Leggendo "Jung e la creazione della psicologia moderna - Il sogno di una scienza" mi sono tornati alla mente gli anni dell'università ed in particolare l'esame di "Storia della psicologia" (3CFU). Trenta domande chiuse, stile esame teorico della patente, per verificare se avessimo tutti ben capito quale fosse la vera storia della vera psicologia. Si accennava a Freud (come evitarlo?) per poi deviare con immediatezza sulle illuminanti scoperte regalate all'umanità dalla Scienza psicologica con la esse maiuscola: il comportamentismo prima e il cognitivismo poi. Lì per lì feci appena caso al fatto che un riassunto sbrigativo e raffazzonato di una delle diramazioni di questa disciplina così complessa ci venisse spacciato come sufficiente a comprenderne l'evoluzioni. Sembrava la tipica cattreda-regalo dalle finalità più nepotistiche che accademiche, una farcitura di crediti un tanto al chilo nel pacchetto totale per ottenere il primo pezzo di carta d'alloro.Col passare del tempo, approfondito maggiormente l'argomento, mi sono accorto che quello di cui ero stato testimone era una tra le tante avvisaglie della guerra intestina al mondo della psicologia, in particolare di quella clinica. Un piccolo sintomo della tendenza universitaria ad incanalare i percorsi di studio entro un unico filone (o meglio, a pochi, selezionati, argomenti), a sviluppare una visione non cieca ma ad imbuto, inconsapevole della molteplicità di punti di vista che servono per affrontare un campo tanto delicato come questo.
Mi rendo conto che parlare di questa/e disciplina/e senza cadere in amorfe rimasticazioni appiccicaticce sia un compito arduo. Questa scienza "spuria" è composta da una tale vastità di sfaccettature che, nelle sue infinite diramazioni, guerre fratricide, avanguardie, settarismi e via andare, può diventare perfino difficile trovarsi d'accordo su cosa essa sia. Figuriamoci le varie contraddizioni che, soprattutto in ambito clinico et similia, la popolano.
Questa caoticità è in buona parte dovuta al suo ritrovarsi esattamente a metà tra le scienze "naturali" e quelle umanistiche, con la necessità sempre più urgente (anche, o soprattutto, per fattori economici, di sopravvivenza) di essere riconosciuta e accettata dalle prime, più altezzose e idealisticamente a prova d'errore. Per questo motivo la ricerca si spinge ostinata verso studi e sperimentazioni che diano risultati validi e insindacabili. Che svelino il funzionamento del cervello, della psiche umana (e già, con questo termine, ci si trova davanti ad una serie di scenari non indifferente) e trovino le modalità esatte per approcciarsi alla sua cura, al raggiungimento o mantenimento del suo benessere. Il pacchetto completo insomma, da applicare ad un target il più vasto possibile. Il tutto scomponendo, dissezionando, standardizzando ogni minimo aspetto di un essere che è, prima di tutto, una singolarità. [Riguardo alle varie forme di terapia si potrebbero aprire una serie di parentesi sui rapporti conflittuali, i reciproci complessi d'inferiorità/superiorità e le diverse lobby del settore. Dal mondo della psicofarmacologia a quello delle varie forme di psicoterapia; scenari altamente tossici ed elitari. Niente di nuovo, lo so, ma prima o poi sarebbe bello parlarne in maniera più approfondita.]Con questo discorso non intendo certo parlar male della ricerca, delle varie sperimentazioni e tentativi di comprendere sempre di più il funzionamento e i misteri che ci caratterizzano e ci accomunano, solo un ottuso oscurantista oltranzista potrebbe negare le importantissime scoperte fatte in quest'area nell'ultimo secolo. Semplicemente ritengo che, per quanto si scandagli, si parcellizzi o quantifichi, trovare una regola aurea, universale e assoluta, un'operazione di aggiustamento ortopedico del corpo o del pensiero del soggetto (...) come una riabilitazione (...) alla normalità (citazione da questo libro) sia estremamente difficile, se non impossibile.
Immagino che chi legge possa chiedersi in tutto questo Jung cosa c'entri.
