lunedì 13 settembre 2010

"Sozaboy" di Ken Saro-Wiwa

La prima volta che ho sentito parlare di questo libro è stato ad uno speciale di "Che tempo che fa", ospite speciale Roberto Saviano. Si parlava, tra i vari argomenti, di letteratura, grande e scomoda, e di autori a rischio di morte per il proprio operato. Una storia appassionante, quella di Saro-Wiwa e del suo operato. Autore da segnare, cercare e leggere.
Poi vinse il divano. Penna e carta rimasero al loro posto e il suo nome, così complicato per orecchie zeppe d'occidentalità, finì nel dimenticatoio, lasciando qualche labile traccia di devo cercare... sotto soglia d'attenzione.
Fortunatamente quella presentazione non morì lì ed essere un autore di risonanza significa anche ridare voce a chi non ne ha più per forza di cose. Amplificarla, farle prendere il largo. Giudicarla no, non importa. Bastano un paio d'orecchie o d'occhi e la voglia di attivarli per far questo. Fattostà che girando in libreria mi cade l'occhio su questo nome in rosso Sozaboy e sul sottostante Saviano. Qualche movimento sinaptico e voilà, alla faccia del pigro dimenticatoio.
L'opera è particolare. Da una lato trascinate e vorticosa, dall altro di non facile lettura, visto lo stile arzigogolato e saltimbantico di scrittura (la traduzione dev'essere stata veramente pesante per il dicono ottimo Piangatelli) che fa parlare Mene, il sozaboy, in un candido creolo, quasi infantile nel suo sbilenco ragionare. Scritto in prima persona, salta e zooma da un tempo all'altro ponendo il lettore in situazioni da presa diretta, documentario ed antica reminescenza tra un capoverso, per non dire parola, e l'altro, ricreando il senso del casino totale della Nigeria '67/70. Come lettura non è leggera subito, a tratti frenetica, a tratti immobile e l'edizione italiana ha omesso il sottotilo d'avvertenza di quella originale: A Novel in rotten english. Non è solo l'uso della grammatica ma anche il lessico spiccio, le storpiature da pidgin del luogo, a sballottare il lettore da un tempo all'altro fino ad avere un senso d'eternità degli avvenimenti narrati. Si attraversano gli scenari della guerra del Biafra, delle nascenti corruzioni del delta del Niger, con lo sguardo ingenuo e troppo lontano dalle dinamiche di quella storia in cui si scopre intrappolato Mene.
Perciò, anche se la lettura a volte si fa incespicante, paerndo ripetitiva, la forza del libro in sè è unica, oggi come allora, 1985, anno di pubblicazione. Interessanti anche la prefazione e la postfazione, che permetteno a chi non mastichi liscio liscio di storia africana o di petrolstoria di comprendere meglio il periodo e lo spessore artistico ma sopratutto umano dell'autore.

mercoledì 8 settembre 2010

L'editoria secondo Roger Rabbit

Nelle ultime settimane si è parlato molto di editoria, etica e dello strano legame che le interconnette. Per chi non è pratico dell'ambiente (così come non lo ero e non lo sono io tutt'ora) si possono trovare, tra i tanti, spunti interessanti qui, qui, qui e qui (ma non solo, con un po' di pazienza, partendo da questi spunti, si possono aprire strade verso un sacco di altri collegamenti e punti di vista).
La querelle, per chi avesse meno pazienza, riguarda la Mondadori (e le case editrici ad essa affiliate) e le leggi ad aziendam a lei dedicate dall'odierno governo per evitarle di pagare al fisco una somma consistente di arretrati che sembra dovesse da parecchi anni. Bene, da qui sono scattate insurrezioni, strepiti e conati, crisi di coscienza in alcuni autori Mondadori e movimenti inneggianti al boicottaggio di massa degli autori che si fossero ostinati a rimanere in una tanto becera casa editrice. Fortunatamente, molti di questi autori, invece di arroccarsi in silenziosi parnasi maleodoranti, si sono buttati nella mischia, spiegando con estrema chiarezza le proprie ragioni, che la questione è mooolto più complessa di come sembra, essendo le case editrici e l'editoria mooooolto più complesse e articolate di come sembrano.
Condivisibili o meno (e sinceramente, su questo blog, si condivide) le loro argomentazioni non erano certo imputabili di scarsa chiarezza. Ma si sa. Non è sempre facile accettare che chi viene degnato della nostra stima possa pensarla in modo diverso da noi, in particolare quando si tratta di Mr B.
O fedeltà totale alla linea, o contro! pare di sentir riverberare tra le righe degli accusatori, e il groviglio che tanti interventi sembravano aver dipanato si è fatto sempre di più nodo scorsoio per i vari autori impegnati al dialogo. Ecco il vero boicottaggio, togliere tempo ed energie alla realizzazione delle future opere, non la minaccia di non comprarle. Il tutto, a nostro parere, è molto ben riassunto nell'allegoria usata da Moresco nel suo ultimo post, che tratta di questo video.
Il biscotto è Mr B, il bambino i populistici boicottatori della domenica, che con le parole di Moresco
non riesce a pensare ad altro, per lui tutto il mondo e la vita sono concentrati in quel biscotto che vorrebbe afferrare. E così si muove nella stanza con quest’unico scopo, a quattro zampe sul pavimento, si arrampica sul tavolo, sulle sedie, sui mobili, facendo franare ogni cosa. Ma a lui non interessa, non vede nient’altro, a lui interessa solo quel biscotto che cerca di afferrare mentre intorno a lui tutto crolla, con gli occhi fissi sempre e solo su quello, indicandolo con la mano e gridando: “Il biscotto, il biscotto!”
E Roger Rabbit? Il povero Roger (con le dovute differenze del caso) fa come i nostri sventurati autori. Cerca di riportare il bambino "sulla terra", dove oltre al biscotto ci sono tantissime altre cose da tener di conto: cose che lo sorreggono, che rischiano di crollare, di fare ancor più danni ecc ecc ecc.
Fortunatamente i vari autori linkati non sono costretti a sfracellarsi al posto di Baby Herman per colpa di qualche minaccia sul loro futuro. Hanno abbastanza palle e scorza dura per deciderlo. Il tempo è poco. Il bambino è stato avvertito. Ci sono un sacco di altre cose da trattare in quella stanza.
Che finisca pure lo stronzetto, sotto il frigo.

martedì 7 settembre 2010

L'invasione dei cloni - 2

L’ispettore era riuscito a entrare.
Era abituato all'attesa, in particolare di notte, quando i sogni sembrano soppiantare le ansie. O trasfigurarle momentaneamente. Ma quella sera era rimasto a suonare, battere e dar di gola per venti minuti buoni. Mica cazzi sotto l'ultimo scroscio prima dell'alba, e con l'agente Tonelli impegnato a cercare sul retro una finestra aperta.
A fine marzo. A Bologna.
Grande idea ispettore, si era detto Tonelli, se non altro non mi becco l'acqua solo io stavolta.
La casa, forse l'ultima bifamiliare della Cirenaica, era circondata da platani e magnolie. Dall'intonaco stanco, rosso sfumato smog, aveva la maggior parte delle finestre sbarrate e quelle dell'appartamento più piccolo scrostate e pericolanti. Il cancello d'ingresso, un ammasso di ruggine cigolante e il vialetto annesso, dissestato e poltiglioso.
In poche parole, un cesso di posto.
L'ispettore aveva osservato Tunél per qualche minuto, per poi arrendersi all'idea di una bella doccia fuori programma. In centrale avevano assicurato che la famiglia risiedeva proprio lì, dietro le croste spacciate per muri.
Ci mancava ‘na che'sa d’fantesmi, zio boia.
Prima di ritrovarsi fradicio a sbucciarsi le nocche contro un portone decrepito, pensando alle parole giuste per raccontare quel che era riuscito a capire dal ragazzone trovato poco prima, la serata era filata senza problemi di sorta. Il giro San Vitale-San Donato, con qualche puntatina in centro per restar svegli, era tra i suoi preferiti. Mediamente prevedibile nelle serate di pioggia. Niente più di qualche schiamazzo da ubriachi o accenni di rissa da teste di cazzo, che a Bologna, a chilometri zero o d’importazione, sembravano non mancare mai. In più stavolta era bastato mandare avanti Tonelli a far la voce grossa, senza neanche tirar giù il finestrino. Di lusso. Qualche settimana più avanti e si sarebbe fatto anche un gelato più trucco di magia da Bob e Costa, al baracchino prima del ponte.
Invece, poco dopo aver risolto una contesa amorosa in via Guerrazzi, avevano dovuto zigzagare tra le macerie del Civis fino alle luci dell’autoambulanza.
- Zio boia Tunél, mo dove hai imparato a guidare? Sì lóng come la mèsna ed såtta
- Sì ispettore - Tonelli non era pratico di dialetto – guardi, è là. Sembra un’aggressione, che dice?
L’ispettore aveva capito che la notte si prospettava ancora lunga, zio boia.

Alla dodicesima escoriazione (sua e della porta) era spuntata una luce dalla finestrella sopra la porta. Qualche scatto di serratura, sferragliar di catena e un’enorme paio di lenti da bottiglia sormontate da un’arruffata crocchia biancastra si era sporti con titubanza verso l’ispettore, per venirne immediatamente travolti.
L’ispettore era riuscito a entrare in casa, lasciandosi alle spalle pioggia, freddo e Tonelli. Poco male, prima o poi sarebbe riuscito ad entrare anche lui. Cominciò a guardarsi intorno, mentre i residui di calore cominciavano a colpire il fradiciume dei suoi abiti. La camera d’ingresso, una specie di soggiorno, era in penombra ma si riusciva lo stesso a vedere la montagna di stoffe, bottoni, grucce, tessuti, metri a nastro che la saturavano, nascondendo tavolo, divano e poltrone. Solo la vecchia cucitrice a braccio, svettava al centro della sala, fiera e severa. Avanzando di un passo, l’ispettore vide la porta che dava su bagno e cucina e quella che portava alle camere, al piano di sopra. Fece per avviarsi ma si voltò, distratto da un rumorino alle spalle.
- Mi scusi - tremolò la signora - lei sarebbe...?
- Polizia polizia… - disse laconicamente guardandosi intorno.
- Oddio! È successa una disgrazia… - mormorò la signora, a metà tra l’affermazione e la domanda, ripiegandosi verso terra.
Son proprio imbecille.
L’ispettore l’afferrò al volo, stando attento a non romperla. Dopodiché la portò a sedere in un angolo di divano libero e cominciò a spiegarle i fatti, cercando di tranquillizzarla. Non aveva ancora finito quando quattro colpi ruppero il filo delle sue parole.
- Ispettore! È dentro? Mi faccia entrare ispettore che qua aumenta ancora!
- Veloce inbezéll, e non urlare, che mi svegli tutta la strada. Signora Luisa, le presento l’agente Tonelli. Sarà a sua disposizione nel mentre che io ispeziono la camera.
- Ma ispettore…
- Zitto, bestia! - sibilò di sbieco.
La signora Luisa era ancora seduta, attonita. Da quando era diventata vedova aveva cominciato ad agitarsi sempre più spesso e per sempre più cose. Da un po’ di mesi inoltre, quando le capitava, faticava a respirare e veniva colta da terribili palpitazioni e forti capogiri. Era sveglia da poco più di dieci minuti e non ancora del tutto lucida. La paura con cui si era svegliata, sentendo battere e suonare alla porta, si era tramutata in sgomento quando era stata travolta da quell’energumeno zuppo di pioggia. Saputo essere della polizia, era piombata del tutto in un secco terrore. Era successo qualcosa al suo Pigi, era chiaro, qualcosa di grave, visto che l’ispettore non trovava le parole per spiegare l’accaduto e chiedeva con insistenza di visionarne la camera. Si sentiva mancare di nuovo ma riuscì a pigolare la richiesta di una spiegazione sulle condizioni del suo povero Pigi.
- Come? Gliel’ho detto signora, è vivo, non è ferito. Respira, è tutto intero e non sanguina. Solo che non abbiam capito un’acca di come possa essersi ridotto come l’abbiam trovato. Visto che neanche lei sembra sapere cosa era andato a far là fora le chiedevo se potevo dare un’occhiata alla stanza del ragazzo, già che son qui. Così non devo stare a far avanti e indie… cioè, così potevamo velocizzare un po’ le indagini ecco tutto.
La signora Luisa era riuscita a capire meno della metà delle cose dette dall’ispettore. Era troppo presa a continuare a respirare. Aveva però capito che Pigi era vivo e in salvo, anche se non stava bene. Indicò la porta alla sua destra esalando le indicazioni per trovare la stanza. Uscito l’ispettore restò sola con Tonelli, svenendogli di lì a poco tra le braccia.
Ci mancava solo ‘sta vciaza, dio bono. Mò chi lo sente l’ispettore quando ritorna?

Una firma che salva la vita

Dopo una lunga pausa estiva di meritato riposo torno alla ribalta per informarVi che in questi giorni è in discussione al Parlamento Europeo una legge sulla vivisezione che le aprirebbe le porte in tutta Europa. Questo naturalmente a favore dei soliti interessi economici che arricchiscono società che fanno del sangue il loro marchio indistinguibile. Fermare questo scempio è difficile ma se ognuno di noi si muove forse qualcosa è possibile ottenerlo. Se dovesse passare la legge si potrà sperimentare anche su cani e gatti randagi, senza anestesia, sperimentare anche in assenza di gravi motivazioni per la salute umana e purtroppo eccetera eccetera e eccetera. Vi invitiamo a firmare qui, compilando un semplice modulo per cercare di fermare l'ennesima legge sbagliata mentre se volete leggere il testo integrale della direttiva europea cliccate qui.

La petizione è promossa dalla LEAL (lega antivivisezionista).

lunedì 6 settembre 2010

sKOla - echi da una riforma (I parte)

Eravamo trentacinque. Neanche tanti a dir la verità. Oggi ci si trova ad essere un po' di più ma non troppo. È un fatto, ormai abitudine.
Allora no.
Quell'anno eravamo in trentacinque e l'aula, gialla e malandata, corsia di un ospedale senza cure per sintomi sempre più evidenti e numerosi, ci andava un po' stretta. Per carità, non che fosse piccola, avevamo visto di peggio. Adeguatamente arredata sarebbe riuscita a contenere i mobili necessari ad un ampio monolocale, angolo cucina e bagno inclusi. Invece a quelle quattro mura la sorte aveva riservato una serie di banchi e sedie non sufficienti a contenerci.
Non fu facile inizialmente, poi il tutto da amara consuetudine si trovò tinto d’ironia. È tinto d’ironia anche ora che i colori sfumano e gli attori sbiadiscono. Solo gli echi di voci, stridori e tonfi, che avevano martellato in continuazione, deformandole, finestre e pareti, faticano a sperdersi. Quasi che la pietra li custodisca, gelosa. O forse perché mai cessati.
Se si accosta l’orecchio, al di sotto del fragore delle lezioni si sentono le voci dei professori e al di sotto ancora le voci di allora, quando si scelse tutto questo e i nostri occhi fatui da quattordicenni osservavano senza vedere lo sgretolamento in mezzo a cui ci avevano posti.

Fu Renato, il nipote del sindaco, il primo a parlare, indignato di non trovar da sedere in un luogo di grane prestigio come il nostro liceo, sorretto da crepe e muffe di indubbio valore storico. Aprì la bocca mostrando il suo incisivo appuntito, sputando fuori parole seguge di quelle paterne. Mai, dall’anno scolastico 1860-61, tra le ombre dell’Ospedale della Morte, ci si era trovati in condizioni tanto cenciose e imbarazzanti. Cos’era accaduto, chiedeva, per rendere così decadente un cotal faro della città?
Si erano poi levati Lucacarlo e il Fengiuz a dar manforte, nella speranza di bloccare fin da subito le lezioni, minacciando scandalo, trasferimenti, denunce finché Tommaso, ben oltre il suono della campanella, era ciondolato in classe mormorando scuse di circostanza. Qualche sbirciata sonnolenta da dietro i rasta e si era seduto in terra, al centro dell’aula, sbloccando così la catatonia della professoressa, arpionata ai braccioli (tale comportamento era ancor più inaccettabile delle proteste dei tre ragazzotti, in particolare se fatto da uno sbrindelloso del genere. Ma aveva idea di dove si trovava lo stordito?).
Riprese le redini della classe, ci si era concentrati sulle possibili soluzioni. Di sedere in due su alcune sedie, neanche a parlarne (né uno in braccio all’altro, né con una chiappa per uno), in primo luogo perché ritenuto scomodo oltremisura e in secondo perché non tutte le sedie sembravano poter sopportare carichi di tal genere. Tommaso aveva proposto di sedersi a terra a rotazione, infondo c’erano ventisette posti e per lui andava bene star sempre in terra, appoggiato al muro, che si sentiva comunque bene. Così facendo gli altri compagni sarebbero stati a terra più o meno un’ora al giorno o un giorno alla settimana. Fu sbattuto fuori mentre stava ancora spiegando la sua idea, ripresa velocemente da Renato: potremmo saltare a turno un giorno, otto alla volta. Dopo un rapido calcolo la professoressa bocciò l’idea. Non si potevano fare più di cinquantun giorni d’assenza, pena la bocciatura diretta. Troppo rischioso per dei bravi ragazzi volenterosi come loro.
Ci si scervellò per tutta l’ora, finché non si presentò, paonazzo più che mai, il prof di fisica, da poco vicepreside, che dopo aver vagliato ogni proposta sbuffò che a turno, ogni giorno, otto studenti di ambo i sessi sarebbero rimasti in piedi per l’intera durata delle lezioni, fino a quando il ministero non avesse provveduto a fornire banchi e sedie nuovi.
L’idea di portarle da casa, perlomeno le sedie, sembrava non aver sfiorato nessuno, o forse non era stata ritenuta degna del buon nome dell’istituto.
Finalmente potevano cominciare le lezioni, per chi fosse riuscito a sentirle.