domenica 1 agosto 2010

"The cold six thousand" (Sei pezzi da mille) di James Ellroy

Eccoci al secondo capitolo di una saga che ritengo "maledetta".
Così come il mio rapporto con questo scrittore, ridondante ma geniale.
Lo comincio in luglio, caldo torrido. Sciogli budella. Squassa meningi. 762 pagine vorticose e stritolanti. Per tematiche. Per linguaggio. Per stile. Per l'intreccio equatoriale di sottotrame cucite tra le pieghe di un pezzo di sanguinolenta storia americana. Dopo "American Tabloid" si ricomincia. Subito dopo il buco fatto a Kennedy. Buco da serratura su tortuosità, marciumi e passioni.
In poche parole: un macigno.
Gustoso ma impegnativo.
Estremamente.
Mettici dieci ore e più di lavoro intensivo. Mettici il caldo di cui sopra. Mettici una saettante telegrafia votata all'ipnotismo. Bastano le prime 200 pagine e già si vorrebbe vedere morto l'autore. Bastardo d'un ridondante.
Stand-by.
Necessità di ripresa.
Riaccesi i circuiti, si ricomincia.
Ora fila. Cazzo se fila. Carta moschicida. Dipendenza garantita.
Seguiamo Pete B, Wayne T e il magistrale Ward Littel in personalissime montagne russe di successo, potere e degrado. Droga, politica, sesso sporco, sesso pulito, Vita, comunismo, razzismo kazzoniko, razzismo krudele, diritti civili, proteste, violenze... Compartimentazioni su più piani. Bam bam bam. Pagina dopo pagina seguiamo un rovescio dopo l'altro. Tre eroici burattini nel tentativo di scardinare le radici di titani capricciosi e mostruosi, cui basta un gesto per rovesciare ogni cosa.
Eroi imperfetti alle prese coi propri fantasmi e le proprie oscillazioni.
Come nel primo capitolo, nella roulette di doppi giochi, si arriva alla fine con la bava alla bocca e lo straziante desiderio di leggerne ancora.
"Il sangue è randagio" è dietro l'angolo, ma prima, spazio alle vacanze e ad altri sentieri narrativi.
A presto!

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