Continuo a convincermi sempre di una cosa: amo il cinema ma odio i cinema. Potrà sembrare una sottigliezza grammaticale, una forma radicata di insofferenza paranoide e antisociale, ma in certe situazioni mi piacerebbe esistessero sale composte da cubicoli semichiusi e ovatatti, insonorizzati a tutti i suoni estranei a quelli della pellicola in corso e in grado di permettere la visione del solo schermo. Spazi autistici in cui rinchiudermi, perdendomi nel buio della sala.
Deliro? Forse, ma durante la prima parte dell'ultimo film di Terrence Malick, un intreccio di immagini a metà tra Genesi e creazione corale stile Silmarillion talmente ben realizzato da far cadere in trance estatiche degne di Infinite Jest (il film della storia non il libro stesso), avrei volentieri fatto a meno di una buona fetta di presenti in sala. Sbuffi e scatti d'insofferenza crescente, sbadigli commenti risate a non basso volume del tipo machecazzocistoafarequi? si sono più volte frapposti tra me ed il fluire d'immagini e suoni che il regista è riuscito a inanellare con una capacità che sfiora il trascendente. Fortunatamente senza spezzare più di tanto il godimento sensoriale in cui mi sono ritrovato per una buona ventina di minuti. Resta il fatto che quando davanti agli occhi si alternano le viscere della terra e del tempo, i frutti più distruttivi e vitali della creazione, di cui viene dato un assaggio impensabile, non è piacevole staccarsene per dedicarsi a pensieri da pseudoantropologo verso chi ci circonda, pieni di voglia di picchettare sulle varie spalle per dire qualcosa del tipo: "hey, anche se hai pagato il biglietto non sei obbligato a rimanere qua, va mò a fer di pugnatt da un'altra parte".




