
Un uomo distrutto. La cui sola aspirazione sembra quella di rientrare nel bozzolo rassicurante di un ricovero.
Scoprire una parte di sè che non poteva conoscere, la paternità, lo porterà a lanciarsi in un viaggio in cui ritroverà la capacità di vedere, di seguire la strada scelta, la fisicità e la propria forza, smettendo, sia per necessità che per volontà di farsi trascinare dagli eventi e ritrovando l'equilibrio e la capacità di muovere i propri passi verso la meta. Tutto ciò sarà possibile anche grazie agli incontri improbabili con altre solitudini, da cui si realizzeranno inconsapevoli scambi reciproci. Le persone, gli oggetti ed i gesti di Jomar sono piccole tappe di un difficile e lento rimettersi in piedi, in mezzo ad un gelido e rilassante nulla bianco, che ferisce senza voler ledere, che spiana la via facendoti smarrire.
Film molto piacevole, introspettivo, dotato di un'ottima fotografia e colonna sonora e di attori capaci di esprimersi anche senza parlare. Probabilmente risulterà frustrante per il grande pubblico dal palato anestetizzato (se non noioso), ma, pur essendo breve, è un film denso di una simbologia e di un'espressività che continua a fluttuare intorno, una volta usciti dalla sala.
Una bella sorpresa.
Per ulteriori info qui , qui e qui.
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