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lunedì 8 agosto 2011

"Gli psicoatleti" di Enrico Brizzi

Ritrovarsi costretti in città non è mai una bella cosa, in particolare tra luglio ed agosto. Sarà il caldo, la stanchezza accumulata sommata alla radicata concezione di questo lasso di tempo (complici anni ed anni di break scolastici dall'influenza maggiore alle abitudini che si cerca di adottare in seguito) come di un periodo doverosamente vacanziero, ma il mio corpo, già molte settimane prima della data stabilita, sente la necessità di staccarsi dalla routine e lanciarsi verso la scoperta/incontro di nuovi orizzonti, magari zaino in spalla.
Quest'anno, come succedaneo a tale bisogno, ho trovato particolare conforto (intervallato da momenti di vera e propria tortura da mancato voyeur) nelle pagine dell'ultima fatica di Brizzi, "Gli psicoatleti", ultimo capitolo della "Trilogia dei viaggi a piedi" di cui avevamo già trattato qui, qui e qui.

Come nelle precedenti opere, il libro è uno splendido connubio tra cronaca e fiction, capace di far bere al lettore più credulone qualsiasi cosa scritta, o quasi; di lasciare in regalo un bel pacchetto di dubbi su cosa sia frutto dell'immaginazione dell'autore e cosa sia ricostruzione storica o descrizione affidaile di eventi più o meno inattesi. Personalmente, comincio tutte queste letture con l'attitude degna del più grande boccalone che si possa immaginare, riprendendomi strada facendo, quando le licenze dell'autore si fanno più nitide. E tutto ciò non è semplicemente dovuto alla mia credulonità ma alla grandiosa capacità che ha Brizzi nel riprodurre l'intimità, l'intensità, i nervosismi, le sincronie, i vezzi, i tic e tutte le altre sfaccettature che s'instaurano in un gruppo di amici durante il viaggio. Ci catapulta sulla strada, al loro fianco, facendo percepire sprazzi di una fatica che, nel suo scalpellare il corpo un poco alla volta, si fa fedele e necessaria compagna di una traversata non esclusivamente legata allo spazio.

E' un libro di formazione, parla dell'evoluzione continua che affrontiamo percorrendo le diramazioni che ci si aprono inanzi, dei cambiamenti continui a cui andiamo incontro giorno dopo giorno; un libro intimista, che, tramite le parole del narratore, insegna a guardarsi dentro, tra le risorse e le debolezze più inaspettate che possono risiedere in ogni animo; è un libro politico e non solo per l'espediente che da il là al viaggio, il 150° anniversario dell'unità d'Italia, il volerne vedere le affinità e le differenze che la attraversano da nord a sud, ma anche per la forza con cui mostra che altri modi di guardare le cose, di fruire del tempo e dello spazio sono possibili (e nel turborisucchio del Guaiafermarsiunattimo!!! di oggi non è poca cosa).

La storia, come esposto nel video spoileriggiante qua sotto, comincia dall'intreccio della storia di un gruppo di camminatori moderni definitisi in altre occasioni psicoatleti e tra la ricostruzione della storia della Società Nazionale di Psicoatletica fondata nel 1861 da tre gentiluomini erranti dal fascino irresistibile (e qua scatta una delle credulonità non del tutto risolte: Brizzi si è ispirato a qualche società realmente esistita o inventa tutto di sana pianta? chiunque voglia ragguagliarmi è libero di farlo nel totale sbeffeggio, non mi offenderò) che in qualche modo ricalcano ideali e modi d'essere dei più moderni colleghi.
La psicoatletica infatti nasce in tempi di meccanizzazione esasperata proponendosi di riscoprire la sola macchiana perfetta, il corpo umano, purchè mosso a nobili fini da un animo fermo e curioso. Gli psicoatleti non sono meri passeggiatori, e l'andare come laici pellegrini non è per loro tempo speso nell'ozio, ma la più preziosa delle fonti di conoscenza. Oltre alla storia, alla lingua (ottimamente espressa) ed alle abitudini dei luoghi attraversati, Brizzi in questo romanzo si addentra nella conoscenza più profonda e intangibile che ci sia, ponendo(si) domande che riguardano l'essenza delle cose e dell'esistenza e descrivendo modalità di ricerca e di conoscenza esoteriche che non risultano mai scontate o posticce, come ben riassume la massima eteroversa della psicoatletica: Chiudi gli occhi e osserva ciò che non si lascia vedere.

Libro che scorre più velocemente della miriade di passi fatta per scriverlo, dotato di un linguaggio mai forzato, allo stesso tempo leggero e raffinato. E' necessario lo sforzo da parte del lettore di fermarsi ogni tanto per lasciar depositare determinati passaggi. Denso di spunti di riflessione, di leggera ironia e di foto dettagliate di buona parte dello stivale. Non vengono cercate facili risposte rassicuranti ma si stimola a mettersi col culo per strada per porsi domande che ci appartengano.
L'unica certezza espressa è che l'uomo che arriva alla fine di un viaggio non è mai lo stesso che era partito.

A questo punto vi lascio al video qua sotto, che oltretutto non ho finito di vedere (!) per motivi di tempo (ri-!). Un'ultima ricontrollata allo zaino e finalmente potrò riportare anche il mio di culo per le strade, sotto il peso rassicurante di uno zaino.

domenica 19 giugno 2011

Racconti sotto l'albero

Spesso sentiamo parlare di come i bambini e i ragazzi di oggi facciano fatica a rimanere concentrati per più di qualche minuto su attività intellettuali che richiedano un alto livello d'attenzione. In parte è vero e lo si percepisce già tra le mura scolastiche, in cui la sfida maggiore è trovare il modo per appassionarli ad un argomento per un tempo superiore ad una partita a Pokemon o Mario kart. Figurarsi poi a scuole chiuse, al campo estivo della parrocchia: centoventi pargoli dai 6 ai 12 anni stipati in pochi metri quadri quasi completamente alla mercè di un sole sempre più martellante, con l'afa bolognese ad ingolfare bronchi e giunture, soprattutto dei loro educatori. 
C'è abbastanza materiale per riempire tg di servizi e approfondimenti sull'emergenza iperattività, con orde di bambini ipercinetici o ADHD; sull'allarme caldo che, chissà perchè, si ripresenta improvvisamente ogni estate; sul pericolo dell'esposizione a certe temperature di codesti frugoletti caricati a molla, pronti a impazzare per le strade dell'intera penisola e devastare ogni cosa come cavallette antropomorfe (inoltre si potrebbe cogliere l'occasione per ricordare ai telespettatori che la maggior parte di questi bambini proviene, magari secondo autorevoli fonti statistiche, dalla scuola pubblica; o sottolieare i "benefici" del metilfenidato, ma queste sono altre storie).

Ovviamente non avviene nulla di tutto ciò e i centoventi bambini in questione, dopo mesi di fatiche più o meno intense sui banchi, riescono addirittura a svolgere ogni giorno un'oretta di compiti senza bisogno di particolari minacce o ricatti e a seguire lo svolgimento, recitato ad altissimi livelli sottoamatoriali, del tema dell'anno, Odissea (Piumini version). Per il resto del tempo la maggior parte di loro si lascia andare a giochi più o meno fantasiosi e scatenati (personalmente ho potuto "scoprire" le meraviglie di Palla senza palla, una vera chicca), in particolare nella pausa pranzo. Ed è proprio lì che, martedì scorso, ho avuto una piacevolissima sorpresa. Il piccolo gruppo di bambin*, con cui l'anno precedente avevo attraversato la trilogia di Roddy Doyle sotto la frescura apparente di tigli e tendoni, è venuto a chiedermi se anche quest'anno avrei portato dei racconti intorno cui sedersi. Perciò il giorno successivo abbiamo ricreato il semicerchio di panchine intorno alla mia sedia rossa per comiciare la seconda stagione del nostro personalissimo club di lettura.
E' un momento meraviglioso, quello della storia pomeridiana. Un piccolo crocevia tra il turbinio di giochi circostanti, libero da vincoli ed aperto ai vari naviganti. C'è chi ascolta l'inizio per un po', per farsi poi trascinare dalle correnti di avventure, partite e grida del grande giardino; chi passa un attimo per ascoltare qualche frammento, sbirciare un disegno o chiedere il titolo della giornata; chi arriva a metà e si gode il finale; chi, per troppa timidezza, non ha trovato nessuno con cui giocare e scopre amicizie interagendo tra le pagine di un libro. 
Poi ci sono gli affezzionatissimi membri del club: Arianna, che ascolta tutta la storia con lo sguardo perso tra le fronde, riabbassandolo ogni tanto per uno sguardo rapido alle figure; Sara, seduta sempre all'estremità della panchina, con la bocca semi aperta; Francesco, che gioca tra erba e polvere con le orecchie ben drizzate; Elettra, inclinata in avanti, quasi a voler sfiorare ogni personaggio; Ilaria, appollaiata sullo schienale della panca; Simone, seduto composto con un sorriso accennato; Greta, sorridente e con gli occhi socchiusi; Sofia, che si dondola appena, tenendo i capelli tra le dita.

Questa settimana abbiamo letto due storie di Roald Dahl, autore solitamente molto amato (perlomeno, io l'ho amato e l'amo ancora tantissimo).
Si è incominciato dall'ultimo libro che ha scritto, tra i meno conosciuti dell'autore inglese, Minipin, un breve racconto in cui sono inserirti, in modo leggero ma incisivo, la maggior parte dei temi a lui cari.
Come spesso accade nelle sue opere, il protagonista è un bambino curioso di scoprire quello che lo circonda, di fare le cose probite (sempre le più interessanti) e di guardare il mondo con i propri occhi. Entrato senza permesso nel bosco accanto a casa, si trova ad essere inseguito dal terribile Sputacchione Succiasangue Tritadenti Sparasassi, un mostro misterioso e sanguinario avvolto da un turbine di fumo. Per salvarsi, Piccolo Bill si arrampicherà sull'albero più alto, dove farà la conoscenza con i Minipin, minuscola popolazione che vive all'interno degli alberi e si sposta per il bosco grazie all'aiuto di scarpe a ventosa ed uccelli. Con l'ingegno, l'aiuto di chi lo circonda e una buona dose di coraggio, Piccolo Bill riesce a sconfiggere il mostro, liberando il bosco intero dalla sua minaccia e se stesso dai vincoli della paura.
Dahl con questa storia ci insegna ad imparare a guardarci intorno, in modo obliquo, ad osservare con occhi sfavillanti tutto il mondo intorno (...), perchè i più grandi segreti sono nascosti dove meno ve li aspettate. Si diverte a ribaltare i punti di vista, a trovare consonanze nelle differenze più grandi. Ogni situazione o impasse può essere superata con un pizzico d'ingegno (non con l'inganno, verso cui, in molte sue storie, riserba contrappassi inequivocabili) ed ironia.
Prima di concludere la settimana ci siamo invece cimentati in anagrammi. Giovedì ho chiesto chi sapesse cosa significasse Agura trat e il giorno dopo Sofia è venuta tutta sorridente con la soluzione. Rispetto al precedente, questo è un racconto più spensierato. Una love story in tartarughese ostacolata da troppa timidezza e giunta a buon fine in pieno stile Dahl: grazie ad un pizzico di coraggio e tanta creatività. Un modo simpatico per spronare i più piccoli ad ingegnarsi per superare i propri limiti e, al contempo, a non avere troppa fretta nel voler crescere.

Domani si ricomincia. Una nuova storia per il piccolo uditorio mobile.

venerdì 20 maggio 2011

"L'implosione" di Manuele Madalon

Alcune persone nascono col destino segnato. E' scritto da qualche parte che riusciranno a fare grandi cose, non importa in che modo o in quale campo, quanti ostacoli possano incontrare o per quanto tempo restino relegati in bui anfratti d'oblio.
Prima o poi la gloria del loro avvenire arriva, deflagrante. 
Sono perle rare, in grado di portare ventate d'aria fresca in un mondo sempre più grigio e stantìo. Stelle in grado di brillare di luce propria. Nascono ogni cent'anni, ma quando si manifestano lo fanno in tutta la loro magnificenza.

Mi rendo conto che ai più potrà sembrare affrettato, ma non esagero affatto nel ritenere il giovane scrittore che ha stupito il salone del libro, Manuele Madalon, il nuovo astro nascente non solo della letteratura mondiale, ma dell'umanità tutta. Mai mi era capitato d'imbattermi in una persona di tale spessore e levatura. Questo giovane ha ricevuto dal cielo qualità difficilmente riscontrabili altrove: una sensibilità lacerante e profonda, carisma e personalità in grado di trascinare e arricchire l'animo umano, una spiritualità capace di toccare le corde più profonde celate in ognuno di noi. La sua opera prima, L'implosione, è una ventata di aria fresca, non solo per il ristagnante panorama letterario ed i suoi liquami nauseabondi, ma addirittura per la nostra odierna società malata, che dai suoi echi poderosi verrà sicuramente in qualche modo scossa.
Chi legge potrà tovare esagerato tanto osannare, almeno fino a quando non si troverà tra le mani questo libro poderoso. Appena uscito eppure già difficilmente reperibile, è ormai sulle bocche di tutti e sembra essere solo l'inizio.

Non voglio addentrarmi troppo all'interno di una storia che rischierei di rovinare citando anche solo un singolo, breve passaggio. La storia si svolge ai giorni nostri, a Torino, eppure è al tempo stesso voce e teatro dell'intero globo e della sua storia. Nulla sfugge alla mirabile penna di Madalon e dietro ogni parola, intreccio narrativo o piccola sfumatura si aprono mondi che, fino al giorno prima della pubblicazione di un tale capolavoro, era impensabile immaginare. Alcuni commentatori, pur celebrando l'opera, hanno affermato di averne trovati alcuni passaggi un poco affrettati, come in ogni opera prima. Non vi fidate, sono parole di chi, davanti alla Grandezza, sente il bisogno di lanciare piccole stoccate d'invidia. Il romanzo (sempre che solo di romanzo possiamo parlare) è denso e sottile, oscuro e misterioso come la Torino più esoterica, e al contempo luminoso e vitale, puro inno alla vita, alla sua essenza più ampia. Una storia come non ne sono state mai scritte, di cui è difficile parlare più approfonditamente senza rovinarne la trama, l'ordito e da cui è impossibile staccarsi.
Piangerete come mai avete fatto, riderete fino a star male, chiuderete l'ultima pagina sentendovi diversi da come eravate in precedenza.
Si apre sicuramente una nuova era per la narrativa e l'editoria tutta, da cui sarà difficile tornare indietro.
Pronti o meno, ci siamo già dentro. Non ci resta che andare avanti.

il vostro inviato al Salone del libro
Parnaso de Stronziis


martedì 17 maggio 2011

"The passage" (Il passaggio) di Justin Cronin

Comincio a rendermi conto di avere un serio problema con i blurb e le fascette, in particolare se di autori che hanno su di me una presa che va dall'impetuoso al totalizzante. Ogni volta mi capiti di dare un'occhiata alle copertine di nuovi libri in uscita, l'effetto magnetico dato da queste trappole pubblicitarie sfonda ogni barriera razionale e mi costringe alla lettura. All'urgenza della lettura. E' una cosa di cui sono consapevole, una compulsione patologica egosintonica con cui fare i conti e da tenere a bada.
Il più delle volte l'effetto blurb si è rivelato soddisfacente, la qualità e la piacevolezza delle opere direttamente proporzionale alla passione verso l'autore spotteggiante. Con Stephen King, perciò, mi aspetto sempre letture fuori dalla norma, di rara qualità e bellezza. Da un certo punto di vista è così, ma in realtà la faccenda è un po' più complicata.
I libri consigliati da King sono spesso grandi libri ma l'utilizzo delle sue frasi promozionali ha un difetto di fondo. I fan che vi si accostano rischiano d'immaginarsi un libro alla King, aspetto che rischia di costringere il lettore ad una ristrutturazione delle proprie aspettative e del modo di porsi alla lettura strada facendo. Fatto che può guastare l'immergione nello svolgersi della narrazione.
So bene che potrebbe essere solamente una mia turba, ma l'effetto aspettativa da blurb è da tenere presente quando ci si accosta ad un libro. Con libri come Drood, diverso per stile e trama dal King style, le interferenze alla lettura erano minime, facilmente superabili, ma nel caso di un libro come Il passaggio, trovarsi in copertina frasi come

Leggi questo libro e il tuo mondo scomparirà
                                                   Stephen King 

lunedì 18 aprile 2011

"Infinite jest" di David Foster Wallace

Ho iniziato a scrivere questo post a pagina 373 del romanzo e 1222 delle note. Era il 15 novembre, il cielo era nuvolo e alcune idee a rischio di perdersi per sempre.
Cazzo, che romanzo! Almeno finora. So ancora poco dell’autore, pochissimo, ma, senza entrare in spoiler a me sgraditi, sono convinto che in questo mattone vero e proprio, tra i più duri da digerire che abbia mai letto, siano celate così tante di quelle cose da non poter nemmeno pensare di venirne a capo.
BUM!!! direte voi, e forse non sbagliate, ma il romanzo è zeppo di vita, di scenari inquietanti e dolorosamente realistici, orrori e patologie contemporanei, li trasuda letteralmente; in più sono convinto abbia un che di autobiografico, almeno parzialmente, una divisione dell'autore in alcuni personaggi dell’opera stessa, tra cui Lui-in-Persona, uno dei tanti attori di questa storia, autore a sua volta di opere, ma cinematografiche. Tra queste c'è pure Infinite Jest, film che crea una dipendenza tale da portare alla morte per fame e stenti chi comincia a guardarlo. La fine di Mr. Incandenza mi ricorda quella di Wallace e l’opera stessa che ho tra le mani non si discosta dalla sua omonima cinematografica.
Sembrerà starano ma Wallace ci avverte, ripetutamente. Il primo centinaio di pagine (se non oltre) è assolutamente indigeribile. Spinge a lasciar stare, o ad intervallare una lettura sfondastomaci  con qualcosa di più leggero. Continui rimandi a note fittizie, fasulle, spesso inutili al proseguimento della trama. A volte invece, sono vere e proprie finestre di parentesi, messe lì per arieggiare o soffocare ancora di più la storia, intricandola e facendo tremare i polsi sia di fatica (alla lunga pesa tenerlo in mano, il mattone) che di nervoso.
MA DOVE CAZZO VUOLE ANDARE A PARARE? viene da chiedersi, con una crescente necessità di proseguire la lettura. L’idea di non poterlo finire al momento non è minimamente ipotizzabile.

domenica 17 aprile 2011

Jung non è un personaggio fantasy

Leggendo "Jung e la creazione della psicologia moderna - Il sogno di una scienza" mi sono tornati alla mente gli anni dell'università ed in particolare l'esame di "Storia della psicologia" (3CFU). Trenta domande chiuse, stile esame teorico della patente, per verificare se avessimo tutti ben capito quale fosse la vera storia della vera psicologia. Si accennava a Freud (come evitarlo?) per poi deviare con immediatezza sulle illuminanti scoperte regalate all'umanità dalla Scienza psicologica con la esse maiuscola: il comportamentismo prima e il cognitivismo poi. Lì per lì feci appena caso al fatto che un riassunto sbrigativo e raffazzonato di una delle diramazioni di questa disciplina così complessa ci venisse spacciato come sufficiente a comprenderne l'evoluzioni. Sembrava la tipica cattreda-regalo dalle finalità più nepotistiche che accademiche, una farcitura di crediti un tanto al chilo nel pacchetto totale per ottenere il primo pezzo di carta d'alloro.
Col passare del tempo, approfondito maggiormente l'argomento, mi sono accorto che quello di cui ero stato testimone era una tra le tante avvisaglie della guerra intestina al mondo della psicologia, in particolare di quella clinica. Un piccolo sintomo della tendenza universitaria ad incanalare i percorsi di studio entro un unico filone (o meglio, a pochi, selezionati, argomenti), a sviluppare una visione non cieca ma ad imbuto, inconsapevole della molteplicità di punti di vista che servono per affrontare un campo tanto delicato come questo.

Mi rendo conto che parlare di questa/e disciplina/e senza cadere in amorfe rimasticazioni appiccicaticce sia un compito arduo. Questa scienza "spuria" è composta da una tale vastità di sfaccettature che, nelle sue infinite diramazioni, guerre fratricide, avanguardie, settarismi e via andare, può diventare perfino difficile trovarsi d'accordo su cosa essa sia. Figuriamoci le varie contraddizioni che, soprattutto in ambito clinico et similia, la popolano.
Questa caoticità è in buona parte dovuta al suo ritrovarsi esattamente a metà tra le scienze "naturali" e quelle umanistiche, con la necessità sempre più urgente (anche, o soprattutto, per fattori economici, di sopravvivenza) di essere riconosciuta e accettata dalle prime, più altezzose e idealisticamente a prova d'errore. Per questo motivo la ricerca si spinge ostinata verso studi e sperimentazioni che diano risultati validi e insindacabili.  Che svelino il funzionamento del cervello, della psiche umana (e già, con questo termine, ci si trova davanti ad una serie di scenari non indifferente) e trovino le modalità esatte per approcciarsi alla sua cura, al raggiungimento o mantenimento del suo benessere. Il pacchetto completo insomma, da applicare ad un target il più vasto possibile. Il tutto scomponendo, dissezionando, standardizzando ogni minimo aspetto di un essere che è, prima di tutto, una singolarità. [Riguardo alle varie forme di terapia si potrebbero aprire una serie di parentesi sui rapporti conflittuali, i reciproci complessi d'inferiorità/superiorità e le diverse lobby del settore. Dal mondo della psicofarmacologia a quello delle varie forme di psicoterapia; scenari altamente tossici ed elitari. Niente di nuovo, lo so, ma prima o poi sarebbe bello parlarne in maniera più approfondita.]
Con questo discorso non intendo certo parlar male della ricerca, delle varie sperimentazioni e tentativi di comprendere sempre di più il funzionamento e i misteri che ci caratterizzano e ci accomunano, solo un ottuso oscurantista oltranzista potrebbe negare le importantissime scoperte fatte in quest'area nell'ultimo secolo. Semplicemente ritengo che, per quanto si scandagli, si parcellizzi o quantifichi, trovare una regola aurea, universale e assoluta, un'operazione di aggiustamento ortopedico del corpo o del pensiero del soggetto (...) come una riabilitazione (...) alla normalità (citazione da questo libro) sia estremamente difficile, se non impossibile.

Immagino che chi legge possa chiedersi in tutto questo Jung cosa c'entri.

lunedì 28 marzo 2011

"Il divoratore" di Lorenza Ghinelli

Se c'è una cosa che non mi è chiara (e forse mai lo sarà) è cosa si aspetti un cultore di horror e thriller. D'accordo, chiunque ami il genere e si sia mai avvicinato a Stephen King storcerà il naso davanti a qualsiasi altro piatto gli proponiate, ma la scelta resta vasta, in giro ci sono tante altre storie avvincenti e ben scritte che possono far passare piacevolmente una domenica pomeriggio formato divano e un lunedì mattina formato fila Inps (e con questo ho detto tutto...). Per questo non capisco  queste critiche, lagnanti e biliose, che svariati lettori hanno riservato a questo libro.
Forse sono dovute al grande clamore con cui quest'opera prima è stata salutata (non solo in Italia). Effettivamente accostarsi a qualcosa, o a qualcuno, che ci viene presentato in pompa magna porta con facilità a vedere deluse le grandi aspettative create. 

Personalmente, fino ad un paio di mesi fa, non avevo mai sentito parlare nè dell'autrice nè del libro, finchè non mi capitò di leggere questa recensione di Evangelisti, che mi convinse ad acquistare il volume. A posteriori, devo ammettere di trovarmi sostanzialmente d'accordo con quanto lì espresso. 
La storia scorre bene, ha un suo perchè, quasi atipica rispetto alle abitudini del genere. I personaggi, ottimamente caratterizzati con poche frasi molto ben centrate, bucano le pagine.  Gli adolescenti in particolare. Sarà anche vero, come sostengono molti detrattori sopralinkati, che la narrazione a tratti procede ondivaga, in un tourbillon di punti di vista e che l'uso di alcuni termini può risultare forzato, ficcato in bocca ad un ragazzo. Questo se si vuole scomporre in maniera fredda e meccanica la storia, estrapolarne piccoli particolari, infime minuzie, finendo così per perdere di vista il ritmo incalzante, lo stile inusuale con cui si sviluppano, rapidi come stoccate, gli avvenimenti. La scrittura poi, se ben gustata come suggerito da Evangelisti, alza non poco il livello della storia. E quelle che possono essere definite semplici frasi ad effetto, se ci si riesce ad immergere nel loro flusso, altro non sono che ottime scelte stilistiche, quasi cinematografiche. Zoomate e primi piani su piccoli dettagli che piantano negli occhi ogni cosa. Movimenti impercettibili inclusi.
Inoltre, sfido qualunque scrittrice o scrittore ad esprimere con tale immediata chiarezza cosa possa significare non solo relazionarsi ma anche essere autistici. Basterebbero questi scorci fulminanti a ripagare il prezzo di copertina (tra l'altro veramente accessibile). Non scherzo.

sabato 26 marzo 2011

Le versioni di Barney di Mordecai Richler, regia di Richard Lewis

Avevo sentito parlare di questo libro grazie al film. Alle feroci polemiche nate dalla notizia che ingordi produttori assatanati di denaro si erano permessi di girare un film su Barney Panofsky.
Dandogli così una faccia, diversa da quella che ognuno aveva immaginato.
Un vero scandolo, non c'è che dire. Altro che storie. Passato sotto silenzio sui media e ignorato dai più. Ma sempre di scandalo si tratta. 
Alla fine sembra siano stati tutti contenti, il film non ha assolutamente stravolto la storia raccontata nel libro e Giamatti ha svolto il suo dovere molto bene. L'ordine dell'universo è stato ripristinato e la vita è tornata a scorrere come doveva.
E' difficile che mi venga voglia di leggere il libro dopo aver visto il film. In questo caso avrei preferito aspettare un po' di tempo, così per potermi dimenticare alcune cose e godermi di più la lettura. Così non è stato e me la sono un po' rovianta (quando sai cosa succederà, anche se cambiano alcuni particolari e lo stile è trascinante, tendi ad andare avanti in maniera automatica). Se non altro, mi son tolto il dente.

Per chi non la conoscesse (qualcuno che non faccia parte dei 9652 anobiiani) la storia è comunque abbastanza prevedibile: la vita di Barney Panofsky raccontata da lui medesimo in vecchiaia, poco prima dell'accelerazione del proprio declino. Alcuni potrebbero indicarla come la storia di uno stronzo, altri come quella di uno che ha capito tutto dalla vita e se l'è goduta il più possibile. 
Niente di tutto ciò. Oppure no?

lunedì 7 marzo 2011

"Anatra all'arancia meccanica" di Wu Ming

Avviso ai naviganti: questo non è un libro di Wu Ming, o meglio, dovrebbe esserlo e in un certo senso lo è anche, ma allo stesso tempo  riesce ad essere altro.
Chi si aspettasse un còlossal in costume alla De Gaudentiis o  un romanzo sugli stili a cui la narrativband ha abituato, senza saziare ancora, prenderebbe un granchio enorme. Basta un'occhiata alla copertina e al titolo per capirlo.
Allora che cos'è questo starano oggetto a metà tra narrativa e fantacucina?
E' un memoriale del decennio passato. Una raccolta di fotografie degli "anni zero" dalle prospettive sgembe ed inaspettate. La parte più laboratoriale e libera della loro officina artigiana. Una concatenazione di sperimentazioni, brevi brani bellissimi dotati di vita propria, che nel susseguirsi e rieccheggiarsi a vicenda, in modi funambolici, ben chiari o invisibili, si fa sinfonia.
Tommaso De Lorenzis, nel testo che la apre, consiglia di leggere questa antologia, con la Nona del "Ludovico Van" in sottofondo. L'accostamento alla pellicola nata dalla penna di Burgess non è casuale, nè dovuto a facilonerie da scribacchini senza smalto. Il dispiegarsi dei racconti, pagina dopo pagina, acquista una dinamicità tale da richiamare realmente l'ultima fatica di Beethoven. L'unica differenza sta nella dislocazione dei primi due movimenti, che in questo caso si trovano mescolati tra loro a tal punto, da cominciare direttamente dal secondo, per poi riassemblarsi e riordinarsi nelle varie fughe che portano verso il tripudio finale.
L'overture, naturalmente, è di De Lorenzis.

Primo movimento
La sinfonia, dopo il riscaldamento degli strumenti, comincia direttamente dal Molto vivace, con i primi cinque racconti. Per chi non ha li mai letti on-line, l'effetto potrebbe essere quello di uno schiaffo improvviso, di una ginocchiata nei denti; la presa per il culo di uno chef anarchico verso palati ormai troppo raffinati. I racconti, infatti, sono molto ruvidi, impastati di un'ironia vibrante e sfacciata, quasi acida. Scritti tra l'estate del 2000 e la primavera 2001, lampeggiano rosso fuoco, quasi allertati dagli avvenimenti del luglio e settembre seguenti. Il mondo del cinema, dell'editoria e delle mobilitazioni sociali in Italia, sono intervallati da due grandissimi racconti apocrifi sui personaggi della Disney: il nazistoide Topo Lino e un incazzattissimo Anatrino prendono coscienza della propria natura e sconvolgono il mondo ipocritamente ovattato creato negli states negli anni '20.
All'epoca la band era agli inizi, straripante adrenalina ed entusiasmo. Danno l'idea di aver macinato un numero esorbitante di parole, in quel periodo, ad un ritmo tale da far impallidire King. Lo stile narrativo di primo acchito può far storcere il naso. Più trattoria che ristorante di classe per gli occhi boriosi di snob letterari. Il sapore è rustico, vero, da trattoria. Ma stiamo parlando di una signora trattoria! Di quelle in cui far venir mattina in un lampo.
Riallineati gli occhi e le orecchie, le pagine iniziano a scorrere implacabili, lasciando deliziati ma ancora affamati una volta conclusa ogni storia.
Pronti alla seconda portata.

martedì 15 febbraio 2011

Controinsurrezioni di oggi e di ieri

Aria di inssurezione, di reazione e assestamenti vari.
Il vento che alimenta i fuochi del mediterraneo soffia con violenza verso est, dal Nordafrica al Medioriente. Rabbia, speranza, prese di coscienza e di posizione si miscelano e scendono per strada. Un vero e proprio tsunami che pare non trovar barriere, un uragano stufo della solita aria più marcescente che viziata. 

E qua da noi? Che aria tira dentro il vecchio stivale, in cui solo le priapiche vicissitudini del nanetto di gomma sembrano dare il via a splendide mobilitazioni dall'eco ridotta? Confermata la notizia riempischermi, intasablogerubriche dell'inizio dell'ennesimo processo, che alcuni chiameranno del secolo, ma a ben guardare non è altro che l'inizio dell'ennesimo giro di boa dai risvolti lugubri, qua nello stivale ci ritroviamo sommersi da polveri e macerie sempre più consistenti e perfino organizzare i festeggiamenti per il 150° anniversario dell'unità d'Italia diventa difficile (se fai il politicante per professione o non ti chiami Enrico Brizzi).

In un periodo come questo è perciò importante fare tesoro di piccole perle come questo libro, scritto a quattro mani da Evangelisti e Moresco. Una rapidissima rassegna, tra polveri da sparo, sangue, occhi colmi di ideali ed etica ad alta intensità, e lo spargimento di semi di vario genere in fiumane di morti presenti e future.
Dall'aria satura, a malapena respirabile degli ultimi giorni della Repubblica Romana, al frenetico alternarsi di poesia e lirica, di imboscate cilentine e gelide guerre moderne, con una carrellata finale implacabile ed in ordine sparso sul nostro presente, futuro e passato prossimo (il trattamento riservato a Leopardi odora terribilmente dei fatti riguardanti il recente #rogodilibri) che troppo spesso ci limitiamo a commentare, più o meno indignati, incastrati sulle nostre poltrone di metallo o davanti a schermi zeppi di vuoto a rapido decadimento.
Un piccolo, grandissimo, memento sulla nostra storia recente (150 anni non son poi così tanti, dai) e sui luoghi e moti da cui veniamo. Una lettura fondamentale e brillante per ricordarsi che stare troppo a lungo seduti comodi, tenendo il culo al di fuori di ogni concezione di strada e realtà circostante, porta ad orrori che non si dovrebbero ripetere e continuano a tornare con implacabile regolarità. Ad insurrezioni e controinsurrezioni che è bene non smettere mai voler decifrare. 
Tenendo bene a mente che il momento giusto per fare ogni cosa è l'adesso. Sempre e comunque.
Se non ora, quando? tanto per restare in tema.

domenica 6 febbraio 2011

Ramponi arrugginiti e scodella di latta: il mio nome è Wolfe


Nel 1939 un miliardario americano di nome Dudley Wolfe, appassionato di viaggi e natura, partì dal Maine alla volta del K2, la seconda vetta più alta della terra, deciso a diventare il primo uomo a scalarne la vetta. Tanti furono i tentativi falliti; a partire dai primi del Novecento questa montagna, straordinaria e terribile insieme, cominciò ad attirare la curiosità di impavidi e coraggiosi, determinati a raggiungere una dei tetti più ambiti del mondo. Con la sua altezza di 8611 m s.l.m, si dice sia la seconda scalata con il più alto tasso di mortalità: ogni 4 apinisti che scalano, 1 muore. La Montagna Selvaggia, inospitale e burbera verso l'uomo, ha pareti troppo ripide e ghiacciate e non possiede punti ideali ad un ristoratore bivacco. Vi sono diverse vie di ascensione, tutte accumunate nella difficoltà della ripida pendenza. La spedizione di Wolfe fu una delle prime a raggiungere e toccare i 7500 metri; nonostante l'età e l'inesperienza, questo ricco miliardario insieme a Fritz Wiessner e a tre sherpa, decise di attaccare la vetta fino allo stremo delle sue forze. Il libro della scrittrice-giornalista Jennifer Jordan ripercorre dall'inizio la storia di questa spedizione con una ricostruzione abbastanza dettagliata dei fatti che la caratterizzarono. Una storia molto complessa che affascina nel contrasto forte di dicotomie che si creano dalle prime pagine fino alla fine del libro. Dai più caldi e lussuosi salotti europei alle vie ghiacciate e inviolabili del K2, la storia si snoda a partire dal ritrovamento che, 63 anni dopo, l'autrice farà dei resti di Wolfe trascinato ai piedi della montagna in mezzo ad una distesa di detriti. 
...frammenti di tessuto,stringhe di cuoio, corde di canapa, ramponi arrugginiti, un piatto e una scodella di latta, anche il bruciatore di un vecchio fornello Primus. Poi i miei occhi caddero su qualcosa che non avrebbe dovuto trovarsi lì insieme alle rocce e ai detriti...
In mezzo ai resti che chiaramente l'autrice percepisce appartenere ad un epoca lontana è il ritrovamento di un piccolo frammento di osso a  metter luce sul misterioso accumulo custodito nel ghiacciaio. Una moffola di pelle e stoffa, consumata, sgualcita, attraversata dal tempo riporta chiare le lettere di un nome. Wolfe. 
Qui giace, Wolfe!

Il libro "La scalata impossibile" offre una ricostruzione abbastanza imparziale della spedizione rimasta per anni al centro di importanti dibattiti. Al lettore è lasciata la possibilità di riflettere su quelli che sono gli equilibri umani che si giocano in vetta. Lettura densa di dettagli, a tratti giornalistica a tratti romanzata, uno sguardo femminile che pone un accento particolare alla storia di Wolfe per rompere la falsa idea, lanciata dai superstiti della sua inettitudine davanti alla vertigine dell'altezza.
La traduzione italiana del titolo a mio giudizio non rende giustizia alla storia, non si tratta di una scalata impossibile perchè Dudley arrivò comunque ad un'altezza considerevole. A conti fatti si potrebbe parlare di una discesa impossibile o resa impossibile ed il titolo originale The Last man on the mountain - the death of  an American Adventurer on K2 sembra sottolineare proprio questa condizione. L'ultimo uomo rimasto a sorvegliare la montagna, a 7500 metri, avvolto in un sacco a pelo di sherpa, troppo piccolo  per avvolgerlo nel silenzio della grande montagna selvaggia.

venerdì 4 febbraio 2011

"Drood" di Dan Simmons

Quando qualcosa (che sia libro, film o qualsivoglia altra forma espressiva) viene pubblicizzato all'eccesso, come straordinaria rivelazione, c'è sempre il rischio che, sotto sotto, non rispetti le aspettative che le strombazzate varie creano in chi vi si accosta.
Il discorso non vale per questo libro. Almeno in parte.
Se da un lato il romanzo pulsa di vita propria e di uno stile narrativo che ben si confà allo svolgimento della storia, dall'altro proprio quest'ultimo tende a farsi un po' macchinoso in certi tratti, appesantendo una lettura altrimenti piacevole (è pur vero che lo stile utilizzato deve rifarsi a quello ottocentesco ma alla lunga, c'è il rischio di stancarsi). Ma andiamo con ordine.
Se si vuole leggere questa storia si deve essere consapevoli che per prima cosa si tratta di un romanzo storico ambientato nella Londra vittoriana, seconda metà del XIX secolo. Per tutte le oltre ottocento pagine si frugano gli ultimi cinque anni di vita di Charles Dickens, l'Inimitabile,  tramite lo sguardo al contempo rancoroso e ammirato, di un oscurato da gotta, oppiacei e deliri più o meno mesmerici Wilkie Collins, suo contemporaneo scrittore/amico/rivale . Oltre a ciò è anche un thriller che compie evoluzioni funaboliche sull'limite dell'horror e un tentativo di soluzione al mistero incompiuto di Dickens, da cui il romanzo trae il titolo.
Eppure l'orrore non viene solamente dal personaggio misterioso (Drood) e dagli avvenimenti dall'aspetto paranormale che circondano lui e un narratore sempre più preda di cupe ossessioni e vuoti di memoria. L'orrore di questa storia, quello che come in molti romanzi dell'epoca buca letteralmente le pagine, deriva dalla minuziosa descrizione di luoghi, suoni ed odori dei più miseri vicoli e tuguri londinesi, così come delle condizioni di vita generali di solo un secolo e mezzo fa. Nel quarto capitolo Simmons si lancia in una descrizione del fetore di Londra in estate, delle sue fogne, dei suoi rifiuti, dei suoi cimiteri, da far accapponare la pelle. Cito un esempio:
Decine di migliaia di cittadini dormivano sotto i porticati o sui balconi, sperando nella pioggia. Ma quando finalmente arrivò, fu una specie di doccia calda che altro non fece se non aggiungere uno strato bagnato alla calura. Luglio si depositò sulla città, quell'estate, come una pesante e umida coltre di carne putrefatta.
Questo è solo un passaggio, ma per tutto lo scorrere della trama la violenza climatica e sensoriale della città si farà sentire senza dare tregua.
E non è l'unico particolare ottimamente ricostruito dall'autore. Tra le righe sono incastonati tantissimi richiami alle piccole abitudini dell'epoca (in particolare della medio-alta borghesia) che rendono il tutto un lavoro estremamente minuzioso e suggestivo.


Così come il carattere vulcanico di Dickens, i cui ultimi cinque anni di vita vengono descritti in modo magistrale. Abitudini, vezzi, orgoglio. Debolezze, manie, insofferenze e indifferenze. La ricostruzione dell'Inimitabile (termine con cui, ci viene detto, amava farsi chiamare) è frutto di un enorme lavoro di studio, come dimostra la bibliografia consultata dall'autore. E si vede.
Nonostante sia sempre descritto in terza persona e non monopolizzi ogni scena, la sua presenza è tale da riempire ogni interlinea. Un Dickens a fine carriera, sempre più cagionevole di salute, alle prese con gli strascichi del terribile incidente di cui si ritrovò protagonista nel 1865; lanciato nella sperimentazione di una nuova forma d'arte che miscela lettura, recitazione e mesmerismo. Talmente traboccante di vita da lanciarsi a testa bassa nella propria autodistruzione fisica. La descrizione che fuoriesce è a tuttotondo. Focalizzata sia sui tratti geniali del personaggio che su quelli più gretti e fastidiosi.
La descrizione delle varie persone che gli ruotarono intorno (amici, amante, familiari) permette ancor di più di immedesimarsi nel salto indietro nel tempo che Simmons ci concede.

E il mistero dietro a Drood?
Su questo non voglio troppo spoilerare. Per tutto il romanzo saremo portati a chiederci se tutto ciò che accade di macabro e paranormale sia frutto di creatività e pazzia, allucinazioni da oppio o di raccapricianti poteri conservati per millenni. O di un mix malsano di tutti questi ingredienti.
La figura di Drood, figuro senza età orribilmente sfregiato e in grado di valicare ogni confine, è inquietante e diabolica. Tormenta il narratore con ritmo incalzante, portando chi lege a dubitare di continuo su quale possa essere la sua reale essenza.
Quando viene rivelato, la spiegazione può apparire scontata, ma chi legge non deve mai dimenticare che a parlare è Wilkie Collins: scrittore, tossico, visionario. Ossessionato da Dickens e dal suo talento, umano oltre che letterario. Alla fine, è lui a strabordare più di tutti e a lasciare in chi non l'ha mai letto (come me) la curiosità di inoltrarsi in una sua storia.

E' una lettura che consiglio, più che per l'intreccio intorno a Drood (che rimane comunque gradevole) per la ricostruzione storica di Londra e per quella biografica dei due autori. Lo stire narrativo ondivago e ottocentesco, inoltre, procede verso la conclusione permettendosi salti temporali sulle vite di Dickens e Collins od ottime digressioni critiche sul corpus letterario degli stessi (alcune analisi degli stili o dei romanzi, per quanto wilkiezzate, sono estremamente profonde) che tranciano di netto scene tese e cariche di aspettative, lasciando chi legge ancor più impossibilitato a chiudere il libro.
L'unica pecca è la commistione di generi così marcata. Se da un lato permette, finita la lettura, di cogliere ancor più sfumature riguardo agli avvenimenti, ai personaggi e all'animo umano, dall'altro rischia di fare dallontanre chi si aspetti una lettura rapida e lineare.  
Drood è come le viscere di Londra, puzza prima di essere affascinante. Ci si deve muovere come nei più bui cunicoli del sottosuolo, senza fretta e con estrema attenzione per i particolari. Altrimenti si rischia di cadere o di non cogliore i svariati, piacevolissimi, aspetti che ne costellano ogni tratto.

lunedì 17 gennaio 2011

"The Dead Republic" (Una vita da eroe) di Roddy Doyle

Henry Smart è tornato, a chiudere i conti. Tutti quelli che gli competevano perlomeno. Al resto ci penseranno gli altri.
Dopo la bomba della notizia che da ieri impazza per la rete (e viene allegramente ignorata dai media) ho cercato di rilassarmi con gli ultimi giorni di vita del caro Henry, eroe dalla lingua affilata e dallo sguardo triste.
Inutile dire che, chiusa l'ultima pagina, non sono riuscito ad addormentarmi per un bel pezzo, risucchiatto da voci irlandesi, dalle mille inflessioni, e dalle grida di chi non può sopportare il disprezzo crescente verso l'alerità, che con leggerezza glaciale viene normalizzato ed impacchettato.
Ci sarà spazio per questo libro nelle biblioteche? Per questa trilogia torrenziale che, con i suoi alti e bassi, riesce comunque a far vibrare dal profondo chi le si accosti?

Doyle ci riporta in Irlanda, dopo tent'anni di jazz e praterie, riuscendo a farcene attravaersare un'altra cinquantina con un'intensità che rasenta l'incredibile.
Provate a spiegare la questione irlandese dell'ultimo secolo. Provate pensare a quato indietro si dovrebbe andare per comprendere l'inizio di quelle lotte. Doyle, in un paragrafo ce lo spiega:
Le guerre si potevano vincere o perdere, oppure finivano e basta: le lotte invece non finivano mai. Le guerre erano orribili, ma una lotta era sempre nobile - soprattutto quando il nemico era uno dei grandi eserciti del mondo e i tuoi erano appena un centinaio di uomini e donne. E quando l'origine poteva essere fatta risalire al passato, passando per il Vietnam, la Seconda guerra mondiale e la Guerra d'indipendenza, fino ad arrivare al 1916, e se necessario spingersi ancora più indietro arrivando ai feniani, alla Grande carestia e agli irlandesi uniti, alle picche e alle parrucche della rivoluzione francese, a Cromwell e Drogheda, a Elisabetta, alla prima colonia e allo sbarco dei normanni nel 1169, e poi di nuovo avanti attraverso Cromwell, per tornare alla Thatcher. Nel 1985, la lotta durava da ottocentosedici anni.
Un "indiero tutta -poi sempre avanti" di poche righe che, anche al meno esperto di storia irlandese, riesce a farne percepire la sfibrante pesantezza.
Già nei romanzi precedenti, in particolare nell'ottimo primo capitolo, siamo posti in condizione più che laterale, rispetto allo svolgersi della Storia. Tra fogne, campagne, vicoli e bettole osserviamo lo svolgersi dell'azione con l'indefessa onnipotenza di chi, riamanendone sempre ai margini, tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi per consegnare alla morte una goccia di splendore, di umanità di verità.

Ma questa volta l'onnipotenza del passato deve cedere il passo a ciò che in precedenza si poteva cogliere solo di rimbalzo. Per quanto il titolo in italiano si concentri sull'eroicità dell'inossidabile Herny Smart (il cui significato resta comunque discutibile), l'originale in inglese non lascia scampo: si parla di sconfitte, di una Repubblica Morta.
Rispetto ai capitoli precedenti, questa volta assistiamo al lento irrigidimento di un corpo e di una mente che non riescono più a sostenere le passioni che ne alimentavano il fuoco. La prospettiva a cui siamo costretti ad abituarci pagina dopo pagina è quella di un vecchio, costretto ad affrontare una realtà non così diversa da come l'aveva lasciata, con occhi via via più estranei e disillusi.
Tra un vuoto di memoria e l'altro, scopre le dinamiche di cui è stato artefice e burattino, dovendo accettarsi non più come Vecchio intorno a cui tutto ruota, ma come semplice comparsa in un mondo, in un paese, più grandi di lui, nonostante siano da lui fortemente simboleggiati.

Il titolo in italiano, perciò, nonostante si discosti totalmente da quello originale, risulta ancor più potente e significativo. La vita di Henry è stata quella di un eroe di altri tempi. Intorno a cui tutto ruotava e su cui ogni cosa si reggeva. Il deus ex machina di se se stesso.
Tornato a casa, però, sarà costretto a riconoscersi simulacro di un tempo che fu, buono soltanto per dare una spinta all'opinione politica, all'identità nazionale attorno alla cui definizione tutto sembra ruotare, grazie ai suoi strascichi da mitologema.
Contemporaneamente, l'Eroe svuotato si dimostrerà in grado di continuare a combattere, a lasciare il proprio segno, a mettere al servizio le proprie capacità, per ciò che lo circonda più da vicino e che nei precedenti romanzi era riuscito appena ad intravedere.

Una riflessione profonda sull'umanità, sul concetto d'eroe, sulla socialità e sull'Irlanda scritta con la solita maestria. Grande conclusione di una splendida trilogia, da cui, anche senza essere descritti, i personaggi strabordano e prendono vita.
Un Doyle ad altissimi livelli.

mercoledì 5 gennaio 2011

"The Selected Works of T.S. Spivet" (Le mappe dei miei sogni) di Reif Larsen

E' da un po' di tempo che questo libro prova a parlarmi. Rimanda che ti rimanda ho fatto passare circa sei mesi, prima di tuffarmici. Quasi un record, viste le proprietà calamitiche con cui è stato sviluppato.
Sarebbero sufficienti il formato, l'immagine in copertina e il commento di King sovra impresso ("Questo libro è un dono enorme") a suscitare un senso di necessità, un prurito di curiosità in chi gli si accosti.
Per non parlare del titolo, stravolto rispetto all'originale (che fa l'occhiolino ad un altra opera) ma in grado di cogliere ed esprimere, almeno in parte, altri aspetti del romanzo. Non sono un traduttore e non voglio entrare in polemica con questa scelta, visto che, al contrario di altri casi, rimane in qualche modo allineata con il contenuto evidenziandone altri aspetti, ma sarebbe interessante capire se dietro a questa reiterata dolcificazione di titoli stranieri tramite tinte a volte sognanti (come nel caso di questo libro) ma troppo spesso ridicole, abbia esclusivamente cause commerciali o si dovuta ad altri aspetti imputabili ai meandri più oscuri delle dinamiche sociali italiane. Ma torniamo al libro.

E' da un po' di tempo che non ne leggevo uno con tanto piacere. Non solo l'involucro e il layout, anche il contenuto è veramente notevole.
E' un romanzo di formazione, un
On the road buffo e tenero (...) alla scoperta dei piccoli e grandi misteri della vita
visto con gli occhi di un dodicenne mezzo genio, mezzo disadattato che, sorprendendo prima di tutti se stesso, parte alla scoperta del mondo che fino a quel momento si era limitato ad osservare da lontano, in una mappatura tanto meticolosa quanto miope. Per tutto il viaggio siamo messi di fronte ad una serie d'interrogativi profondi, visti con occhio ingenuo e candido, a cui l'autore non pretende di dare risposte univoche.
E' un racconto zeppo di filosofia; la riedizione in chiave moderna del Mito della caverna ma non solo (le mappe di apertura e chiusura hanno riferimenti inequivocabili). Molto difficile da leggere tutto d'un fiato senza lasciarsi un oceano inesplorato alle spalle. Non solo per il contenuto, ma anche per la quantità di diramazioni, storie od appunti sfuggenti celati in ogni pagina od immagine. Larsen ha trovato un modo fantastico, interattivo, di utilizzare le note. L'edizione in e-book potrebbe essere davvero divertente (il sito lo è).
La storia si muove in tutte le dimensioni possibili, senza ridondanze indigeribili, per poi chiudersi in un cerchio perfetto e al tempo stesso apertissimo.
Non si rimane con l'amaro in bocca o con la maliconia tipica del concludere le belle storie ma si resta con una serie di sinapsi attivate incredibilmente ampia.

Di cos'ha più bisogno un ragazzino di dodici anni al giorno d'oggi? O una qualsiasi persona?
Non è facile trovare un racconto che tratti tematiche di questo tipo senza scadere in dettami/morali/fanatismi più o meno celati di qualsivoglia tipologia.
Certo, il punto di vista dell'autore è percepibile ma non intrusivo. Riesce a scorrere senza monopolizzare il fluire dei pensieri, rendendo le assurdità che si dipanano sempre più verosimili, per non dire autobiografiche.

Si ride, si riflette, si sta sulle spine.
Si gode di una lettura densa e leggera allo stesso tempo.
Niente si dimostra scontato come appare. O rinchiuso nelle linee precise di una mappa.
Su questo l'autore è molto chiaro, dall'inizio alla fine: i luoghi veri non son sono MAI segnati in nessuna carta, pixel o cornice. Per fortuna.
Davvero un dono enorme, non c'è che dire.

martedì 28 dicembre 2010

Non è un paese per vecchie di Loredana Lipperini

Un paio di settimane fa sono stato alla presentazione di questo libro. Serata densa e ricca di spunti, che mi ha convinto a tuffarmici il prima possibile.
Un libro potente e senza peli sulla lingua.
Tratta tematiche forti ben celate da lustrini pubblicitari e deliri di eterna giovinezza/freschezza/bellezza ed un lunghissima serie di aggettivi dal sorriso largo e gelato.
Una semiparesi di negazioni.
Stiamo sistematicamente ignorando una delle componenti essenziali della nostra vita: la morte ed i vari cambiamenti e degenerazioni ad essa collegati.
La paura di cambiare. Di accettarsi, nel proprio scorrere.
Da qui la negazione della vecchiaia. Anzi, la forclusione. Eccetto nei momenti in cui ci si ritrova, volenti o nolenti, a guardarla negli occhi, indifesi e spaventati. Ed ecco la rabbia, il disprezzo, la volontà di annientamento di chi non può essere cambiato come un oggetto, ma che come quelli moderni non ha pezzi di ricambio.

Si legge molto bene, alcuni passaggi anche troppo. In certi momenti ci si ritrova commossi, straniti, incazzati a morte.
Altri passaggi possono risultare pesanti, ripetitivi. Troppo carichi.
Ma è proprio questo che si vuole raggiungere.
Si parla di vecchiaia. Di cosa comporta, di come la vive chi l'ha raggiunta e di come la vivrà chi, come tutti, vi è diretto.

Non è un saggio che vuole dare chissà quale risposta. E' la condensazione di dati di fatto, considerazioni ed interrogativi. Un viaggio attraverso forum, gruppi di discussione, gruppi d'odio, letteratura, musica (meravigliosa la parte sul metal) ed altre espressioni sociali di vario genere.
Una panoramica che non ha bisogno di monologhi asfissianti e consolatori, ma che con intelligente rapidità cerca di scuotere ciò che l'occhio ormai troppo spesso si dimentica di vedere, ciò che è preferibile ignorare.
Per comodità, pigrizia e soprattutto per paura.
Ma la negazione della paura, il consumare l'inconsumabile (almeno per ora) non è altro che un circolo vizioso che sbrana dall'interno.
Una lenta zombificazione di plastica.
Un film horror in cui non accade nulla di più del debutto in società del "mostro" di turno, troppo stanco per opporsi a ciò che lo circonda e rimanere se stesso.

[Per chi è interessato all'argomento: discussioni e confronti in progress qui e qui]

domenica 5 dicembre 2010

No stars war (qualche parola su Stephen King, la cattiva ironia e le distorsioni di ego ormai fragili)

Qualsiasi cosa si pensi di Stephen King, bisogna ammettere che è un autore che crea scompiglio.
Senza fare il minimo sforzo, peraltro.
Facendo semplicemente quello che gli riesce meglio, scrivere, riesce a creare spaccature non indifferenti riguardo alla propria figura.
Personalmente mi ritrovo tra chi lo ritiene uno tra i più grandi scrittori contemporanei. Per i temi che tratta, per come li tratta e per gli innumerevoli legami tra tutte (o quasi) le sue opere che, con il passare del tempo, possono essere considerate un unico stimolante corpus che si arricchisce sempre di più di spunti, indizi ed interconnessioni tra le più improbabili (da un recente mini-intervista (qui) le sinapsi di molti fan sono letteralmente schizzate alla ricerca di nuovi fili).
Naturalmente, come per ogni cosa sia più o meno intellegibile, c’è chi non si trova d’accordo con me; chi non fa parte della folta schiera degli ammiratori (e per fortuna, mi verrebbe da aggiungere) e ritiene King un autore banale, noioso, ripetitivo, eccessivamente prolisso o buono da leggere giusto sotto l’ombrellone.
Bene, niente di male fin qui, i gusti son gusti.
Ma un problemino in realtà c’è.
Perché King resta un autore che scrive tanto, vende tanto e di sé fa parlare ancora di più e se c’è una cosa che i nuovi media ci hanno insegnato e dato la possibilità di fare è proprio a parlare tanto, anche di ciò che non conosciamo bene. E di condividere non solo pensieri o parti preziose di sé ma anche le più grandi brutture che ci portiamo dentro.

Inizialmente questo post voleva essere simile ai tanti altri fatti in precedenza e parlare di un libro. Dell’ultimo di King, per la precisione: Full dark, no stars (Notte buia, niente stelle). Un’antologia molto ben fatta, composta da quattro storie crude, dure e senza orpelli che, per come ci ha abituati, sarebbero potute benissimo essere quattro distinti romanzi, guadagnandoci sicuramente dal punto di vista delle suggestioni o dei colpi di scena ma perdendo così il magnifico crescendo di una storia letta di seguito all'altra; l'apnea di tensioni e sconquassi interiori che portano senza fiato alla fine del tunnel, la postilla, in cui zio Stevie questa volta picchia duro ed in ogni direzione, senza far sconti a nessuno. Nemmeno ai suoi affezionatissimi Fedeli Lettori, solitamente massaggiati o rincuorati, prima di chiudere l'ultima pagina. Questa volta si toglie ogni sasso dalla scarpa, anche i più grossi.
Scende nel “campo di battaglia” in cui pretenziosi criticiucoli dal naso pieno di letame sentenziano sulle sue opere, sul suo lavoro, in modo puramente gratuito e privo di qualsivoglia contenuto o riflessione. Osteggiatori che sembrano non possedere altro che invidia e pregiudizio e la convinzione che una persona che vende tanto non possa anche scrivere bene, come se ogni artista degno di far parte dell’Olimpo della Letteratura dovesse essere l’archetipo dello scrittore povero, dal linguaggio criptico e altisonante e semi-sconosciuto ai più.
A costoro King risponde in modo schietto e diretto. Perché raccontare storie non è cosa da fare con i piedi; a capo chino e ossequioso; con l’occhio rivolto ai possibili zeri da stampare sul conto. E' un compito da prendere maledettamente sul serio; un squarcio liberatorio di realtà, di ricerca del senso di ciò che ci accade e circonda. Deve mordere alle viscere, scatenare reazioni. Senza seghe mentali gonfie d'ipocrisia autocompiaciuta e, sotto sotto, frustrata.
Le sue parole non sembrano rivolte solo a chi guerreggia sulla bontà o meno della sua scrittura ma anche a chi si lancia in “guerre civili” riguardo al suo operato. Come, per esempio, i kingofili, tra cui quest’estate è nata una discussione in rete, uno scontro duro e velenoso in cui, armati della più tossica ironia (quella cinica, ipocrita e codarda), sono volate frecciate, offese malcelate dietro a smile e faccine di vario genere e logorroiche dissertazioni incorniciate in un polveroso dizionarismo.
Come dicevo, a fine antologia l’autore parla anche a noi Fedeli Lettori con durezza, pungolando possibili autocompiacenze (tristi veli verso personalissime fragilità o miserie) con un dubbio sulla fondamentale bontà celata o meno dentro ognuno di noi.

…sarò lieto di riportarti fuori al sole. Anch’io sono contento di andarci, perché credo che la maggior parte della gente sia fondamentalmente buona. Io so di esserlo.
È di te che non sono del tutto certo.

Sbruffonaggine? Supponenza?
Non credo.
Con questa frase tagliente King sembra dirci quello che in altri modi provò a fare Wallace. Ci invita ad interrogarci su noi stessi, su ciò che ci circonda, sulla straordinarietà contenuta nell’ordinario.
Come detto nel risvolto di copertina i

quattro nerissimi romanzi brevi raccolti in questo libro parlano di donne uccise, seviziate o comunque "rimesse al loro posto". E' in corso, nel nostro Occidente, una guerra contro "l'altra metà del cielo". La combattono maschi frustrati, impauriti, resi folli dalla perdita del loro potere.

Ma non è tutto qua. Non è solo questione di uomo e donna.
Si parla anche delle piccole fragilità che possono portare ad orrori meno eclatanti, delle impalcature traballanti issate per celare gli uomini bassi in abito giallo che si annidano in ogni persona e ci circondano giorno dopo giorno.
E una volta usciti dal buio, zio Stevie ci ricorda di guardare anche “l’altra metà del cielo” che è in ognuno di noi.

Che altro aggiungere? L'antologia è eccellente, non c’è bisogno di monologhi di apprezzamento.
Va letta.
L’autore raggiunge ottimamente lo scopo prefissato.
Scuoterci dall’interno per poi farci pensare.
Mostrando ancora una volta che la vecchia Buick continua sfornare ottime creature.

[Altre info sul libro, oltre a splendidi esempi di osteggiatori dall'ego ormai fragile, si possono trovare qui, qui ed anche qui]

lunedì 18 ottobre 2010

"Espresso tales" (Semiotica, pub e altri piaceri) di Alexander McCall Smith

E' incredibile. Non si fa in tempo a leggere la trascinante discussione nata sul blog dei Wu Ming riguardo, tra le varie cose, gli aspetti che rendono una storia tossica o meno, e mi trovo davanti ad un romanzo che, almeno in parte stride con le varie proposte e affermazioni. Una delle prime affermazioni riguardava gli stereotipi e l'uso potenzialmente annichilente del loro uso nel creare personaggi, situazioni e storie "tossiche". Della necessità di una storia "rugosa", in cui affondare, da cui tirare fuori pezzi di cute nascosti e pieni di voci altre. Che non si fermino a ostentazioni di scrittura, al puro impatto emotiva ma che parlino e facciano parlare. E magari pensare (vabbè vado un po' a braccio, l'argomento è molto interessante e consiglio di cliccare sul link sovraposto, torniamo al libro).
Bene, questo libro riesce ad essere questo ed il suo esatto contrario.
Come nel precedente "44 Scotland street" l'autore ritorna alle vite di Bertie, Pat, Domenica, Angus, Big Lou e il resto degli strambi abitanti di una piccola zona di Edimburgo. Nel primo capitolo non succedeva niente, o quasi (tanto da scadere un pelo nel finale, appena appena ristagnante), ma era proprio il suo bello. In questo... non che accada molto di più ma con uno stile veramente squisito. In quasi ogni riga seguiamo la persona di turno con occhi quasi onniscenti, spostandoci anche di prospettiva, tra un paragrafo e l'altro (ed essere Cyril, il cane bevitore di birra che ama strizzare l'occhio alle ragazze e mordere con garbo le caviglie giuste è assai gradevole). Un microcosmo di storie, di piccole storie, che s'intrecciano tra loro, con le loro bizzare nevrosi (ma quali non lo sono?) e, a loro modo, finiscono.
Ognuna come ci si augurava. Più o meno.
Ecco, il finale consolatorio è un altro punto ritenuto in lizza per le storie "tossiche",vista la sua mancanza di spinta al cortocircuito, alla riflessione. In molti casi è vero e la lista di polpettoni di questo tipo buoni solo per concimare è fin troppo lunga. Eppure in questo caso non è così. Per prima cosa perchè la vita è lunga e l'autore lascia alcuni punti di sospensione su alcuni personaggi che permettono di perdonargli certi repentini cambi di direzione (in fondo, la loro durata sarà tutta da dimostrare).
In più, questo romanzo, è una vera e propria ode alla comunità, alle comunità di ogni tipo, invisibili da grandi distanze dalle lenti globalizzate ma "...ricche di posti piccoli, vicini, di racconti brevi e non di saghe...", "...di battute private, di espressioni intraducibili, di riferimenti che solo due o tre colgono... che parlano con tanta eloquenza dei posti piccoli e... sono il mondo, e contano quanto il mondo intero".
Tra le righe dello scorrere lento di una quotidianità costellata di diverse forme di solitudine, l'autore infila delle pieghe inaspettate, attimi dei riflessione tanto brevi quanto intensi che portano a rallentare, a tornare indietro e a ragionare. Almeno un poco.
Niente di starbiliante, per carità. Niente parnasi d'alta letteratura o robe simili.
Semplice scorrere e incrociarsi. Di persone. Di luoghi. Di persone di certi luoghi.
Leggendo viene da chiedersi quanto intorno a noi possa assomigliare a modo suo alla semplice vita che resiste alle brutture di un materialismo d'abitudine tanto ben decritta in queste pagine.
Nente di strabiliante, l'ho già detto, ma, chiusa l'ultima pagina, ci si trova più curiosi verso ciò che ci sta intorno, anche solo un vicino di casa o di strada.
Un'ode al concetto di comunità e ai suoi tesori nascosti.
Veramente bello.

lunedì 11 ottobre 2010

"Niran Sadiqa" (Se non fossi egiziano) di 'Ala-al-Aswani

Ultimamente sento una forte curiosità per le storie provenienti dall'Africa, le sue varie voci. E la selezione messa a disposizione al festival di Internazionale a Ferrara non poteva essere più appagante. Una buona dozzina di titoli segnati ed un paio di libri in saccoccia. Tra cui questa raccolta di racconti di 'Ala-al-Aswani che mi aveva incuriosito già dalla quarta di copertina che la definiva una raccolta rimasta a lungo inedita perchè vietata da un anonimo burocrate del governo di Mubarak. Approfondendo l'aletta si viene a conoscenza che l'autore fa un ritrattro impietoso e sarcastico dell'Egitto di oggi.
Vero.
In duecento pagine e poco più sono contenuti diciassette racconti velati di una poetica che dispiace non poter gustare in lingua madre, ma tant'è. Nel complesso il lavoro non è male, niente di eccezionale per carità, ma a volte in poche pagine riesce a racchiudere suggestioni vividissime ed avvolgenti. Altri racconti sono invece crudi e diretti, senza carezzevoli lieto fine dietro l'angolo, cinici e senza spiegazioni o zuccherini per la buona notte. Si percepisce un raccontare di cose vissute, forse autobiografiche ma a volte ridonda un po', perde di sugo, dando storie anche sciape, vacue.
Non un libro imperdibile, insomma, ma comunque piacevole, ben spendibile anche in bagno in letture mordi e fuggi.
Un aspetto colpisce e tanto. Nella prefazione l'autore si dilunga in una spiegazione, un mani avanti riguardo al primo racconto (I quaderni di 'Issam 'Abd al-'Ati), quello che è costato la censura. Si lancia in uno scricchiolante parallelismo tra la prima cinematografia in cui gli spettatori fuggivano da treni in arrivo e la narrativa, avvertendoci che quello che andremo a vedere non è reale, non pericoloso. Sottolineando il suo non essere responsabie verso le opinioni ed espressioni dei suoi personaggi.
Insomma, per pubblicare il libro e non avere problemi di sorta con le autorità del proprio paese ha dovuto rinnegare le voci date ai propri personaggi, quasi fossero capitate lì per caso. E questo, nonostante possa capire le pressioni subite e i pericoli a cui persino uno scrittore può andare incontro (ci sono molti parallelismi tra l'egitto di sei anni fa e l'odiena Italia), risulta iparecchio fastidioso.
La critica mossagli riguarda un personaggio fortemente ostile alla mentaltà, agli usi ed alla società egiziana, descritta come meschina, livorosa, infame ed altre particolarità non così rosee. L'accusa mossagli era di essere abbagliato dall'Occidente e di questi tempi discorsi di questo tipo impelagano in cul-de-sac senza fine, ma se una storia viene scritta un motivo ci sarà. Un autore non potrà mai pensarla come tutti i suoi personaggi; certamente possono esserne creati di intriganti e complessi con la sola finalità di criticarli. Va bene dire di non pensarla in quel modo (sia per proteggersi sia perchè vero), ma perchè deresponsabilizzarsi?
E' così difficile per dei lettori capire la differenza tra opinioni del personaggio e dell'autore?
Può darsi, ma un autore dovrebbe comunque non doversi trovare nella condizione di celare la propria, di lasciarla in una bottiglia e chi la piglia la piglia.
Ad ogni modo, il libro non è male e, a prescindere dalla piacevolezza che possono o meno avere le storie, tratta argomenti spinosi e interessanti.
Anche al di fuori delle stesse pagine.

giovedì 23 settembre 2010

Da lontano era un'isola







Da lontano era un'isola è un libro di Bruno Munari pubblicato nel 1971 per le Emme edizioni, ristampato prima da Einaudi e poi da Corraini.
Il titolo prende spunto dalla osservazione diretta di un sasso che da lontano assume la forma di una perfetta isola con castello. Nel libro si possono trovare tanti spunti interessanti per aprire le porte all'immaginazione. Ogni sasso che Munari ci presenta racconta una storia:

Visti da molto lontano alcuni sassi sono come un piccolo mondo con i loro continenti le isole i mari. gli astronauti vedono così il pianeta Terra avvolto nelle nuvole.


Solo i bambini e gli adulti che rimangono bambini possono raccogliere gli echi di queste storie fantastiche, provare per credere, basta impegnarsi. In realtà è più facile di quanto sembri, basta trovare una spiaggia dove ci sono tanti sassi ed iniziare a camminare con gli occhi ben puntati a terra. Può risultare utile passeggiare con un piccolo contenitore dove riporli e con un paio di Super occhiali per non affaticare troppo gli occhi che come vedrete si stancheranno molto nella ricerca. Ogni sasso è diverso dall'altro. Sono pezzi unici. Tante Opere d'Arte. Facciamo come ci consiglia Munari e impariamo a giochiare con l'Arte osservando questi Micromondi dove è possibile ancora sognare.

Giocare con l’arte? Ma capiranno? Così piccoli, capiranno cos’è l’Arte?
Capire cos’è l’Arte è una preoccupazione (inutile) dell’adulto.
Capire come si fa a farla è invece
un interesse autentico del bambini.

P.S: Con i sassi si possono fare tante attività didattiche a scuola, si possono usare come alternativa ai soliti strumenti e sono validi anche per attività con soggetti autistici.
Credere per provare!

lunedì 13 settembre 2010

"Sozaboy" di Ken Saro-Wiwa

La prima volta che ho sentito parlare di questo libro è stato ad uno speciale di "Che tempo che fa", ospite speciale Roberto Saviano. Si parlava, tra i vari argomenti, di letteratura, grande e scomoda, e di autori a rischio di morte per il proprio operato. Una storia appassionante, quella di Saro-Wiwa e del suo operato. Autore da segnare, cercare e leggere.
Poi vinse il divano. Penna e carta rimasero al loro posto e il suo nome, così complicato per orecchie zeppe d'occidentalità, finì nel dimenticatoio, lasciando qualche labile traccia di devo cercare... sotto soglia d'attenzione.
Fortunatamente quella presentazione non morì lì ed essere un autore di risonanza significa anche ridare voce a chi non ne ha più per forza di cose. Amplificarla, farle prendere il largo. Giudicarla no, non importa. Bastano un paio d'orecchie o d'occhi e la voglia di attivarli per far questo. Fattostà che girando in libreria mi cade l'occhio su questo nome in rosso Sozaboy e sul sottostante Saviano. Qualche movimento sinaptico e voilà, alla faccia del pigro dimenticatoio.
L'opera è particolare. Da una lato trascinate e vorticosa, dall altro di non facile lettura, visto lo stile arzigogolato e saltimbantico di scrittura (la traduzione dev'essere stata veramente pesante per il dicono ottimo Piangatelli) che fa parlare Mene, il sozaboy, in un candido creolo, quasi infantile nel suo sbilenco ragionare. Scritto in prima persona, salta e zooma da un tempo all'altro ponendo il lettore in situazioni da presa diretta, documentario ed antica reminescenza tra un capoverso, per non dire parola, e l'altro, ricreando il senso del casino totale della Nigeria '67/70. Come lettura non è leggera subito, a tratti frenetica, a tratti immobile e l'edizione italiana ha omesso il sottotilo d'avvertenza di quella originale: A Novel in rotten english. Non è solo l'uso della grammatica ma anche il lessico spiccio, le storpiature da pidgin del luogo, a sballottare il lettore da un tempo all'altro fino ad avere un senso d'eternità degli avvenimenti narrati. Si attraversano gli scenari della guerra del Biafra, delle nascenti corruzioni del delta del Niger, con lo sguardo ingenuo e troppo lontano dalle dinamiche di quella storia in cui si scopre intrappolato Mene.
Perciò, anche se la lettura a volte si fa incespicante, paerndo ripetitiva, la forza del libro in sè è unica, oggi come allora, 1985, anno di pubblicazione. Interessanti anche la prefazione e la postfazione, che permetteno a chi non mastichi liscio liscio di storia africana o di petrolstoria di comprendere meglio il periodo e lo spessore artistico ma sopratutto umano dell'autore.