sabato 4 giugno 2011

"The tree of life" di Terrence Malick

Continuo a convincermi sempre di una cosa: amo il cinema ma odio i cinema. Potrà sembrare una sottigliezza grammaticale, una forma radicata di insofferenza paranoide e antisociale, ma in certe situazioni mi piacerebbe esistessero sale composte da cubicoli semichiusi e ovatatti, insonorizzati a tutti i suoni estranei a quelli della pellicola in corso e in grado di permettere la visione del solo schermo. Spazi autistici in cui rinchiudermi, perdendomi nel buio della sala.
Deliro? Forse, ma durante la prima parte dell'ultimo film di Terrence Malick, un intreccio di immagini a metà tra Genesi e creazione corale stile Silmarillion talmente ben realizzato da far cadere in trance estatiche degne di Infinite Jest (il film della storia non il libro stesso), avrei volentieri fatto a meno di una buona fetta di presenti in sala. Sbuffi e scatti d'insofferenza crescente, sbadigli commenti risate a non basso volume del tipo machecazzocistoafarequi? si sono più volte frapposti tra me ed il fluire d'immagini e suoni che il regista è riuscito a inanellare con una capacità che sfiora il trascendente. Fortunatamente senza spezzare più di tanto il godimento sensoriale in cui mi sono ritrovato per una buona ventina di minuti. Resta il fatto che quando davanti agli occhi si alternano le viscere della terra e del tempo,  i frutti più distruttivi e vitali della creazione, di cui viene dato un assaggio impensabile, non è piacevole staccarsene per dedicarsi a pensieri da pseudoantropologo verso chi ci circonda, pieni di voglia di picchettare sulle varie spalle per dire qualcosa del tipo: "hey, anche se hai pagato il biglietto non sei obbligato a rimanere qua, va mò a fer di pugnatt da un'altra parte".

giovedì 2 giugno 2011

How much is it?

Dieci giorni al Referendum, una pausa festiva fa da cornice a molti dibattiti, un grande tam tam di immagini e di commenti tappezzano i più grandi network sociali. Tutti hanno qualcosa da dire e da aggiungere, indice che l'informazione sta interessando gran parte dell'opinione pubblica. Ogni tanto, vien da pensare, qualcosa funziona in questo paese. La rete funziona in questi contesti, il pc diventa una finestra dal quale apprendere i cambiamenti, i movimenti.
Il tema dell'acqua risveglia domande ataviche sul senso di proprietà, su come ci appropriamo di beni presenti in natura e sull'utilizzo che ne facciamo. Attraverso una piccola selezione di immagini fatte in luoghi e tempi diversi, abbiamo ripercorso, frammento dopo frammento, il significato che ha per noi tutto questo. E' interessante notare come in ogni cartella di foto in cui abbiamo frugato almeno una comprendesse il tema dell'acqua sia da un punto di vista estetico (acqua = paesaggio), sia come bisogno primario (acqua=sete=vita). L'immagine del tubo blu trasporta simbolicamente l'acqua in ogni frammento che segue. 
Uno speciale filo della memoria dell'acqua che forse tutti possiedono nei luoghi del cuore.

 




lunedì 30 maggio 2011

Exit-poll


A tutti quei manifesti xenofobi che ci hanno inorridito, a tutti gli insulti che hanno riempito le nostre orecchie per giorni e giorni, a tutte quelle facce da criminali che riempiono le poltrone e che usufruiscono di beni che non meritano, dedico con tutto il mio cuore questa foto... Almeno per oggi concediamoci un sospiro di sollievo!!!

Per il resto, c'è solo da rimboccarsi le maniche.

domenica 29 maggio 2011

Stralci di riflessioni su ondate, loro ampiezza e intensità

Non so quante persone correranno a votare ai ballottaggi oggi. Se sarà più ampia l'ondata di elettori che, dopo due settimane di martellamenti di questo tipo


si precipiterà in massa verso le urne (come nella scena di Head of the state in cui gli elettori repubblicani, famosi per la propria indeolenza deflagrano per le strade davanti alla possibilità di un presidente nero... yes we'll can).


Se l'effetto sarà quello voluto o se il tentato vaccino farmacatodico non smuoverà altri tipi di anticorpi.


Una cosa è certa. Tutti i tifosi possono andare a votare tranquilli, il libero svolgimento democratico non toccherà i loro beniamini in scarpette chiodate.

Si prospettano due giorni interessanti, se non altro per vedere quanto siamo ancora vittima dell'influsso di gadget e spot allucinatori.

venerdì 20 maggio 2011

"L'implosione" di Manuele Madalon

Alcune persone nascono col destino segnato. E' scritto da qualche parte che riusciranno a fare grandi cose, non importa in che modo o in quale campo, quanti ostacoli possano incontrare o per quanto tempo restino relegati in bui anfratti d'oblio.
Prima o poi la gloria del loro avvenire arriva, deflagrante. 
Sono perle rare, in grado di portare ventate d'aria fresca in un mondo sempre più grigio e stantìo. Stelle in grado di brillare di luce propria. Nascono ogni cent'anni, ma quando si manifestano lo fanno in tutta la loro magnificenza.

Mi rendo conto che ai più potrà sembrare affrettato, ma non esagero affatto nel ritenere il giovane scrittore che ha stupito il salone del libro, Manuele Madalon, il nuovo astro nascente non solo della letteratura mondiale, ma dell'umanità tutta. Mai mi era capitato d'imbattermi in una persona di tale spessore e levatura. Questo giovane ha ricevuto dal cielo qualità difficilmente riscontrabili altrove: una sensibilità lacerante e profonda, carisma e personalità in grado di trascinare e arricchire l'animo umano, una spiritualità capace di toccare le corde più profonde celate in ognuno di noi. La sua opera prima, L'implosione, è una ventata di aria fresca, non solo per il ristagnante panorama letterario ed i suoi liquami nauseabondi, ma addirittura per la nostra odierna società malata, che dai suoi echi poderosi verrà sicuramente in qualche modo scossa.
Chi legge potrà tovare esagerato tanto osannare, almeno fino a quando non si troverà tra le mani questo libro poderoso. Appena uscito eppure già difficilmente reperibile, è ormai sulle bocche di tutti e sembra essere solo l'inizio.

Non voglio addentrarmi troppo all'interno di una storia che rischierei di rovinare citando anche solo un singolo, breve passaggio. La storia si svolge ai giorni nostri, a Torino, eppure è al tempo stesso voce e teatro dell'intero globo e della sua storia. Nulla sfugge alla mirabile penna di Madalon e dietro ogni parola, intreccio narrativo o piccola sfumatura si aprono mondi che, fino al giorno prima della pubblicazione di un tale capolavoro, era impensabile immaginare. Alcuni commentatori, pur celebrando l'opera, hanno affermato di averne trovati alcuni passaggi un poco affrettati, come in ogni opera prima. Non vi fidate, sono parole di chi, davanti alla Grandezza, sente il bisogno di lanciare piccole stoccate d'invidia. Il romanzo (sempre che solo di romanzo possiamo parlare) è denso e sottile, oscuro e misterioso come la Torino più esoterica, e al contempo luminoso e vitale, puro inno alla vita, alla sua essenza più ampia. Una storia come non ne sono state mai scritte, di cui è difficile parlare più approfonditamente senza rovinarne la trama, l'ordito e da cui è impossibile staccarsi.
Piangerete come mai avete fatto, riderete fino a star male, chiuderete l'ultima pagina sentendovi diversi da come eravate in precedenza.
Si apre sicuramente una nuova era per la narrativa e l'editoria tutta, da cui sarà difficile tornare indietro.
Pronti o meno, ci siamo già dentro. Non ci resta che andare avanti.

il vostro inviato al Salone del libro
Parnaso de Stronziis