mercoledì 2 marzo 2011

Antipanico


E' passato ormai un mese da quando il Teatrino Clandestino di Bologna ha fatto la muta e cambiato pelle. All'esterno, perlomeno, perchè all'interno rimane la solita, preziosissima, fucina d'idee, scambi e cultura come è sempre stata.
Perciò si è deciso di cercare qualcuno che avesse un progetto valido per una nuova installazione visiva per la porta dello spazio Si, atelier nucleo di produzione e di ricerca artistica del teatro. Un'installazione che rimanesse in linea con quella precedente, che si contraddistingueva per l'accesissima tonalità di arancione, che, quasi fosse un faro, era indice di apertura ad altro e ad altri, per usare le parole di Fiorenza Menni, tra le ideatrici del progetto.

Più o meno nello stesso periodo (metà gennaio) accadeva che  la libertà della cultura, della possibilità di scegliere autonomamente che cosa leggere, veniva messa in discussione poco distante, in Veneto, da alcuni loschi figuri (per chi si fosse perso qualche puntata o l'intera serie, o per i più fragili di memoria, consiglio di leggere qui, qui e qui per farsi una prima idea, sono ottimi trampolini per dedali di link).
Cosa accomuna questi due avvenimenti, tra l'altro all'oscuro l'uno dell'altro? Non molto, ma allo stesso tempo un sacco di aspetti.
Adesso ci arrivo.

Il progetto che ha vinto il bando per la porta del Teatro è stato Antipanico, del giovane artista bolognese Marcello Spada. L'opera è stata realizzata pensando, parole sue:
ad una porta sulla strada come ad un limite privato, una possibile dimensione sconosciuta alla quale si accede grazie alla volontà di qualcuno all’interno.
L’accesso del Sì possiede questa connotazione “privata”, ovvero se non fosse per il suo colore arancione potrebbe sembrare una porta qualunque.
Il confine di ogni proprietà privata è segnato da una soglia in cui si colloca un dispositivo di sicurezza.
Tale dispositivo funge da barriera che limita l’accesso e spesso è accompagnato da altri strumenti di visione e di ascolto per verificare l’identità di colui o colei voglia entrare (spioncini, citofoni, video citofoni).
La soglia privata è segnata da una polarità interno-esterno (...) orientata verso l’interno.
Ho pensato di ribaltare questa polarità, ponendo 16 spioncini ottici sulla porta del Sì che
permettano a chiunque passi in Via San Vitale 67 di guardare all’interno.
Chiunque sia spinto a guardare attraverso uno di questi spioncini potrà generare la curiosità di altri, innescando una reazione a catena. Un generatore di comunità temporanee unite dall’attrazione per l’ignoto.
Ogni barriera verso la dimensione privata o, come in questo caso, di un luogo pubblico racchiuso da mura che di fatto lo rendono privato, è infranta. Un luogo di cultura, di ricerca, studio e sperimentazione, già di per sè apertissimo e in cui si possono scandagliare variegate forme di espressione, riesce a superare i propri limiti e si apre alla strada, a chi vi si voglia accostare. E lo fa sottolineando con forza quanto la cultura negli ultimi anni sia stata crivellata dai colpi della più pericolosa forma di violenza. Quella travestita da grettezza e ignoranza.
L'autore è ignaro di ciò che accade poco lontano da lui negli stessi giorni in cui progetta e plasma l'opera. Ma nonostante ciò, è saturo di miasmi e tossine che sempre più impestano ogni ambito socio-culturale. Ci è cresciuto in mezzo, ha sviluppato enormi anticorpi in grado di attivarsi autonomamente alla minima eco infettiva.
Per questo la disposizione dei sedici spioncini è ben studiata e non casuale.
La dislocazione dei 16 buchi, dove applicare gli spioncini, corrisponde ai fori di proiettile nel muro di Via Mascarella, luogo in cui è stato colpito a morte Francesco Lorusso il giorno 11 Marzo 1977.
Il valore assunto dagli spioncini è perciò duplice. Simbolo non solo d'apertura verso l'esterno, verso ogni viandante errante, le sue storie ed esperienze, ma anche degli spari contro uno spazio, in cui ci si ritrova a discutere di contemporaneo, di resistenze, in cui ci si può confrontare ed aprire all'aletrità. Perfetta allegoria del trattamento riservato alla cultura in Italia e del suo riorganizzarsi di conseguenza.
Oltre a ciò è anche un richiamo alla memoria, a non dimenticarsi della parete custodita sotto al vetro che, come esposto dall'artista in questa intervista, può essere considerata già un'opera d'arte di per sè. Una stratificazione storica preservata da cui partono voci e rimandi dalla portata vastissima (basti solo pensare che il racconto dell'episodio, fatto da un mio amico maestro ad una terza elementare, ha fatto storcere il naso ad alcuni genitori perchè ritenuto poco attendibile e dotato di troppi coni d'ombra).

  
Passo davanti a quella porta due volte al giorno, cinque volte a settimana, scaldato dal pensiero dello strano filo che in gennaio si è arrotolato, con evoluzioni transtemporali, intorno a biblioteche e teatri, scuole dell'obbligo e d'espressione, Preganziol, Bologna e molte altre piazze dentro e fuori stivale, ed alle varie forme che la lotta sociale può assumere, ogni volta che vengo sferzato da quel giallo elettrico che pulsa sotto al portico.
Antipanico.
Non poteva esserci parola più azzeccata di così.


[N.B. L'ultima fotografia è stata fatta ed appartiene a Niccolò Morgan Gandolfi
Le altre foto ed immagini sono state scattate ed appartengono a Marcello Spada.]

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