giovedì 8 settembre 2011

Sulle cooperative sociali o un autunno che si preannuncia caldo


[pubblichiamo la lettera scritta dagli educatori che in questi ultimi mesi si sono trovati alle prese con situazioni dalla gravità sempre maggiore (più o meno ricostruibili su questo blog). Contiamo di pubblicare un aggiornamento più dettagliato a breve, ma per il momento resta importante fare girare questa comunicazione non solo tra gli addetti al settore ma anche tra le famiglie, che si troveranno ad essere tra le più colpite] 

Cari Genitori, Cari insegnanti

Vi scriviamo per informarvi della grave situazione che si sta venendo a creare in merito ai servizi pubblici scolastici.

In particolare abbiamo la certezza che la gara d’appalto riformulata dal Comune di Bologna per i prossimi 3 anni, prorogabili di altri 3, prevede tagli complessivi delle ore assegnate ai singoli alunni che necessitano del sostegno.

Inoltre i servizi integrativi – pre scuola, post scuola e mensa – verranno gestiti da più cooperative o associazioni, e questo non può che compromettere la qualità del servizio e mettere a forte rischio la continuità delle educatrici e degli educatori che lavorano da anni con gli alunni.

Da tempo ci stiamo mobilitando affinché questo non accada, chiedendo all’amministrazione comunale di rivedere le sue decisioni, ma  ormai a pochi giorni dall’inizio della scuola la situazione è talmente confusa che si rischia che i servizi non partano.

Per parlare di questo una nostra delegazione

Incontrera’ il sindaco e gli assessori competenti  

LUNEDI 12 SETTEMBRE alle ore 17.00

Noi tutti saremo ancora una volta in presidio davanti al comune in Piazza Maggiore 6

Cari genitori e insegnanti

VI CHIEDIAMO DI PARTECIPARE NUMEROSI PER DIFENDERE IL DIRITTO DI STUDIO DI TUTTI , CHIEDENDO AL COMUNE DI GARANTIRE LE STESSE FIGURE EDUCATIVE , LO STESSO MONTE ORE E LA NOSTRA DIGNITA’ LAVORATIVA !

Vi aspettiamo!

Educatrici ed educatori scolastici dei vostri figli e alunni

lunedì 8 agosto 2011

"Gli psicoatleti" di Enrico Brizzi

Ritrovarsi costretti in città non è mai una bella cosa, in particolare tra luglio ed agosto. Sarà il caldo, la stanchezza accumulata sommata alla radicata concezione di questo lasso di tempo (complici anni ed anni di break scolastici dall'influenza maggiore alle abitudini che si cerca di adottare in seguito) come di un periodo doverosamente vacanziero, ma il mio corpo, già molte settimane prima della data stabilita, sente la necessità di staccarsi dalla routine e lanciarsi verso la scoperta/incontro di nuovi orizzonti, magari zaino in spalla.
Quest'anno, come succedaneo a tale bisogno, ho trovato particolare conforto (intervallato da momenti di vera e propria tortura da mancato voyeur) nelle pagine dell'ultima fatica di Brizzi, "Gli psicoatleti", ultimo capitolo della "Trilogia dei viaggi a piedi" di cui avevamo già trattato qui, qui e qui.

Come nelle precedenti opere, il libro è uno splendido connubio tra cronaca e fiction, capace di far bere al lettore più credulone qualsiasi cosa scritta, o quasi; di lasciare in regalo un bel pacchetto di dubbi su cosa sia frutto dell'immaginazione dell'autore e cosa sia ricostruzione storica o descrizione affidaile di eventi più o meno inattesi. Personalmente, comincio tutte queste letture con l'attitude degna del più grande boccalone che si possa immaginare, riprendendomi strada facendo, quando le licenze dell'autore si fanno più nitide. E tutto ciò non è semplicemente dovuto alla mia credulonità ma alla grandiosa capacità che ha Brizzi nel riprodurre l'intimità, l'intensità, i nervosismi, le sincronie, i vezzi, i tic e tutte le altre sfaccettature che s'instaurano in un gruppo di amici durante il viaggio. Ci catapulta sulla strada, al loro fianco, facendo percepire sprazzi di una fatica che, nel suo scalpellare il corpo un poco alla volta, si fa fedele e necessaria compagna di una traversata non esclusivamente legata allo spazio.

E' un libro di formazione, parla dell'evoluzione continua che affrontiamo percorrendo le diramazioni che ci si aprono inanzi, dei cambiamenti continui a cui andiamo incontro giorno dopo giorno; un libro intimista, che, tramite le parole del narratore, insegna a guardarsi dentro, tra le risorse e le debolezze più inaspettate che possono risiedere in ogni animo; è un libro politico e non solo per l'espediente che da il là al viaggio, il 150° anniversario dell'unità d'Italia, il volerne vedere le affinità e le differenze che la attraversano da nord a sud, ma anche per la forza con cui mostra che altri modi di guardare le cose, di fruire del tempo e dello spazio sono possibili (e nel turborisucchio del Guaiafermarsiunattimo!!! di oggi non è poca cosa).

La storia, come esposto nel video spoileriggiante qua sotto, comincia dall'intreccio della storia di un gruppo di camminatori moderni definitisi in altre occasioni psicoatleti e tra la ricostruzione della storia della Società Nazionale di Psicoatletica fondata nel 1861 da tre gentiluomini erranti dal fascino irresistibile (e qua scatta una delle credulonità non del tutto risolte: Brizzi si è ispirato a qualche società realmente esistita o inventa tutto di sana pianta? chiunque voglia ragguagliarmi è libero di farlo nel totale sbeffeggio, non mi offenderò) che in qualche modo ricalcano ideali e modi d'essere dei più moderni colleghi.
La psicoatletica infatti nasce in tempi di meccanizzazione esasperata proponendosi di riscoprire la sola macchiana perfetta, il corpo umano, purchè mosso a nobili fini da un animo fermo e curioso. Gli psicoatleti non sono meri passeggiatori, e l'andare come laici pellegrini non è per loro tempo speso nell'ozio, ma la più preziosa delle fonti di conoscenza. Oltre alla storia, alla lingua (ottimamente espressa) ed alle abitudini dei luoghi attraversati, Brizzi in questo romanzo si addentra nella conoscenza più profonda e intangibile che ci sia, ponendo(si) domande che riguardano l'essenza delle cose e dell'esistenza e descrivendo modalità di ricerca e di conoscenza esoteriche che non risultano mai scontate o posticce, come ben riassume la massima eteroversa della psicoatletica: Chiudi gli occhi e osserva ciò che non si lascia vedere.

Libro che scorre più velocemente della miriade di passi fatta per scriverlo, dotato di un linguaggio mai forzato, allo stesso tempo leggero e raffinato. E' necessario lo sforzo da parte del lettore di fermarsi ogni tanto per lasciar depositare determinati passaggi. Denso di spunti di riflessione, di leggera ironia e di foto dettagliate di buona parte dello stivale. Non vengono cercate facili risposte rassicuranti ma si stimola a mettersi col culo per strada per porsi domande che ci appartengano.
L'unica certezza espressa è che l'uomo che arriva alla fine di un viaggio non è mai lo stesso che era partito.

A questo punto vi lascio al video qua sotto, che oltretutto non ho finito di vedere (!) per motivi di tempo (ri-!). Un'ultima ricontrollata allo zaino e finalmente potrò riportare anche il mio di culo per le strade, sotto il peso rassicurante di uno zaino.

domenica 31 luglio 2011

Un paio di film, en passant

Appena sprangate le porte di un campo estivo, con domusorea che si riprende da una fastidiosa tonsillite e la testa che sta già ai sentieri valdostani che ci aspettano e non all'ulteriore settimana di marmocchi (perlomeno un po' più grandi) che mi attende, butto lì due parole su due film visti ultimamente.
Uno, piacevole e consigliabile; l'altro, decisamente da evitare.

Lavorando con i bambini, trovo sempre piacevole dedicarmi alla visione di cartoons e affini, purchè con un po' di sugo e sostanza (in effetti i lungometraggi animati che ho visto negli ultimi anni paiono più adatti ad un pubblico adulto). E a dispetto dell'inizio, in cui vengono presentati i vari personaggi con una serie di dialoghi dalla demenzialità disarmante, in "Piovono polpette" di sugo ce n'è parecchio. In tutti i sensi.
Ne avevo sentito parlare bene ma il titolo mi aveva lasciato, come dire, un po' perplesso (sembrava l'ennesima cagata senza trama, ma, come al solito, l'effetto si deve alla traduzione italiana del titolo che non rende affatto onore all'originale).
La trama è presto detta: un inventore sfigato ma geniale le prova tutte per farsi riconoscere dalla comunità, senza mai riuscire nell'intento, ma relegandosi sempre più ai margini di essa, rinchiuso in un proprio mondo dissociato e nerdeggiante. Stanco dei fallimenti e convinto di potercela fare (come diceva mammà) imbrocca un'invenzione rivoluzionaria, una macchina che crea il cibo dall'acqua che, con una serie di (s)fortunati eventi s'installa sopra la sua isola facendovi piovere sopra ottimo (?) cibo. Purtroppo la comunità, invece di riuscire ad utilizzarne i pregi, la sfrutta all'inverosimile fino a creare un casino di dimensioni planetarie che (occhio allo scontatissimo spoiler) il nostro genietto (che nel frattempo s'è pure innamorato, che non guasta e aiuta nel tirarlo fuori dalla sua dissociazione senza apparente ritorno) con tanto coraggio e un po' di culo riesce a risolvere, con l'ammirazione della comunità tutta, della ragazza che lo fa palpitare e del suo papà.
Detta così è una storia come tante, banalotta e ritrita, ma in realtà è ricca di riferimenti e tematiche che per un bambino ipermoderno non sono così scontati: si va dal consumo (e "smaltimento" apparente) sempre più sfrenato di cibo facile e veloce (con tanto di frecciata flash agli ogm) alla critica verso le priorità di media e opinione pubblica (scena centratissima con un anchorman più impegnato a sbeffeggiare il look dell'inviata che il casino stile armageddon che le si scatena intorno). C'è spazio anche per il non dimenticarsi da dove si viene, presi dal vortice frsennato del sempredipiù, ma anche del non dimenticarsi di  tenere d'occhio come il mondo cambia intorno a noi (aspetti contemporaneamente presenti nel padre del protagonista che guarda con diffidenza all'abbondanza sempre più sfrenata, rimanendo legato alla tradizione peschereccia dell'isola, ma non in grado di mandare un'e-mail e di muovere un mouse). Insomma, i contenuti non mancano ed anche i vari dialoghi, non solo iniziali, al limite della demenzialità più insopportabile, altro non sono che lo specchio della vicinanza di tante solitudini autoriflettenti.
Film consigliabile a pargoli di qualsiasi età. I più piccoli forse non coglieranno molti passaggi ma se non altro li conserveranno in forma embrionale per un'età più avanzata.

Passiamo ora al film che sconsiglio vivamente (a meno che non siate in serata cinemaraglia made in U.S.A.). Come dicevo, in questi giorni domusorea è bloccata a letto da una fastidiosa tonsillite che non le ha permesso di augurare buone vacanze ai marmocchietti che ha seguito amorevolmente tutto il mese e che per ringraziamento le hanno donato una variegata collezzione di cocchi e bacilli. Bene, nonostante l'indisposizione, è riuscita ad impiegare in maniera proficua il suo tempo, allargando la propria conoscenza su film d'alpinismo e/o arrampicata nelle solitarie e grigie mattinate da passare sotto le coperte. A suo dire, tutti di ottimo livello. Così, per condividere questa bella passione, poche sere fa pesca dalla lista un ulteriore titolo e me lo propone. Basta il titolo, "Vertical limit", e già m'insospettisco. Puzza di grande cagata.
Bastano i primi dieci minuti e la conferma arriva, ma ormai siamo presi dalla malsana spirale che porta a proseguire la visione per vedere fino a che punto possono arrivare regista e sceneggiatori (affine forse alla voglia di vedere le vittime degli incidenti).
L'inizo è questo (e qui chi vuole "gustarsi" per intero questa robina qua salti lo spoiler): una famiglia di climbers, padre, figlio e figlia, è impegnata a scalare una parete mostruosa con gag e rimbrotti tecnici molto cool. A un certo punto due scalatori sopra di loro scazzano qualcosa e cominciano a precipitare. Subito prima, apoteosi, il figlio avverte la famiglia del pericolo urlando "attenzione, principianti a ore dodici!". I due malcapitati poi, prima di spappolarsi al suolo, mettono nella merda l'allegra famigliola che si trova appesa ad un friend pericolante, non in grado di reggere tre persone. Dopo un paio di urla maschie da parte del padre, il figlio sarà costretto a tagliare la corda per farlo precipitare (e con lui pure il titolo... e non sto scherzando). Aggiungo a questo che nel corso della storia, ambientata sul K2, tre squadre di soccorso, se ne andranno in giro con tre cilindroni di nitroglicerina e che la maggior parte degli arrampicatori e alpinisti del film sono fighi, ben pettinati e a prova di sforzo.
Bene, lo spoiler finisce qua. Se volete vedere il film fatelo pure, ma ricordatevi che, se non altro, noi lo abbiamo visto conoscendone solo il nome (già di per sè un'aggravante), voi invece avete materiale a sufficienza per impiegare meglio due ore di vita.

giovedì 14 luglio 2011

Hey diddle diddle

 


Alla fine, grazie all'aiuto di @danielafinizio nel risolvere l'arcano sulla traduzione di "diddle diddle" (passaggio dal significato puramente onomatopeico) anche questa filastrocca ha trovato una sua forma grafica. Normalmente lasceremmo il tutto tra le mura della scuola, le sue urla, i suoi giochi, canti, balli, storie e le più improbabili domande che possono sorgere da un bambino (uno oggi mi ha chiesto se avessi le sue chiavi di casa!), ma visto lo sbattimento della tweet-friend (termine che non so se piacerà a jumpinshark) nel farci arrivare esempi grafici, pareva brutto non dare un riscontro.

L'idea dell'attività è tutta di domusorea, letteralmente unica in questo genere di attività, il video raffazzonato è stato montato da me e tutte le immagini usate sono dei fantastici bimbi della classe delle Raganelle (età 3-6). Noi, alla fin fine, diamo il via, ma sono loro a far nascere questi piccoli capolavori.

lunedì 11 luglio 2011

Avviso ai naviganti

Dopo quasi un mese di silenzio e pressocchè totale assenza dalla rete, questo breve post potrà sembrare superfluo. In effetti lo è.
Ma all'orizzonte si prospettano un paio di mesi che difficilmente ci vedranno impegnati davanti a schermo e tastiera: il primo per motivi di sovrabollitura e cortocircuito cerebrale avanzati (la terribile formula di caldo moltiplicato per tante ore tra infanti, il tutto elevato per un'annata a dir poco strong) e il secondo per una probabile lontananza coatta (ma ferievolmente piacevole) da varie forme di tecnologia.
Spiace sempre rimanere in silenzio, specie in momenti come questo (tanto per dirne uno o un altro), ma il tempo e le energie per dar forme concrete ai grovigli crescenti sono agli sgoccioli, e doverosamente orientate ai piccoletti rimasti in città, a cui cerchiamo di offrire storie, domande e punti di vista sempre nuovi.
Gli occhi rimangono bene aperti, e le orecchie spalancate. Le bocche serrate (o dita ripiegate) altro non sono che l'aspetto visibile del silenzio mentale necessario a far risuonare la rinfusa di pensieri, a creare ordine.

Per un altro po' è perciò molto probabile che la nostra cyberlontananza continui (ma magari anche no e queste poche righe serviranno da sole a stimolarci, chissà ;-p), almeno sul blog (su twitter c'impegnamo a mantenere una costante presenza incostante). 
Per chi passerà di qui rimandiamo al blogroll, pieno di strade accidentate e tortuose in cui immergersi.
Nervi saldi e piedi ben piantati a terra, si ballerà ancor più di quanto abbiam fatto finora.