parola. Lo sappiamo che sono tempi di crisi e che c'è tanto lavoro e nervosismo da gestire, siamo qui per aiutare questi ragazzi a crescere non a vivere nell'imbarazzo dell'inadeguatezza. Ci delegate un compito importante e noi vorremmo essere all'altezza, vorremmo accompagnarvi in questo percorso difficile ma pieno di belle esperienze. Coerenza e maturità per offrire il meglio a questi nostri ragazzi che un domani si troveranno al nostro posto e dovranno a loro volta crederci per insegnare. Educare vuol dire tirare fuori, condurre fuori e poi accompagnare. I maestri come i genitori sono fondamentali nel percoso di un bambino, sono guide in un mondo che, offrendo sempre più prospettive, volge anche alla confusione dei sentieri che non vengono mai ampliamente segnalati. Smettiamo di farci guerra e cominciamo a riprenderci la dignità del fare bene ognuno il proprio mestiere: genitori e insegnanti. Contro un sistema che vuole questo per creare confusione per togliere possibilità e rendere ciechi e stupidi. Offriamo il meglio perchè un tempo, siamo sinceri, noi abbiamo conosciuto il meglio.

mercoledì 12 maggio 2010

Mandi-mandi a te (ma anche a me)

Ci sono posti nel mondo dove dire Ciao ad uno sconosciuto potrebbe essere controproducente quanto dargli una toccata di sedere e tuttavia in entrambe i casi sareste considerati dei cafoni . Nelle grandi città del mondo il saluto non è necessario per iniziare bene la giornata, la gente troppo indaffarata non presta attenzione, il rito del saluto sfuma in uno sguardo silenzioso. Ma basta allontanarsi un pò per cambiare totalmente la prospettiva. Bonjour Monsieur o Madame, nelle piccole cittadine francesi il saluto è buona educazione, basta poco, non conviene proseguire facendo finta di nulla anche perchè esiste la regola del Rebonjour. Nel continente africano oltre al semplice saluto ci si scambia una serie di battute sulla linea del come stai? bene e tu? e via di seguito fino a soddisfare molte oscure curiosità. Se siete timidi il Camerun non fa per voi, meglio optare per la Svezia dove è molto raro che uno sconosciuto possa importunarvi con questi convenevoli. Molte culture poi non amano il contatto fisico tipo l'abbraccio o la stretta di mano. Nei paesi occidentali l'ultimo che arriva di solito dà la mano a tutti, in Francia, in Spagna o in Italia è buona regola che sia abbastanza salda perchè la mano floscia non è un buon biglietto da visita soprattutto nel mondo degli affari. Naturalmente non bisogna eccedere in virtuosismi e lasciare che siano gli africani a stupirci con acrobatiche strette di mano. Particolare da non tralasciare: nelle culture che hanno una netta separazione tra i sessi è proibita tra quelli opposti mentre in Germania assolutamente prima alla moglie. Lo sguardo diretto in occidente accompagna il saluto, lo rinforza per renderlo più stabile mentre in Cina è segno di insistenza.
Adiòs, Hello, Ciao, Rei, Kowtow, Salàm, Namastè, Shalom, Hongi, Aloha, Proskynesis ogni saluto porta con se il sapore di culture straordinarie, imparare il saluto nelle diverse lingue del mondo è una cosa che affascina i bambini ed in molti si cimentano in questa specie di maratona dalle mille sfumature. In occasione della settimana del saluto che si svolgerà a Bologna dal 24 al 30 maggio bisognerebbe riflettere sul significato che un gesto così semplice ha per noi. Iniziare la giornata con un bambino che entrando in classe dice: Buongiorno maestra è come un buon caffè per il risveglio dell'anima. Se proprio non ci viene più così naturale, allora ben vengano queste manifestazioni.
Per rompere il silenzio e accorciare le distanze, per creare una minima tensione, fra la parola e l'inganno, per stupire e per stupirsi, per donare o ripartire, per aprire uno spiraglio e per lasciare trasparire, ammiccando o arrossendo, allungando la mano o sorridendo, che sia fulmineo o prolisso, sempre dal profondo,
un saluto sia!

martedì 27 aprile 2010

La via d'uscita

Quando venerdì scorso ho trovato questo articolo sull'omonima uscita settimanale mi è venuto da ridere. Non per l'articolo e per il progetto in sè, ma per la necessità che oggi abbiamo di trasmettere questi valori che invece dovrebbero essere inseriti spontaneamente nella vita dei singoli. E' vero che ai bambini piace tanto infrangere le regole, disturbare un pò gli adulti quando sono troppo impegnati ma dovrebbero possedere un codice di base nel quale regolamentarsi. Se oggi abbiamo bisogno di incontri con pedagogisti o psicologi per insegnare ai nostri figli/nostri alunni le regole vuol dire soltanto che qualcosa sta andando per il verso sbagliato. Cosa ancora non si sà. Lavorando nel mondo della scuola e dell'educazione ne vedo davvero di tutti i colori. I bambini non solo non sanno le regole principali della buona convivenza ma pretendono anche che non ci sia da parte nostra una correzione: se lo faccio a casa lo faccio anche a scuola e tu non mi riprendi! Questo è quello che mi sento sovente ripetere da questi "bimbetti" MOLTO viziati che mangiano come piccoli orchetti, si scaccolano, sputano, fanno la pipì spesso fuori dal water, lasciano i rubinetti aperti, temperano sul pavimento etc etc e purtroppo ancora eccetera. Certo fra tutti questi qualche mosca bianca per fortuna esiste ancora ed è triste affermare che nella moltitudine e nel caos generale a fatica risaltano e sono visti come una specie di miracolo vivente che ancora avviene in certe epifaniche famiglie italiane. Non è bello generalizzare su questo argomento ma la retorica delle buone maniere imperversa lungo tutto lo stivale mentre Vignola ambisce a diventare almeno per una settimana capitale italiana dell'educazione. Così tanto per incoraggiarli un pò e poi chissà magari è contagiosa e i bambini magari ci prendono gusto. A Vignola si sono inventati anche il pagellino delle buone azioni e il bambino che riceverà più punti verrà premiato con la mitica medaglia di bambino beneducato 2010. Ora: non vorrei fare quella che trova sempre da ridire su tutto ma premiare un bambino per incentivarlo ad un dovere mi sembra una perfetta buffonata. Si può premiare i genitori che si recano al lavoro tutte le mattine? Si può offrire una medaglia alla mamma che tutte le sere prepara la cena? I nostri amati bambini hanno tanti diritti, sarebbe sacrilego ammettere il contrario, ma hanno anche qualche piccolo dovere. Le regole che vengono insegnate dovrebbero essere assorbite dal bambino senza recargli troppo stress. Se lo stressa è solo perchè a casa, nel suo micromondo, tutto funziona in modo diverso. Non esiste continuità e coerenza educativa. Questa credo sia la difficoltà maggiore di chi lavora nel mondo della scuola. Abbiamo a che fare con troppe "individualità" ovvero con contesti educativi troppo disomogenei dove non troviamo più un punto di incontro valido per tutti. Una volta un papà ci venne a dire che la figlia non doveva essere sgridata se in giardino voleva arrampicarsi sugli alberi perchè era abituata a farlo. Dare totalmente la colpa alla famiglia mi sembra eccessivo ma pretendere che il gruppo docente si faccia carico di queste mille sfumature mi sembra di un arroganza inaudita. Inventiamo allora mille rinforzi nuovi per ottenere un pò di sana collaborazione tra le due entità educative più importanti. L'antico patto è venuto meno ma non bisogna arrendersi a questo sistema che ci vuole più guardiani che non insegnanti. La scuola non è un parcheggio per bambini abituati al peggio ma il Luogo dove fare la differenza, dove alcune regole possono aiutare i bambini a crescere, a diventare grandi. Il caso di Vignola potrà essere interessante ma io preferisco il maestro che si "sporca" le mani con il lavoro, che aiuta i bambini senza illuderli che nella vita sia tutto così facile. La vita è dura e ci sono tante strade in salita, i piccoli camminatori vanno equipaggiati e preparati alla costanza che allena alle lunghe distanze, non al fiato corto delle vie d'uscita.

domenica 18 aprile 2010

Cronache dalla periferia

L'asiatica si trascinava a fatica. Un mezzo passo dopo l'altro, evitando movimenti sgraditi alle contusioni. Trasportandosi verso casa, incapace di percepire alcunché intorno, portandosi appresso l'eco di una violenza mai immaginata. A trovarla, una sua insegnante. Lo shock nel riconoscerla non era paragonabile a quello che la ragazza doveva ancora trascrivere dalla carne alla mente.Arrivate al capannone, l'insegnante si trovò circondata da una moltitudine di piccoli sarti e tessitrici. Cazzo, come Gomorra... La ragazza sparì, risucchiata in un ondeggiare di voci incredule al suo pianto inconsolabile, scalpitanti d'apprensione verso le sue condizioni peste. Rimasero una serie di domande incomprensibili e sorrisi di circostanza. Per l’insegnante, una viscerale voglia di fumare a cui non poter porre rimedio. Finalmente una traduttrice, a mutarne l’espressione tirata. Chiarimenti veloci, spiegazioni su cosa fare l'indomani.
Fine del primo atto, nell'attesa di maggior chiarezza in una trama ancora singhiozzante.
Nelle ore d'interludio, ansia e rabbia si aggrovigliavano, lacerandole lo stomaco e tormentandone i sogni.
Finalmente l'alba. La scuola. Tanti occhi testimoni delle mani che avevano staccato brandelli di crine corvino e pelle sottostante, delle braccia che avevano spinto e strattonato, delle suole che avevano calpestato impietose e delle unghie che avevano lacerato carne e tessuti. Tante bocche a sparar fuori la propria versione. Qua e là, un assenso dell’asiatica.
Chi: Due sorelle, dodici ed undici anni. Quest'ultima, nella stessa classe dell'asiatica. Più il fratello maggiore a garantire il non intervento di terzi incomodi dotati di scampoli di senso civile.
Dove: a una fermata d'autobus, periferia di Bologna.
Movente: una presunta ingiuria scritta in un muro o forse su un computer. Poco importa.
Arrivano le attrici, altere. Giovani matrone imprigionate in un pregiudizio più forte di loro.
- Cosa dovevo fare? Cosa dovevo fare? chiede la minore con incredula impazienza al vicedirigente (i presidi e i loro secondi sono relegati ad un'età ormai arcaica e nebulosa) mentre la maggiore, lontana figlia di faraoni, si spreme lacrime titaniche a prova di un pentimento sincero. Poco importano le contusioni, le ciocche raccolte dentro una busta trasparente, puro stile CSI, dalla madre della pluricontusa e la descrizione dei fatti.
- Un litigio, certo. Cose che capitano. Macché bullismo, è grave, certamente, ma può capitare. Vedremo come punire, certo. Vedremo cosa deciderà il consiglio di classe. dichiara con mestizia al disgusto dell’insegnante, alle tre ragazze ed ai timidamente indignati genitori dell'asiatica il simulacro di vicedirigente, ormai vaccinato alla pedagogia dalle tante sconfitte affrontate nel nome del nuovo corso della scuola italiana.
La giornata prosegue. Ronzii della classe, sguardi fieri, increduli o estraniati, tentativi, più o meno maldestri o incisivi, del corpo docente di far chiarezza sull'accaduto. Tutto sembra essere risolto. Vittime e colpevoli, delineati. Di conseguenze si parlerà in seguito.
Nel terzo, breve atto di questa storiella metropolitana, entra in scena il padre delle novelle street fighters, novello deus ex machina, che, messo a conoscenza dei fatti, decide di vederci chiaro e di assicurarsi che la storia abbia la più giusta delle conclusioni. Durante l'ora d'epica, la piccola Connie C. sorta dalle sponde del Nilo viene chiamata a raggiungerlo dal vice dirigente. Rientra altera, soddisfatta. - Ha detto che vuole capire meglio, richiederle come sono andate le cose. spiega all'insegnante, il cui stomaco è stretto e pulsante quanto gli occhi dell’asiatica due giorni prima - Ma tuo padre che avrebbe detto? Scandisce, prima di andare a deflagrare le sue ragioni in vicepresidenza.
- Che così siamo pari.

sabato 17 aprile 2010

100 righe


Ecco svelato il segreto della mia prolungata assenza da questo blog. In questi giorni sto preparando l'esame di didattica dell'arte per il conseguimento del Master in "Forma e storia delle arti visive". L'ennesima scusa che ho trovato per sentirmi ancora un pò studentessa e non troppo abbandonata al triste mondo del lavoro. Naturalmente tutto questo avrà un valore preciso: 3 punti in più nella sempre più satura graduatoria degli aspiranti professori che nella terza fascia sopperiscono il desiderio di poter insegnare con palliativi di questo tipo. Mentre preparo le mie fatidiche possibili risposte, rifletto sul fatto che, per i tagli che stanno attuando, arriveremo davvero a far studiare i nostri alunni con questo metodo. Si concentreranno i movimenti artistici in 100 righe di approfondimento dove in breve verrà trattato l'argomento in modo didascalico ma esaustivo. La bravura del corpo docente concilierà con questa esigenza, tutta gelminiana, di dare un taglio netto alla sostanza per un decisivo e più elegante riassunto del riassunto. Oltrepassato il periodo morettiano dello slogan "le parole sono importanti", siamo giunti a quella delle parole sottoposte a lavaggi di 90°. Gli argomenti scolastici non vengono più differenziati ma sottoposti ad un unico trattamento di restringimento che non tiene conto della diversa natura dei linguaggi. Poniamo, ad esempio, che venga posta allo studente la domanda di cosa sia il Rinascimento. E' possibile che, non molto avvezzo alla storia dell'arte, sintetizzi e liquidi il tutto con una lapidaria risposta sintetica ma sarebbe anche auspicabile poter permettere il contrario. La scuola dovrebbe prepararci a tutto, non ad una sola possibile alternativa. Studiare su Wikipedia in alcuni casi può esser di aiuto ma imparare a raccogliere materiale su fonti diverse e poi essere in grado di mettere insieme un discorso sensato mi sembra ancora un'ottima prospettiva. In questo senso possiamo giocare a questo gioco del taglio: io prima ti offro tutto in modo che tu ti faccia una buona idea sulla questione poi ti lascio il tempo di creare il tuo riassunto e non il contrario. Faccio fatica a pensare alle risposte che in poche righe contengano tutto il senso del discorso: anno di nascita, luogo, i protagonisti del movimento e le ideologie, le opere più importanti e il significato intrinseco. Se al posto del Master avessi optato per un ben più misero corso di perfezionamento sarebbero bastate 60 umili righe. In cento righe Georges Lefebvre forse saprebbe fare una cronaca dettagliata della guerra dei cento giorni, minuto per minuto, la padronanza del linguaggio permette anche di questi prodigi, ma se la stessa cosa viene richiesta a chi l'ha studiata in un bignami di storia ecco che la difficoltà è enorme. Prepariamoci al peggio, sul giornale oggi ci sono i numeri dei tagli per l'anno prossimo. Sono tagli pesanti fatti con l'accetta che non hanno nulla a che vedere con i tagli eleganti e misurati di un Fontana, ma a questo punto cosa importa, bastano solo 100 righe.
100 righe!